Anton – un mio racconto del 2001

Genova: scuola Diaz

 

Nello zaino aveva la maglia nera e una kefia dello stesso colore (meno determinante di un passamontagna, in caso di perquisizione). Aveva anche un bastone e una maschera antigas. Poteva giustificarle dicendo che aveva paura di un attacco da parte della Polizia.
Sperava che non ci sarebbe stata nessuna perquisizione, di essere abbastanza protetto in mezzo al gruppo in cui si era infiltrato. Adesso doveva solo trovare gli altri.
Credeva di avere già individuato quei tre là in fondo, che stavano parecchio da soli. Anche in questo momento, in cui tutti partecipavano all’assemblea, presieduta da Agnoletto, loro stavano in fondo all’aula e parlavano sottovoce, ignorando i discorsi degli altri.
Anton decise che era il momento di verificare le sue impressioni. Si avvicinò cautamente ai tre e chiese:
“Posso sedermi qui con voi? I discorsi degli altri mi fanno schifo. Guardate come ascoltano tutti  quello stronzo di Agnoletto con  quella faccia  da  finto pacifista e quei suoi occhialini del cazzo.”
I tre lo guardarono con diffidenza ma quello che doveva essere il capo, fece cenno di sì con la testa. Ancora non aveva fiatato nessuno. Anton si sedette. Mise la mano in tasca e, sotto gli sguardi ostili dei tre, tirò fuori uno spinello.
“Qui è una gran noia. Non c’è niente da fare. Non vedo l’ora che ci sia la manifestazione.”
Quello che esprimeva più autorità, si presentò, dicendo:
“Io sono Frederick, se ti va possiamo fumare assieme, abbiamo anche delle birre.”
“Mi va. Chi sono i tuoi amici?”
“Loro sono Rob e John, ci conosciamo da sempre. E tu chi sei?”
“Io sono Anton, prima ero a Bologna.”
Lo disse come se fosse un punto a suo favore. Intanto passò lo spinello a Frederick, per fargli capire che gli riconosceva l’autorità e che non intendeva  privarlo del potere.
Rob e John aprivano le birre e le passavano in giro. Lo spinello circolava da uno all’altro e le facce si facevano meno tese. Non c’è niente meglio del buon fumo per rilassare gli animi, pensava Anton.
“Cosa ci facevi a Bologna, Anton? Un giro turistico o, forse, studi lì?” l’atteggiamento di Frederick era ancora cauto e anche un po’ sprezzante.
“Mi occupavo di biciclette e pentole.” Rispose lui con indifferenza, studiandoli da sotto i capelli, concentrato sulla sua birra.
I tre si scambiarono un’occhiata molto veloce. Anton la vide e esultò, fingendo indifferenza.
“Hai esperienza di questi articoli?”
“Abbastanza. Quello che non so me lo suggerisce un amico, molto più pratico di me. Mi ha mandato una ricetta nuova e io l’ho provata con una pentola a pressione nuova di zecca.”
“Originale. Il tuo hobby è la cucina, allora. Non credo però che questa ricetta abbia soddisfatto tutti gli invitati”.
“No, però ha suscitato parecchio interesse, anche se non ha fatto tutto il rumore che avrebbe potuto”.
Rimasero tutti per un po’ in silenzio, assaporando il fumo e la birra. Si stavano rilassando, come previsto. Anton chiuse gli occhi, appoggiandosi all’indietro contro la parete.Erano tutti seduti per terra, nell’angolo di quell’aula enorme, forse usata per le assemblee d’istituto.
Anton stava pensando alle prossime mosse, tutti i sensi all’erta. Il suo fiuto non l’aveva tradito neanche stavolta. Non si poteva comunque rilassare. Doveva conoscere i piani di Frederick e capire bene con chi aveva a che fare.
Anche Frederick aveva chiuso gli occhi e, gustandosi lo spinello e la birra, rifletteva. Stava studiando quello che Anton aveva appena rivelato. Sarebbe stato semplice per chiunque vantarsi di avere preparato l’attentato di due giorni prima a Bologna. Le informazioni necessarie si trovavano su qualsiasi giornale. C’era una cosa, però, che i giornali non potevano pubblicare perché non ne erano a conoscenza.
“E come hai detto che si chiama quel tuo amico che ti ha mandato quella nuova ricetta?”
“Non l’ho detto, ancora. Notizia confidenziale. Volevo prima capire se ero tra persone fidate.”
“Che cosa hai deciso, allora? Pensi di poterti fidare di me?” Frederick pronunciando questa frase aveva cambiato voce e  sembrava più teso.  Anton capì che non poteva più tirare in lungo, doveva scoprirsi.
“Il mio amico si chiama Gemini e ci conosciamo da molti anni. Siamo cresciuti assieme a Milano.”
“Ti do una bella notizia, Anton. Abbiamo un amico in comune. Un caro amico”.
La risposta era giusta. Anton si concesse un sorriso e Rob e John aprirono delle altre birre, mollandogli una pacca sulle spalle. Frederick fece cenno di avvicinarsi e cominciò a spiegare il loro piano per il giorno dopo.
“Vedi quel gruppo, con le maglie del centro sociale di Napoli? Sono dei nostri. Anche quel gruppo con la bandana azzurra. Sono arrivati ieri da Roma, per unirsi a noi. Altri devono arrivare nel pomeriggio. Dobbiamo unirci alla manifestazione delle 17, dove troveremo degli amici e poi ci prepareremo all’Azione”.
Intanto Agnoletto stava terminando il suo lungo intervento e si sentiva un brusio sommesso, tutti commentavano in qualche modo i discorsi fatti. Il grosso del Genoa Social Forum sembrava compatto. Tutti sembravano ben determinati alla riuscita del loro corteo pacifico e insulso.
Frederick esponeva sottovoce il programma e controllava i movimenti dell’assemblea. Rob e John annuivano con la testa alle sue parole e studiavano le reazioni di Anton.
“Quando saremo nel punto dove ci dobbiamo unire agli altri, ci infileremo la maglia nera, i passamontagna e tutto il resto. Hai tutto quello che ti serve o ti dobbiamo dare qualcosa? Abbiamo bastoni, mazze e altre cosette, anche per chi non è equipaggiato”.
“No, ho tutto. Mi ero già organizzato. E’ molto tempo che mi preparo e adesso non vedo l’ora di entrare in azione”.
Frederick fece capire che riteneva chiuso il discorso e disse:
“Adesso consiglierei di riposarci un po’, perché dopo avremo bisogno di tutte le nostre energie. Riunione qui alle 16 e trenta, per tutti. Ditelo anche agli altri”:
Così dicendo si sistemò sul sacco a pelo, che aveva dietro alla schiena, allungandosi per dormire. Anche gli altri si stesero per terra  e Anton si alzò dicendo:
“Ho bisogno del bagno. Troppa birra. Ci vediamo dopo”.
Prese lo zaino e si allontanò nel corridoio. Trovò il bagno e si chiuse all’interno. Prese dallo zaino il cellulare. Era nuovissimo. Lo accese e fece un numero che aveva imparato a memoria. Poche parole, poi, dopo avere cancellato il numero chiamato, lo spense, lo rimise nello zaino e uscì.
Frederick e gli altri dormivano. Anton si mescolò ai vari gruppetti girando qua e là, ascoltò i loro discorsi, limitandosi ad assentire ogni tanto. Si annoiava. Voleva entrare in azione. Controllò l’orologio. Le quindici e trenta. Il tempo non passava più.
Girando fra i gruppi individuò le varie appartenenze e se le impresse nella mente. Poteva tornare utile in seguito.  Era addestrato per  essere pronto a tutto.
Era quasi l’ora. Ripassò mentalmente il piano e si organizzò per le cose da fare. Controllò di nuovo l’orologio, mancavano due minuti. Molti si erano sdraiati sul sacco a pelo. La tranquillità era quasi totale. Il momento era stato scelto con molta cura.
Era l’ora. Infilò la maglia nera e si preparò all’azione. In quel momento si sentì un frastuono assordante all’esterno, seguito subito dal rumore dei vetri infranti.
Tutti furono in piedi all’istante e presero tutti gli oggetti che potevano servire da arma e si misero in assetto da guerra. Frederick coordinava il gruppo che si era riunito compatto e pronto all’azione.
La polizia fece irruzione urlando di stare tranquilli, era una semplice perquisizione. Il gruppo del Genoa Social Forum  si teneva in disparte ma Agnoletto si fece subito avanti con rabbia:
“Cosa credete di fare? Questa è un’irruzione illegale. Noi siamo pacifici. Abbiamo tutti i permessi per stare qui. Non potete assalirci così. Vi denunceremo!”
Per tutta risposta il gruppo dei poliziotti si fece avanti e il capo dichiarò:
“Lei stia più indietro e non ci ostacoli. Siamo pienamente autorizzati per questa perquisizione. Chiunque ci ostacolerà sarà considerato sospetto e arrestato. ”
Il gruppo di Frederick si fece avanti a un suo cenno. Rob e John erano al suo fianco, seguiti dagli altri. Anton si teneva in disparte, pronto a tutto. Gli animi si stavano scaldando e l’atmosfera era tesa.
La polizia era in assetto di difesa, equipaggiamento completo di tutto. Era chiaro che si aspettavano di trovare qualcosa o qualcuno. Sembrava quasi che avessero ricevuto una soffiata. Vennero avanti compatti, erano un gruppo molto numeroso. Frederick fece segno agli altri di non attaccare e di stare tranquilli. Qualcuno però, si fece prendere dalla rabbia e protestò avanzando minaccioso. Erano solo un piccolo gruppo ma la polizia reagì subito e si preparò all’attacco.
Li respinsero minacciandoli e li confinarono nell’angolo opposto. Poi iniziarono la perquisizione. Bloccarono subito i  gruppi che Frederick aveva mostrato a Anton e trovarono negli zaini i vari bastoni, spranghe e armi che avevano con sé.
In poco tempo fu tutto finito. Frederick e i suoi amici furono portati via per gli altri controlli. Sembrava tutto finito. Agnoletto dichiarò subito aperta un’assemblea per discutere su come reagire a questa ulteriore prevaricazione delle Forze dell’Ordine. Anton si preparò ad andarsene. Togliendosi la maglia nera, toccò con compiacimento il piccolo logo della D…S ben attaccato alla cucitura interna.

*****

questo racconto (mai pubblicato) l’ho scritto nel 2001, dopo l’episodio summenzionato e dopo la suggestione e la paura di essere passata vicino a quella bicicletta pochi minuti prima che esplodesse. In questi giorni molti nominano i fatti di quei giorni e mi sono ricordata che avevo scritto questo raccontino con tante ingenuità ma con molto sentimento.
Il 2001 è stato, per me, un anno di merda e non solo per questa narrazione che colpì tutti noi. Il 2021 pare non essere da meno.

8 pensieri su “Anton – un mio racconto del 2001

  1. Ci riprovo
    Ciao Morena, non ricordo l’episodio dell’attentato a Bologna, avvenne poco prima dei fatti di Genova, non sono riuscita a trovarlo neanche su google. Mi spieghi meglio cosa è successo?
    Comunque il tuo racconto é calzante con i tempi che stiamo vivendo, pensa che proprio questa estate ho recuperato la lettura di un libro cartaceo che avevo comprato anni fa, è intitolato I segni sulla pelle di Stefano Tassinari, ne ho parlato anche nel mio blog.
    Questa la mia recensione: Un romanzo breve che, tuttavia, condensa molto bene la storia del G8 di Genova che a distanza di vent’anni assume un significato molto importante.
    Genova nel 2001 in occasione del vertice del G8 è una città in stato di assedio con le forze dell’ordine che hanno il preciso imput da parte del governo di picchiare duro, di contrapporsi con la violenza alle manifestazioni pacifiche dei movimenti no global. È in questo clima che viene ucciso Carlo Giuliani e vengono massacrati di botte i ragazzi della scuola Diaz oltre ad altri episodi di violenza passati sotto silenzio. Il 20 luglio 2001, mentre la maggioranza degli italiani pensa alle vacanze, convinta di vivere in un paese democratico a Genova accade qualcosa che di democratico non ha niente.

    Piace a 1 persona

      1. Sono andata a leggere, effettivamente ho un vago ricordo. Certo che a pensarci adesso l’anno 2001 fu un anno davvero inquietante con tanti episodi terribili, con il culmine nelle torri gemelle…

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