L’estetica della pagina scritta

[Paul Gauguin, Nafea Faa Ipoipo (Quando ti sposi?, ndr), 1892]

Da quando ho iniziato il mio percorso di scrittura ho modificato tante cose: sarebbe bello dire in meglio, ma questo non posso dirmelo da sola.
Ho tentato di correggere errori e modi sbagliati di fare le cose, ho sistemato qualche accento (non quello su ‘perché’ che l’ho sempre gestito bene), ho migliorato la punteggiatura. Continue reading “L’estetica della pagina scritta”

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Sui corsi di scrittura

L’argomento si ripresenta a ondate: servono davvero i corsi di scrittura?
I pareri sono, com’è giusto che sia, discordanti e vari: si va dai “no” secchi e decisi ai “la scrittura non si può insegnare”, ai “servono solo ad arricchire chi li propone”.
La verità potrebbe essere meno secca e decisa, anche se, andando a verificare i costi di certi corsi di scrittura capisci che davvero possono servire ad arricchire chi li propone – in questa pagina si parla di 5.500 euro, suddivisibili, eh!. Continue reading “Sui corsi di scrittura”

Coalescere cosa?

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Sto leggendo La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Lo so, non è una gran notizia visto che il libro è uscito nel 2008, ma io arrivo spesso ultima soprattutto per i libri molto acclamati. E comunque, anche questo libro è un prestito.
Devo dire che pensavo peggio. Il romanzo ha una buona costruzione (finora) e due personaggi molto complessi. Il mio timore è che poi l’autore non riesca a consolidare la vicenda e abbia messo troppe cose sul piatto. Continue reading “Coalescere cosa?”

La scala di ferro – di Georges Simenon

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Sulla bravura di Simenon credo nessuno possa discutere. Ma chi lo conosce solo per i suoi romanzi in cui è protagonista Maigret – peraltro bellissimi – deve assolutamente leggere gli altri romanzi, quelli dall’atmosfera un po’ torbida che molti definiscono ‘noir’. Uno di questi eccelsi racconti è La scala di ferro – traduzione di Laura Frausin Guarino -, di cui ho parafrasato l’incipit nel mio post precedente. Continue reading “La scala di ferro – di Georges Simenon”

Incipit d’autore – uno

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Il foglio riportava questo appunto: “Mercoledì. Ora della crisi: 13,30. Durata 25 minuti. Nausea e dolori forti. Mangiato passato di zucca”. Un cerchio intorno alle  parole ‘passato di zucca’ significava che sua moglie non l’aveva mangiato. Erano anni che, per paura di ingrassare, evitava passati e cibi grassi.
Non sapeva se Marcella, la signora a ore che aiutava anche in cucina, l’aveva mangiato. Non osava chiederlo. Continue reading “Incipit d’autore – uno”

La vita felice – di Elena Varvello

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Un incipit che non si può mollare, un romanzo in cui ho riposto molte aspettative: l’immagine l’ha postata Michela Murgia nella sua pagina Facebook e queste sono le parole con cui ha detto del libro di Elena Varvello:

 

Questo bel romanzo è un noir e quindi, contrariamente al titolo, la vita dei personaggi proprio così felice non è. La voce narrante è quella del figlio sedicenne di una famiglia apparentemente normale, il cui padre però durante l’estate del 1978 comincia a fare qualcosa di molto brutto. Il coinvolgimento drammatico c’è sin dalle prime righe, ma Varvello – già apprezzata dieci anni fa in una strepitosa collezione di racconti che la portò allo Strega – è una narratrice finissima, che sa come caricare l’arco della tensione senza spezzarlo. Il padre, la madre e il ragazzo vivono in una valle che si finge canavese o forse bergamasca, ma ricorda da vicino certa provincia degli Stati Uniti del sud. Il licenziamento dell’uomo, la complicità implicita e oscura della moglie, un passato da chiarire, dei vicini di casa da evitare e una follia latente danno forma a una storia elettrica e triste insieme, vista sì con gli occhi di un ragazzo, ma scritta con l’intelligenza adulta di chi sa che in certe vite nessuno alla fine si salva davvero.

Chi dovrebbe leggerlo?

Le brutte persone come me. Chi legge volentieri i noir (ma meno volentieri i gialli), i lettori di Raymond Carver, Stephen King, Ammaniti e Flannery O’Connor, gente che ama il lato oscuro delle cose e delle persone al punto da andarselo a cercare anche mentre gli altri giocano a racchettoni. E’ una buona sfida anche per chi crede che questo sia un genere in cui le donne non sono capaci: Varvello ha pronto un pugno in pancia per loro.

Chi non dovrebbe leggerlo?

Chi d’estate preferisce storie solari come il clima, magari d’amore o comunque rassicuranti. Chi sta pensando di trasferirsi in Val Brembana o in Alabama. Chi ha il culto dei valori familiari e non ama entrare in romanzi che li discutano troppo. Soprattutto lo sconsiglio a chi non vuol sentirsi dire che di padri ne esistono di due tipi: uno è quello che di notte ti conforta e ti dice che il Babau non esiste. L’altro è quello che il Babau è lui.

 Siccome io sono di certo una brutta persona, ma ancor più sono una lettrice di Carver, King e della O’Connor, non potevo esimermi da questa lettura.
Ebbene, è stata una bella lettura? Sì.
La scrittura della Varvello è interessante? Sì.
La storia è ben congegnata? No.

La storia è buona, anzi ottima. La scrittura di Varvello è perfetta. Allora, cosa c’è che non va?
La voce narrante è Elia, il sedicenne figlio di quel padre che portò nel bosco una ragazza, e io la trovo una scelta non perfetta. Avrei preferito, e di certo la storia ne avrebbe giovato, che la voce narrante esplorasse le teste degli altri personaggi: affidare una storia come questa a un sedicenne – che tra l’altro non sa come è andata la faccenda ma lo può solo intuire – non è la scelta più oculata per farci entrare in quel bosco.
I capitoli si intervallano con la storia attuale, e cioè Elia che va in giro, conosce un coetaneo, la di lui madre con cui finirà sul letto, vede la madre in un mare di impotenza e il padre che alterna tratti di lucidità a momenti di incertezza e di opacità, e momenti in cui vediamo il padre nel bosco – narrato da chi, Varvello? – insieme alla ragazza a cui ha dato il passaggio. Ma, siccome la voce narrante dicono sia quella di Elia, come poteva sapere lui cosa aveva fatto il padre? E, soprattutto che senso ha che ci racconti cose che ha solo immaginato?
Se il lettore già deve operare di fantasia quando l’autore sa come si sta muovendo, cosa accade quando un lettore si trova alle prese di ipotesi e invenzioni all’interno di un’altra invenzione?
Ecco, questa scelta è per me molto sbagliata. Si finisce per non approfondire nulla – che era la cosa che mi aveva attirato – e la storia ne esce troppo frammentata e carente. Se voleva proprio usare Elia come voce narrante, poteva, a mio parere – e immagino che a Elena Varvello non interessi nulla delle mie elucubrazioni ed è ovvio sia così: ho sempre difeso le idee dell’autore e ognuno si scriva i suoi libri e l’ultimo chiuda la porta!* – nelle parti in cui vediamo il bosco, fare narrare al padre.
Alla fine, il romanzo, sembra un’opera scritta per compiacere qualcuno usando un argomento che ha evidente presa sul pubblico. La maestrìa nella scrittura di Varvello ben si presta a storie con atmosfera cupa e silenzi minacciosi e questa è l’unica cosa su cui non si può discutere.
Ma in un romanzo non solo questo conta.

Molti hanno avvicinato il suo nome a quello di Carver. Sto pensando a come sarebbe se questa storia l’avesse scritta lui, anche se non è una storia che lui avrebbe immaginato.

  • una dotta citazione, come potete vedere dal video. E un gioco/rimando tra Carter e Carver 😉

Letture estive

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Questa estate, e ancora non è terminata, ho letto alcuni libri interessanti. In qualcuno c’era un’ottima idea, in altri ottima scrittura. Qualcuno ha pure avuto una buona storia insieme a una buona scrittura. Mica male, eh?
In qualcuno non mi ha soddisfatta il finale, in altri il percorso della vicenda.
Ma da ognuno ho cercato di prendere il buono che c’era.
Un po’ come si fa con le persone.
Comunque, faccio un elenco sparso senza fare recensioni: Continue reading “Letture estive”