Molto a sud di Stoccolma – la mia lettura

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Alessio Schiavo – Molto a sud di Stoccolma 2020, Fernandel editore

Interessante libro d’esordio di Alessio Schiavo: la storia che narra potrebbe essere cronaca di tutti i giorni, quella che conosciamo troppo bene.
Dove sta quindi la novità, il tocco di originalità che mi ha spinta alla lettura?
Schiavo ha scelto un punto di vista non banale e un modus narrativo che, seppure già usato da altri in passato, istiga alla formazione di un senso di soffocamento, di chiusura e di ostilità, che è adatto all’immedesimazione che ogni buon lettore auspica di fronte al rapimento di una ragazza.
Un’adolescente rapita si sveglia in uno scantinato e trova solo un foglio con alcune frasi che vorrebbero essere rassicuranti: “Non subirai alcun male fisico e nessuno di carattere sessuale”. Ma verrai – lo sei già – privata della tua libertà, questo è il sottotitolo che lei legge nella sua mente.
La persona che ha messo in atto il rapimento ha scelto di comunicare solo attraverso le sue parole scritte e si aspetta che la ragazza risponda con lo stesso sistema, forse pensando che questo modo ‘spersonalizzato’ aiuti lei ad accettare la sua situazione.
Ma cosa vuole da lei?
Il rapitore, di cui non conosciamo nulla e neppure il sesso perché non fornisce mai indicazioni certe, vorrebbe che la rapita si “focalizzasse”. Su cosa ancora non sappiamo. Lo intuiamo dai biglietti che scrive e dalla musica ‘colta’ che fa ascoltare alla ragazza. Anche i libri – interessante il percorso dei titoli – che le fornisce sembrano seguire un percorso studiato.
La cosa certa, evocata dal titolo che allude alla “sindrome di Stoccolma“, è che tra i due non si instaura un sentimento benevolo e collaborativo. La ragazza è attenta a ogni parola scritta dal rapitore, così attenta che gli rinfaccia ogni piccolezza, ogni debolezza, con sospettosa arroganza.
Da una parte il rapitore – per mia comodità lo tratterò al maschile – spinge per instillare nella giovane mente una consapevolezza matura che la porti verso una strada più colta e illuminata rispetto a quella praticata dalle coetanee; dall’altra un’adolescente che non smussa nessun angolo e che non è disponibile a trattare.
Una sorta di tiro alla fune in clima claustrofobico.
Chi vincerà non è dato saperlo fino alla conclusione della lettura.
In questo romanzo breve, che mi viene da definire ‘noir’, Alessio Schiavo fornisce una buona prova: molto difficile fornire una buona prova, percorrendo la strada che ha scelto, in questa sorta di romanzo epistolare a senso unico. Direi che non è finito nel fosso.
Le strade che paiono facili, e questa scelta di Schiavo, in un certo senso lo è, possono essere un escamotage per chi non vuole ancora osare con un romanzo più strutturato: in Molto a sud di Stoccolma non ci sono dialoghi, non c’è interazione tra i personaggi (c’è ma è solo descritta nelle note che lui scrive alla ragazza), non ci sono sottostorie, non sono presenti descrizioni di luoghi (solo lo scantinato e poco altro), nessun personaggio di contorno. È proprio questo che dà al romanzo il senso di claustrofobico, di angosciante, di chiusura, ma è anche un modus ‘facilitato’ di raccontare.
Schiavo ha una bella scrittura, non banale e non sciatta. Può raccontare ancora tanto. Lo aspettiamo alla prossima prova con un romanzo che sfrutti tensioni narrative diverse e coinvolgimenti plurimi.

Un plauso a Fernandel che ha scelto un autore nuovo e un romanzo originale.
Ottima anche la scelta della copertina, che è di Stefano Bonazzi.

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