Ma il monaco si fa anche senza l’abito?

Sottotitolo: che cosa dovremmo guardare in una persona.

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La vita felice – di Elena Varvello

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Un incipit che non si può mollare, un romanzo in cui ho riposto molte aspettative: l’immagine l’ha postata Michela Murgia nella sua pagina Facebook e queste sono le parole con cui ha detto del libro di Elena Varvello:

 

Questo bel romanzo è un noir e quindi, contrariamente al titolo, la vita dei personaggi proprio così felice non è. La voce narrante è quella del figlio sedicenne di una famiglia apparentemente normale, il cui padre però durante l’estate del 1978 comincia a fare qualcosa di molto brutto. Il coinvolgimento drammatico c’è sin dalle prime righe, ma Varvello – già apprezzata dieci anni fa in una strepitosa collezione di racconti che la portò allo Strega – è una narratrice finissima, che sa come caricare l’arco della tensione senza spezzarlo. Il padre, la madre e il ragazzo vivono in una valle che si finge canavese o forse bergamasca, ma ricorda da vicino certa provincia degli Stati Uniti del sud. Il licenziamento dell’uomo, la complicità implicita e oscura della moglie, un passato da chiarire, dei vicini di casa da evitare e una follia latente danno forma a una storia elettrica e triste insieme, vista sì con gli occhi di un ragazzo, ma scritta con l’intelligenza adulta di chi sa che in certe vite nessuno alla fine si salva davvero.

Chi dovrebbe leggerlo?

Le brutte persone come me. Chi legge volentieri i noir (ma meno volentieri i gialli), i lettori di Raymond Carver, Stephen King, Ammaniti e Flannery O’Connor, gente che ama il lato oscuro delle cose e delle persone al punto da andarselo a cercare anche mentre gli altri giocano a racchettoni. E’ una buona sfida anche per chi crede che questo sia un genere in cui le donne non sono capaci: Varvello ha pronto un pugno in pancia per loro.

Chi non dovrebbe leggerlo?

Chi d’estate preferisce storie solari come il clima, magari d’amore o comunque rassicuranti. Chi sta pensando di trasferirsi in Val Brembana o in Alabama. Chi ha il culto dei valori familiari e non ama entrare in romanzi che li discutano troppo. Soprattutto lo sconsiglio a chi non vuol sentirsi dire che di padri ne esistono di due tipi: uno è quello che di notte ti conforta e ti dice che il Babau non esiste. L’altro è quello che il Babau è lui.

 Siccome io sono di certo una brutta persona, ma ancor più sono una lettrice di Carver, King e della O’Connor, non potevo esimermi da questa lettura.
Ebbene, è stata una bella lettura? Sì.
La scrittura della Varvello è interessante? Sì.
La storia è ben congegnata? No.

La storia è buona, anzi ottima. La scrittura di Varvello è perfetta. Allora, cosa c’è che non va?
La voce narrante è Elia, il sedicenne figlio di quel padre che portò nel bosco una ragazza, e io la trovo una scelta non perfetta. Avrei preferito, e di certo la storia ne avrebbe giovato, che la voce narrante esplorasse le teste degli altri personaggi: affidare una storia come questa a un sedicenne – che tra l’altro non sa come è andata la faccenda ma lo può solo intuire – non è la scelta più oculata per farci entrare in quel bosco.
I capitoli si intervallano con la storia attuale, e cioè Elia che va in giro, conosce un coetaneo, la di lui madre con cui finirà sul letto, vede la madre in un mare di impotenza e il padre che alterna tratti di lucidità a momenti di incertezza e di opacità, e momenti in cui vediamo il padre nel bosco – narrato da chi, Varvello? – insieme alla ragazza a cui ha dato il passaggio. Ma, siccome la voce narrante dicono sia quella di Elia, come poteva sapere lui cosa aveva fatto il padre? E, soprattutto che senso ha che ci racconti cose che ha solo immaginato?
Se il lettore già deve operare di fantasia quando l’autore sa come si sta muovendo, cosa accade quando un lettore si trova alle prese di ipotesi e invenzioni all’interno di un’altra invenzione?
Ecco, questa scelta è per me molto sbagliata. Si finisce per non approfondire nulla – che era la cosa che mi aveva attirato – e la storia ne esce troppo frammentata e carente. Se voleva proprio usare Elia come voce narrante, poteva, a mio parere – e immagino che a Elena Varvello non interessi nulla delle mie elucubrazioni ed è ovvio sia così: ho sempre difeso le idee dell’autore e ognuno si scriva i suoi libri e l’ultimo chiuda la porta!* – nelle parti in cui vediamo il bosco, fare narrare al padre.
Alla fine, il romanzo, sembra un’opera scritta per compiacere qualcuno usando un argomento che ha evidente presa sul pubblico. La maestrìa nella scrittura di Varvello ben si presta a storie con atmosfera cupa e silenzi minacciosi e questa è l’unica cosa su cui non si può discutere.
Ma in un romanzo non solo questo conta.

Molti hanno avvicinato il suo nome a quello di Carver. Sto pensando a come sarebbe se questa storia l’avesse scritta lui, anche se non è una storia che lui avrebbe immaginato.

  • una dotta citazione, come potete vedere dal video. E un gioco/rimando tra Carter e Carver 😉

Accendo racconti come faceva mia nonna – intervista a Michela Murgia

Accendo racconti come faceva mia nonna

“Scrivo per scaldare gli altri” dice Michela Murgia. Che nel nuovo romanzo parla di feste, processioni, piccole rivalità. E di infanzie avventurose. Che non ci sono più

di Anna Maria Speroni, foto di Nicola De Luigi

Sono cresciuta nella convinzione che la Sardegna fosse il centro del mondo, e Cabras il suo piercing. Non ho mai avuto voglia di andare via. Ma una comunità coesa è luogo di contraddizioni: la sbarra che ti sorregge è la stessa che ti rinchiude».
Tre anni fa, con Accabadora, Michela Murgia aveva ammaliato i lettori con una storia ambientata in una comunità «interagente e solidale anche nei segreti». L’incontro (Einaudi), in questi giorni in libreria, di una realtà simile mette in luce le contraddizioni. Lo spunto è autobiografico: «L’incontro è una festa diffusa in tutta la Sardegna: il giorno di Pasqua le statue di Gesù e della madonna vengono portate in due processioni distinte che si riuniscono in un luogo stabilito. Ma una volta, a Cabras, un’inimicizia tra parrocchie complicò l’evento. Io racconto la storia dal punto di vista di un bambino. Il quale, in un’estate che segnerà la sua crescita, capisce che non esiste solo il “noi”: a volte ci vuole anche l’“io”. Quando tutti pensano la stessa cosa, vuol dire che qualcuno non sta pensando. Il romanzo si svolge negli anni ’80, ma il tema della comunità e dei suoi confini è attuale. Continua a leggere “Accendo racconti come faceva mia nonna – intervista a Michela Murgia” →

Ma allora ditelo! Del sedicente Festival dell’inedito

Essere un esordiente oggi è un valore. L’esordiente ha mercato e il mercato cerca l’esordiente.
Perciò, tutti voi che state chiusi in casa a scrivere libri, avete sbagliato mestiere. Non sono i libri, l’oggetto da vendere, sono gli scrittori.
Pensate che l’editoria a pagamento sia uno spremiautori?
Non avete ancora sentito del Festival dell’inedito.

Dunque, un bel po’ di gente, di associazioni e di marchi, nonché di istituzioni, tipo la Siae – la Siae non ha organizzato, partecipa solo come referente per il diritto d’autore -, si sono riuniti per ideare, organizzare e promuovere questa meraviglia che ancora mancava: il Festival in cui uno scrittore esordiente può trovare il suo pubblico, farsi leggere e acclamare.
Naturalmente, se ha un bel portafogli pieno. Ogni step di questa iniziativa ha un costo non piccolo. Continua a leggere “Ma allora ditelo! Del sedicente Festival dell’inedito” →

Di libro in libro

Di recente ho letto alcuni libri scelti d’impulso e altri che avevo richiesto appositamente [vado sempre in una piccola biblioteca che non ha tutti i libri che vorrei ma ho scoperto i benefici del prestito interbibliotecario, una comodità che consiglio a tutti. Si verifica la disponibilità del volume sul sito OPAC Sebina (non mi accetta il link, scusate) per il Polo bibliotecario bolognese, ma esiste anche per le altre città, e si fa la richiesta alla biblioteca dove andiamo di solito. Comodo, no?] e ho fatto qualche scoperta.

Tipo Accabadora di Michela Murgia che già mi piaceva per come scrive gli articoli e per come sa puntare lo sguardo sulla società ma che ancora non conoscevo come scrittrice di romanzi. Non solo ha scritto una storia piena e forte ma ha usato un linguaggio affascinante e non banale, a metà tra la poesia e il cielo. Credo che la Murgia sia una delle migliori scrittrici italiane che io abbia mai letto.
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Un terzo – lezione 32 e 33

spiaggia Numana 2770

Ogni tanto devo correre e recuperare le lezioni. Oggi abbiamo la lezione numero trentatre, sul linguaggio e le ripetizioni (uh, siamo ad un terzo. Lo scrivo nel titolo) e poi c’è la lezione di ieri, la numero trentadue che continua il discorso sull’originalità nella nostra scrittura. Sono tutti punti fondamentali, da tenere ben presenti. Credo che ogni tanto dovremmo rileggere ciò che abbiamo scritto e ascoltare come suona. Sempre che da soli si possa fare un lavoro simile. Io mi sono procurata del lettori. Continua a leggere “Un terzo – lezione 32 e 33” →