Il nome dell’amore

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Dolcezza era troppo banale per lei e lui allora la chiamò in un modo nuovo, anagrammando quasi il suo vero nome, quello che odorava di caramelle e frutti di bosco.
Lei sorrise e, ballando morbida sulla voce di Skye che cantava Love Show, si avvicinò per un bacio da bimba. Lui la lasciò fare e poi la prese e la strinse in un abbraccio da uomo, duro ed esigente come il calore che cresceva nel suo inguine.
Lei gemette di sorpresa, o forse di passione incredula, e lui accentuò il bacio mentre le mani accarezzavano quella lunga schiena che si inarcava sotto la maglia, rivelando brividi che non erano di freddo. Continua a leggere “Il nome dell’amore” →

Ripesco il gioco dei blog

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Scrivo qualche riga e qualche informazione per chi non sa nulla del gioco (rimasto in sospeso dal 2014: me lo dovete dire quando dimentico le cose! a me pareva l’altro giorno che abbiamo iniziato).
Ho scommesso con i lettori di questo blog, e quindi anche con voi – non giratevi a vedere chi c’è dietro -, che non si può definire la diversitĂ  di un blog da un testo. Mi spiego meglio: all’epoca di splinder, la piattaforma che usavo prima di wordpress, avevo sei blog. Ognuno era diverso, per template, per nickname usato, e anche per lo stile. Ciò che scrivevo in uno non era in un altro. Continua a leggere “Ripesco il gioco dei blog” →

Libri, tappeti e mollette

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Sul mio comodino dimorano sempre tre o quattro libri. In questo momento sono sette. Non so perchĂ© io abbia questa abitudine; presumo mi piaccia sapere di avere sempre una strada aperta. Sotto a tutti, c’è “Siddharta” di Hesse. E’ li da novembre 2001 e non chiedetemi perchĂ© lo ricordo così bene: la risposta non vi piacerebbe.
Me lo prestò un amico, insieme ai racconti di Hemingway: in quel periodo pensava che io avessi bisogno di distrazione, e in effetti lo avevo, solo che mi era impossibile concentrarmi. I racconti di Heminguay, comunque, li ho letti subito e il libro è ritornato al legittimo proprietario, ma quel Siddharta proprio non ne vuole sapere di piacermi, anche se Hesse mi è piaciuto molto in altri suoi scritti.

Poi c’è il libro: quello che dalla sua uscita nel marzo 2001, alloggia lì, in posizione orizzontatale e non ha mai visto i ripiani della libreria, perchĂ© lo considero molto importante per le decisioni che presi dopo averlo letto e oltretutto lo trovo molto gustoso, come un biscotto al cioccolato sgranocchiato sulle lenzuola pulite, fregandosene delle briciole che per tutta la notte ti gratteranno le braccia. Ogni tanto apro il libro, anche se le frasi che cerco le so a memoria. Ma sapete anche voi quanto sia piĂą bello leggerle sulla pagina di carta! Lo apro e so che troverò sicuramente una frase divertente, anche perchĂ© ormai si apre a certe pagine, lette innumerevoli volte, dove ci sono le frasi che mi hanno fatto ridere da sola come una pazza (!). Il titolo del libro è “On writing” di Stephen King. Se prima amavo il caro Steve, come scrittore, ora lo amo anche come uomo (bugiarda! Ti è sempre piaciuto anche come uomo. Hai sempre visto in lui un’anima dolce e molto fragile, nonostante i suoi mostri, anzi, proprio per i suoi mostri. E questo libro è una conferma). Nel retro di copertina c’è una sua foto, in cui è così dolce e timido e spaurito, da farmi desiderare di abbracciarlo per strappargli le insicurezze e le ansie che ha nel cuore, ma so che a questo compito assolve benissimo sua moglie Tabhita. Continua a leggere “Libri, tappeti e mollette” →

Ple-o-nĂ -sti-ca

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foto ©Morena Fanti – Cervo: il mare visto dalla piazzetta davanti alla “Chiesa dei Corallini”, citata nel romanzo La centesima finestra, dal muretto dove Annalisa, Dario e Fabio si sono fermati a scrutare il mare

Sdraiata con molle rilassatezza… pleonastica? sì, a volte mi piace esserlo.
Ovvio, quando non sono criptica, cosa che mi capita spesso, anche piĂą di pleonastica.
Allora: ero sdraiata in quella molle rilassatezza che deriva dal non aver lasciato lavori inconclusi e perciò, dall’essere in pace. Per mesi ho viaggiato con parole da correggere anche quando non avevo materialmente i fogli con me. Una sensazione di peso, un impedimento al volo libero, un intralcio ad altri pensieri e a nuove parole.
Stavolta no, nessun lavoro rimasto a metĂ . Perfetto o no il lavoro è spedito, ed è incredibile come mi sento leggera e in pace. Continua a leggere “Ple-o-nĂ -sti-ca” →

Due furbi occhi verdi – seconda versione

qui il primo racconto della serie (prima parte: nel post il link alla seconda parte del primo racconto).
I racconti non sono niente di speciale; l’unico motivo per cui li ho scritti… be’, spero lo capirete da soli.
Il racconto non partecipa al gioco dei blog (vedi post racconto precedente) perché è ovvio che fa parte dello stesso blog di cui al racconto precedente. Nella mia malata immaginazione questi sono I racconti di Lucia e Giuseppe.
Buona lettura

Due furbi occhi verdi

Maggio 1985

A quindici anni, Lucia, aveva lo stesso fisico che avrebbe avuto dieci anni dopo, e ne era giĂ  fin troppo consapevole. Era molto alta e, fin da quando frequentava le elementari, era sempre stata confinata nelle ultime file di banchi. Questa condizione, rendendola invisibile agli occhi dei professori, aveva influito sul suo modo di fare, che era diventato fin troppo spavaldo e sfacciato.
Scendendo dall’autobus, in arrivo da un piccolo paese della provincia, Lucia si infilò subito dentro la palazzina della stazione e, di seguito, nella toilette delle signore. Di fronte al grande specchio davanti ai lavabi, si tolse l’elastico colorato, che le aveva messo sua madre quella mattina e sciolse i lunghi capelli neri. Prese dallo zainetto un lucidalabbra rosato e lo passò abbondantemente sulle labbra che erano già rosse e carnose. Il viso non aveva bisogno di trucco: lineamenti dolcissimi in un’ovale perfetto, guance rosate e occhi di un verde così chiaro da risultare quasi trasparente.
Finalmente soddisfatta, Lucia, si guardò di nuovo allo specchio e pensò che dimostrava senz’altro qualche anno di più. L’unica nota stonata e che le causava parecchio disappunto, erano i vestiti. Sua mamma si ostinava a comprarle dei vestiti orrendi, da educanda: ad esempio, quell’orrenda gonna a fiorellini, era troppo lunga, le arrivava sotto il ginocchio, quasi a metà polpaccio, e la faceva sembrare una bambina! Lucia decise di migliorarla, arrotolandola in vita, fino a farla arrivare sopra il ginocchio di almeno dieci centimetri. “Ho due belle gambe, lunghe e diritte. Perché non farle vedere?” pensò. Passò poi a guardare con occhio critico, la camicetta, che era semplice e bianca, – naturalmente! Per quella non poteva fare niente, pensò Lucia; però slacciò i primi 3 bottoni.
Si giudicò molto carina e pensò che poteva dimostrare anche diciotto anni! Scosse la testa, per vedere che effetto facevano i capelli spettinati e gonfi, attorno al viso, e giudicò che stava molto bene. Adesso si sentiva meglio, era pronta ad andare dalla zia, non senza prima aver fatto un giro per la città.
Era da tanto tempo che desiderava fare un giro da sola, in città. Di solito era sempre scortata dalla mamma o dai fratelli maggiori, perciò la trovava noiosa. Le sue amiche, però, erano venute da sole e si erano divertite. Ma lei non aveva ancora avuto il permesso di venire da sola o con le amiche, anche solo per qualche ora. L’occasione si era presentata, perché la zia Giovanna, sorella di sua mamma Luisa, era appena uscita dall’ospedale dove aveva subito un lieve intervento chirurgico e aveva bisogno di qualcuno che le facesse compagnia e si occupasse della spesa. Lucia si era subito offerta e la zia Giovanna, che stravedeva per quella nipote, bella come il sole, aveva accolto con entusiasmo la proposta.
Adesso, mentre Lucia camminava a testa alta, con l’aria che le scompigliava i capelli e la gonna leggera, si sentiva molto grande, quasi un’adulta. Non le sfuggivano gli sguardi dei ragazzi che incontrava, capiva che la trovavano bella e ne era lusingata. “ E pensare che la mamma mi crede ancora una bambina!” – pensò, con un sorrisetto.
Da tempo si era accorta di come la guardavano i ragazzi della sua età e anche quelli più grandi, e le piaceva, lo trovava intrigante. Che cosa veramente significasse non aveva idea, ma le sue amiche dicevano spesso così, delle cose che trovavano “giuste”. Quindi intrigante, era giusto!
Si fermò all’angolo della strada e prese fuori dalla tasca, il foglietto dove aveva scritto l’indirizzo della zia. Alzò la testa per leggere la targa sul palazzo di fronte e orizzontarsi sulla strada da prendere.
Le gambe nude erano lunghe e abbronzate e la gonna, gonfia per il vento, svolazzava leggera, i capelli un po’ spettinati la facevano sembrare più grande. “Una visione” pensò Giuseppe, che la seguiva passo passo, da quando era uscita da quella toilette, mezz’ora prima. Non aveva potuto fare a meno di seguirla: l’aveva vista ed era rimasto folgorato da quella bellezza solare e da quel viso dolcissimo, anche se con un fondo di furbizia, in quegli enormi occhi verdi.
Giuseppe, venticinque anni e un metro e ottanta di altezza, portati con spavalderia, corti capelli biondi, grandi occhi neri, si fermò, fingendo di guardare una vetrina, completamente buia, perché era l’orario di chiusura e il proprietario, da quando aveva avuto un principio di incendio, quindici anni prima, spegneva sempre le luci, quando andava a casa per il pranzo.
Era a pochi passi da Lucia e non voleva che lei si accorgesse che la seguiva. Aspettò ancora qualche secondo, in cui lei continuò a guardarsi intorno, un po’ incerta, e poi si avvicinò:
“ Buongiorno. Posso essere utile? Sta, forse, cercando una strada che non conosce?”
Lucia quasi si spaventò a questa voce improvvisa e si spostò indietro, barcollando per un dislivello nel pavimento del portico. Giuseppe non si fece cogliere di sorpresa e la trattenne gentilmente per un braccio, impedendole di cadere. Poi le chiese:
“Si è fatta male, signorina?”
Lucia, che era diventata rossa in viso e si sentiva bruciare, forse anche per l’imbarazzo di quella voce gentile che la chiamava signorina, rispose con la voce un po’ incerta:
“No, grazie. Non mi sono fatta niente.”
Giuseppe si profuse in mille scuse, dicendo che era stata colpa sua, del suo avvicinarsi improvviso, che l’aveva spaventata. Per scusarsi, le propose un gelato, da mangiare insieme sulla panchina del vicino parco pubblico. Lucia, lusingata da questo invito e dalla bellezza di Giuseppe, nonché dal fatto che sembrava veramente molto “grande”, accettò con un sorriso, che si augurò essere intrigante. Seduti vicini sulla panchina, gustarono il gelato e si scaldarono al sole primaverile, chiacchierando. Veramente era Giuseppe che parlava di più, tempestandola di domande. Lucia rispondeva, felice di tante attenzioni da parte di un ragazzo così bello e gentile.
Improvvisamente Lucia si ricordò delle raccomandazioni che la mamma le aveva fatto prima della partenza: “Mi raccomando, Lucia, non ascoltare nessuno e non fermarti a parlare con nessun uomo! Se proprio devi chiedere aiuto, ferma una signora e stai attenta a non farti seguire da nessuno!” Continua a leggere “Due furbi occhi verdi – seconda versione” →

Due furbi occhi verdi – seconda parte

qui la prima parte

A queste raccomandazioni, Lucia aveva annuito, anche se non le aveva affatto comprese. Perché non poteva parlare con nessun uomo, quando invece in paese era abituata a parlare con tutti, e tutti erano gentili con lei?
Giuseppe, intanto le aveva chiesto qualcosa e, non sentendo risposta da lei, la chiamò:
“Lucia, hai sentito cosa ti ho detto? Allora, vuoi salire da me? Abito proprio nella strada qui a fianco e potresti riposarti qualche minuto. Dopo che ti sarai riposata, ti accompagnerò da tua zia. Vedrai, faremo prestissimo.”
Lucia, confusa dalla cittĂ  e dalla gentilezza di Giuseppe, annuì senza parlare. Andarono in casa di Giuseppe; l’appartamento era al secondo piano di una casa molto vecchia, come tutte quelle della zona, e abitata principalmente da studenti e lavoratori venuti da altre cittĂ . Per le scale si sentiva un odore di cucina, come di verdure cotte troppo a lungo e cipolla soffritta. Lo stomaco di Lucia, si ribellò a quell’odore e lei si sentì quasi svenire, perciò quando Giuseppe aprì la porta e la fece passare in un buio corridoio, lei gli si appoggiò contro, come per sostenersi.
Giuseppe dovette quasi trascinarla fino ad un angolo in cui c’era un divano letto, per fortuna in quel momento, nel suo aspetto diurno. La casa era molto ordinata, contrariamente a quello che si poteva immaginare, e pulita. Lucia ne fu confortata e si appoggiò contro i cuscini del divano, chiudendo gli occhi.
Si sentiva improvvisamente stanca, troppo stanca per pensare di camminare ancora, e accaldata. Forse il malessere che sentiva era dovuto alla città che non conosceva e alla tensione di fare qualcosa di così nuovo per lei, pensò.
Giuseppe le portò un bicchiere d’acqua fresca, che lei bevve avidamente e poi, quando la vide riprendere un po’ di colore in quel viso così bello e dolce, si sedette sul divano, vicino a lei. Le accarezzò una guancia, seguendo con il dito la linea dell’ovale perfetto del viso. Continua a leggere “Due furbi occhi verdi – seconda parte” →

Due furbi occhi verdi – prima parte

Maggio 1965

A quindici anni Lucia aveva già, senza saperlo, lo stesso fisico che avrebbe avuto dieci anni dopo, quando ne sarebbe stata fin troppo consapevole. Era molto alta e, fin da quando frequentava le elementari, era sempre stata confinata nelle ultime file di banchi; condizione che aveva influito sul suo carattere solitario e taciturno. Aveva lunghi capelli scuri, legati in una semplice coda, che le dondolava sulla schiena ad ogni passo, e occhi di un azzurro così chiaro da risultare quasi trasparente. Un viso dolcissimo dai lineamenti perfetti, labbra piene e carnose e gote così rosate da sembrare dipinte.
Del fisico vi ho giĂ  parlato e, se l’aveste vista anche voi, non avremmo bisogno di scambiarci parole. L’unica nota stonata in tutto questo splendore era l’abbigliamento: semplici scarpe nere con le stringhe, gonna grigio scuro, un po’ tirata sui fianchi (forse Lucia era cresciuta molto nell’ultimo anno), lunga fin sotto il ginocchio e una scialba camicetta: bianca – come dubitarne?-, che doveva essere stata brutta anche da nuova. Il tutto aveva un’aria molto usata e insignificante, oltre che economica.
Questo era, forse, l’unico motivo per cui qualcuno, fra gli uomini che passavano in quella stretta strada del centro, non l’aveva notata. PerchĂ© non era vestita come le sue coetanee e sembrava piĂą vecchia della sua etĂ  e non degna di nota.
Questo era un bene, perchĂ© Lucia era appena scesa da un autobus che proveniva da un piccolo paese della provincia, e non sapeva niente della cittĂ . Non sapeva niente degli uomini e dei loro desideri. Era cresciuta troppo e troppo in fretta, senza rendersi conto di come appariva agli altri. Solo certe volte, di fronte a certi sguardi, certe occhiate che non capiva, si sentiva a disagio, come chi non è al posto giusto. Continua a leggere “Due furbi occhi verdi – prima parte” →