C’era aria di festa – ricordando il due agosto

Ha gli occhi pieni di polvere, gli bruciano. Dietro il suono basso che occupa le sue orecchie, sente delle grida, delle sirene, e su tutto aleggia un odore che non riesce a definire. Si trascina sino al muro, appoggia la schiena, si gira e guarda. Il vento dirada la polvere e il fumo; si osserva le mani sporche di sangue, le schegge di vetro conficcate nelle palme. I calzoni sono lacerati, ha perso una scarpa. Vede passare della gente, poi un’ambulanza; cerca di gridare ma non gli esce niente dalla gola. Allora scatta in avanti e si sveglia, nel letto di casa; quelle immagini distanti per un po’ si sovrappongono al buio della stanza. Infine si dissolvono. La moglie sobbalza, accende la luce, tutto quel passato svanisce. Lei non dice niente. Gli passa una mano sulla schiena e aspetta.
Lui continua a guardare il muro di fronte, quello con il quadro di Venezia al tramonto, e dice solo: – È passato.
Dopo 37 anni, sonniferi e tranquillanti, e una vita ricostruita lontano da Bologna, non riesce a liberarsene. Si passa la lingua sulle labbra e dice: – Scendo. Continua a leggere “C’era aria di festa – ricordando il due agosto”

Pantaloni bianchi – otto e nove

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In questa versione del racconto, troviamo parecchie modifiche: lo sguardo iniziale dell’uomo che ammira ‘pantaloni bianchi’, e il suo sorriso, hanno perso di significato e sono stati eliminati. Al loro posto lo sguardo di un portiere.
All’incontro va anche l’uomo che ora si chiama Aldo e che si è rotto una gamba cadendo in cantiere. È sparita anche la scatola con i gioielli rubati e la somma offerta è dovuta a un ricatto che i due stanno facendo…

***

Ho indossato i pantaloni bianchi; mi stanno alla perfezione, si vede che sono di uno stilista. Mai avuto un capo così bello prima d’ora.
Quando siamo scesi, anche il portiere, che smistava la posta, si è fermato e mi ha seguita con lo sguardo ammirato.
Almeno lui, perché Aldo, invece, non si è neppure accorto come sono vestita.
Anche ora cammina davanti a me, saltellando sulla stampella. Pochi passi e siamo arrivati. Aldo si siede, sbuffa e guarda l’orologio.
Il cameriere ci chiede se vogliamo ordinare; Aldo prende un analcolico. In quel momento alziamo lo sguardo e vediamo arrivare l’uomo, un po’ di corsa. Indossa un abito stropicciato e ha il viso sudato.
Si avvicina e ci porge la mano, ma Aldo non si muove e gli dice: “Non perdiamo tempo. Parliamo d’affari”.
Lui deglutisce prima di parlare: “Certo”. Si passa un fazzoletto di carta sulla fronte. Se ne sta lì in piedi, sposta lo sguardo da Aldo a me e viceversa.
“Si sieda, no? Vuole attirare l’attenzione?”. Aldo gli fa un gesto brusco.
Lui si lascia andare sulla sedia di plastica bianca e rimane in attesa.
“Avete deciso la cifra?”. Decido d’intervenire.
Lui non apre bocca, infila la mano in tasca ed estrae un foglio piegato in quattro. Lo prendo e apro. “Diecimila? Non se ne parla” e gli rendo il foglio. Continua a leggere “Pantaloni bianchi – otto e nove”

Pantaloni bianchi – sei e sette

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La storia s’ingarbuglia, alcune cose non tornano: è il caso di iniziare a dare una direzione al testo. Non si capisce perché l’ometto debba dare dei soldi a ‘pantaloni bianchi’ e al suo uomo: a quanto sembra, i due devono vendere dei gioielli rubati e lui li compra. Però ci sono ancora sbavature e incongruenze (dovute al fatto che Marco e io non abbiamo studiato la storia a tavolino, cosa che forse sarebbe auspicabile se si vuole scrivere a quattro mani) e dobbiamo aggiustare il tiro.
Dopo altre due revisioni il testo è questo:

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Pantaloni bianchi – quattro e cinque

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La storia sta prendendo corpo: abbiamo ‘pantaloni bianchi’, un ometto che viene con una proposta e un lui, all’inizio chiamato Enrico e poi cambiato in Aldo, che attende con ansia la proposta e il relativo pacchetto monetario.
Però c’è una valutazione, cosa assai diversa dall’offerta, che presuppone uno scambio diverso, e ci sono altre cose che non filano come dovrebbero; con la versione quattro e cinque si iniziano a sistemare, anche se la storia è ancora in alto mare e in mezzo ci sono degli appunti e i dubbi che arrivano puntuali a ogni rilettura:

***
Ho i pantaloni bianchi. Mai avuti pantaloni bianchi prima d’ora.
Sono belli, fanno luce sotto il sole e la gamba sembra più scura. Bel contrasto.
C’era un uomo davanti al bar e quando sono passata ha abbassato il giornale che stava leggendo e mi ha seguita con lo sguardo. Era uno sguardo che non faceva male. Allora mi sono voltata e lui mi ha sorriso. Continua a leggere “Pantaloni bianchi – quattro e cinque”

Pantaloni bianchi – tre

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Dopo l’integrazione di Marco mi sono trovata a dover decidere che strada dare al nostro racconto (in blu la parte nuova).

***

Ho i pantaloni bianchi. Mai avuti pantaloni bianchi prima d’ora.
Sono belli, fanno luce sotto il sole e la gamba sembra più scura. Bel contrasto.
C’era un uomo davanti al bar e quando sono passata ha abbassato il giornale che stava leggendo e mi ha seguita con lo sguardo. Era uno sguardo che non faceva male. Allora mi sono voltata e lui mi ha sorriso.
Lucia dice che dal sorriso di un uomo puoi capire tante cose; io credo sia vero. L’uomo pensava a sua figlia ne sono sicura. Forse ha una figlia piccola e ha pensato che quando sarà grande e camminerà indossando pantaloni bianchi, gli uomini si gireranno per ammirarla.
Era un sorriso dolce. Per un po’ l’ho portato con me. Ho camminato sino al bar che ha la terrazza sulla spiaggia, e palafitte che affondano tra rocce e sabbia. Sono rimasta indecisa davanti all’entrata, finché non ho scelto di sedere a uno dei tavolini sulla passeggiata. Ho ordinato un analcolico, poi ho sorriso al ragazzo che ha preso l’ordinazione e gli ho chiesto di sistemare l’ombrellone in modo che il sole non mi infastidisse.

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Pantaloni bianchi – due

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Dopo avere ricevuto il mio incipit, Marco Freccero ha proseguito così (in blu una modifica/aggiunta e in rosso la parte nuova):

Ho i pantaloni bianchi. Mai avuti pantaloni bianchi prima d’ora.
Sono belli, fanno luce sotto il sole e la gamba sembra più scura. Bel contrasto.
C’era un uomo davanti al bar e quando sono passata ha abbassato il giornale che stava leggendo e mi ha seguita con lo sguardo. Era uno sguardo che non faceva male. Allora mi sono voltata e lui mi ha sorriso.
Lucia dice che dal sorriso di un uomo puoi capire tante cose; io credo sia vero. L’uomo pensava a sua figlia ne sono sicura. Forse ha una figlia piccola e ha pensato che quando sarà grande e camminerà indossando pantaloni bianchi, gli uomini si gireranno per ammirarla.
Era un sorriso dolce.

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Pantaloni bianchi – uno

Ora che il gioco dei racconti a quattro mani è terminato e si può affermare la paternità dei racconti, inizio la pubblicazione/resoconto del racconto che Marco Freccero ha scritto insieme a me.
Per chi è curioso di conoscere il modus operandi, dirò che all’inizio non ne avevamo nessuno: non ci siamo consultati su che tipo di storia volevamo scrivere e non abbiamo preparato una lista di idee possibili. Io ho mandato qualche frase, un incipit scritto al momento, forse una cosa che avrei postato nel blog, Marco ha detto che gli piaceva e abbiamo proseguito. Continua a leggere “Pantaloni bianchi – uno”

A quattro mani è meglio ma con cautela

Oggi, domani e domenica si votano i racconti a quattro mani sul blog di Remo Bassini. Questo è il quarto anno (che costanza) che partecipo a questa singolar tenzone e ho sempre avuto dei soci di scrittura con cui mi sono divertita a creare storie: Stefano Mina, Paolo Zardi, Sonia Sacrato.
Anche quest’anno, con Marco Freccero, è andata molto bene, e lo dico prima delle votazioni perché non è questo che importa. Continua a leggere “A quattro mani è meglio ma con cautela”

Strategie di mercato – racconto a quattro mani


di Sonia Sacrato e Morena Fanti

Speriamo almeno mi capiti la dottoressa, che tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su, che ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante. Che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, è naturale che io possa… ma chiedere un test di gravidanza significa ammettere di avere un dubbio.
Ma che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura, sono stata attenta, non devo preoccuparmi.
Adesso respiro e mi calmo.
Invece no! Non mi calmo per nulla! Io non dovrei essere qui. Io dovrei essere in ufficio, a preparare il breafing per la discussione delle nuove strategie di marketing.
Ho gli ultimi dati da verificare e la presentazione da sistemare; il Consiglio di Amministrazione si aspetta di avere dati certi, ordinati e precisi.
Ordine e metodo. Non sarei arrivata a questo livello alla mia età se non avessi pianificato ogni singolo passo della mia carriera, della mia vita.
Così funziona: niente distrazioni, niente tempo perso in chiacchiere inutili e in sogni a occhi aperti. La vita va vissuta con idee concrete, occhi fissi sugli obiettivi e testa bassa.
Io alle prese con pannolini e biberon? Continua a leggere “Strategie di mercato – racconto a quattro mani”

Come nasce un racconto (7)

Ripartiamo da qui. Con il titolo Strategie di mercato, Sonia mi ha suscitato l’immagine di questa donna, Simona, molto dedita al suo lavoro. Una donna molto pianificata, studiata, strutturata. Una donna che fa marketing e studia grafici e mercati. Da qui a definirla ancora di più dedita alle strategie, fino a studiarne una per accalappiare un nuovo fidanzato (e non me ne vogliano né le donne ben inquadrate professionalmente né i fidanzati) il passo è stato brevissimo. Ho già detto che quando Sonia ha ricevuto il mio file è rimasta perplessa sul finale della storia.
Abbiamo almanaccato ancora un po’ (4 o 5 mail) e infine lei ha elaborato un nuovo file. Siamo ormai alla fine e la prossima volta pubblicherò il racconto nella sua stesura finale senza ulteriori commenti (cosa sono quegli occhi rivolti al cielo?)…

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Strategie di mercato

Speriamo almeno mi capiti la dottoressa, che tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su che io ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, è del tutto normale che io possa… ma chiedere un test di gravidanza significa, per me, ammettere di avere un dubbio.
Ma no, che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra: per questo ho un ritardo. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura, siamo stati attenti, non devo preoccuparmi.
Adesso respiro e mi calmo. Continua a leggere “Come nasce un racconto (7)”

Come nasce un racconto (6)

Nella quinta puntata abbiamo scoperto il titolo del nostro racconto.
Il titolo ha molta importanza, può condizionare la storia, le scelte linguistiche e perfino lo stile. Noi eravamo già verso la fine e quindi avevamo già fatto le nostre scelte. Il titolo è arrivato quando stavamo per approdare al prodotto finito. Ma.

Ma naturalmente, quel titolo, con quel personaggio, ha stimolato la mia fantasia e mi ha fatto cambiare qualche frase, soprattutto la frase finale che tanto non è piaciuta. 

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Strategie di mercato

Speriamo almeno mi capiti la dottoressa, che tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su che io ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, è del tutto normale che io possa… ma chiedere un test di gravidanza significa, per me, ammettere di avere un dubbio.
Ma no, che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra: per questo ho un ritardo. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura, siamo stati attenti, non devo preoccuparmi.
Adesso respiro e mi calmo. Continua a leggere “Come nasce un racconto (6)”

Come nasce un racconto (5)

 Nella quarta puntata mi domandavo che titolo dovessimo dare alla nostra creatura e ho scritto qualche idea a Sonia.
Nei giorni seguenti mi stavo affezionando al titolo Fuori tempo. Mi sembrava indicasse il senso del racconto: quando Simona inizia ad accarezzare l’idea di famiglia, scopre che lui è già andato oltre.
Ma Sonia ha fatto un’altra proposta ed è quella che leggete sotto.

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Strategie di mercato

Speriamo almeno mi capiti la dottoressa, che almeno tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su che io ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, è del tutto normale che io possa… ma chiedere un test di gravidanza significa, per me, ammettere di avere un dubbio.
Ma no, che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra: per questo ho un ritardo. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura, siamo stati attenti, non devo preoccuparmi. Continua a leggere “Come nasce un racconto (5)”

Come nasce un racconto (4)

Dal file precedente ho eliminato alcune parti, rifinito i dialoghi e i personaggi. A questo punto, per sapere dove andare, ho desiderato un titiolo: il titolo aiuta molto, certe volte ti mostra la direzione verso cui andare.

Queste sono le mie prime idee:

Fuori tempo
Fuori fase
Sconosciuti
Organizzazione

Gestire la gestazione (questo è uno scherzo. un bisticcio di parole)

Ho mandato tutto a Sonia e le ho scritto di dirmi la sua idea.
Intanto leggiamo il nuovo file:

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Oddio, speriamo mi capiti la dottoressa, che almeno tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su che io ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, sono maggiorenne ed è del tutto normale che io possa… però chiedere un test di gravidanza significa ammettere di avere un dubbio.
Ma no, che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra: per questo ho un ritardo. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura che siamo stati attenti, che non devo preoccuparmi. Continua a leggere “Come nasce un racconto (4)”

Come nasce un racconto (3)

Dopo le mie modifiche (leggere qui), ho spedito il file a Sonia. Naturalmente è toccato a lei essere spiazzata dal taglio diverso che io avevo dato alla storia (in questo tipo di scrittura, senza piano e idee concordate, ci si stupisce reciprocamente ad ogni scambio di file). Sonia ha lavorato sulla percezione dei personaggi e sulle loro idee dell’essere ‘genitori’.
Ed ecco il file di ritorno con le sue modifiche, alcune aggiunte e tagli.

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Oddio, speriamo mi capiti la dottoressa, che almeno tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su che io ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, sono maggiorenne ed è del tutto normale che io possa… E poi, in questo caso non è imbarazzante come chiedere una pomata per le emorroidi. Chiedere un test di gravidanza significa ammettere di avere un dubbio.
Ma no, che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra: per questo ho un ritardo. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura che siamo stati attenti, che non devo preoccuparmi di nulla. Continua a leggere “Come nasce un racconto (3)”

Come nasce un racconto (2)

Ripartiamo da qui, con il primo file scritto da Sonia. Quando l’ho letto ho pensato che la donna del racconto, con i suoi timori di diventare madre, non aveva capito nulla del suo compagno. Ho immaginato che lui, invece, avesse il desiderio opposto e non vedesse l’ora di essere padre. Inoltre ho immaginato che… 

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Oddio, speriamo mi capiti la dottoressa, che almeno tra donne ci si capisce.
Anche se la signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Ma per chiedere un aspirina deve proprio raccontarle la storia della sua vita? Dai, su che ho fretta…
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante… che poi, dovrei vederla come una cosa normale, no? Io sono una donna, sono maggiorenne ed è del tutto normale che io possa… E poi, in questo caso non è solo imbarazzante, non è come chiedere una pomata per le emorroidi, che se non ricordi il nome della marca e devi specificare il concetto la voce ti si strozza in gola e diventi paonazza… Chiedere un test di gravidanza, dirlo per la prima volta a voce alta significa ammettere di avere un dubbio. Chiamare la cosa con il proprio nome. Continua a leggere “Come nasce un racconto (2)”