I racconti del condominio – undicesimo racconto

La siepe

Personaggi:

Aldo
Genny

Cicale rauche, sole a picco. Aldo terge la fronte e si trascina nell’androne con la spesa: tè, legumi in scatola, sei mele e un pacco di fusilli. Ansima, riprende fiato e chiama l’ascensore. Oltre l’angolo, un ratto morde l’intonaco mentre dall’androne giunge lo sbattimento ritmico di sandali etnici. Genny supera i gradini del piano rialzato con un balzo e il ratto dal terrore si ribalta prillando sul dorso.
«Breakdance da sballo, ma non ho spicci» ghigna e plaude al topo epilettico. «Oh… machecaz… ».
Intenta a fissare con un occhio il ratto e con l’altro l’iPhone, Genny si scontra con Aldo. Sono gli unici inquilini superstiti nel condominio di otto piani: la probabilità di un impatto è circa una su ventitré milioni, eppure accade lo stesso. L’anziano arriccia il naso, piega il labbro e imbocca sdegnato l’ascensore. Genny decide che il moto di disgusto del vecchio grida vendetta e invece di avviarsi per le scale guizza nel loculo. Sferragliante quanto il carro d’un ferrivecchi, l’ascensore s’incunea negli intestini del palazzo con la lentezza d’un fecaloma di Aldo.
«Giornata del cazzo, eh, nonno?» ringhia biascicando la gomma.
«Moderi il linguaggio, signorina» glissa il vecchio dandole le spalle.

Genny si distrae: un rivo di sudore cola lungo il ventre e la goccia più esaltata compie il giro della morte sull’anello appeso all’ombelico, uno fra i tanti piercing spuntati negli anni come funghi: naso, lingua, orecchie e parti intime sono un rigoglioso sottobosco di chiodini metallici. Il caldo afoso inizia a spiaccicarle i dreadlocks e a puntellarli neanche il fil di fumo di una canna. Sbuffa. Poi il lampo di un’idea.
«Oh, spizio… fàmose ‘n serfie!» grida prendendo Aldo sotto braccio.
Il vecchio non capisce.
«Yo, sei connesso? Una foto, io etté» spiega e passa un braccio attorno al gibbo del vecchio «smile… ».
Mentre scatta, si gira verso Aldo e immortala una leccata alla guancia grinzosa del vecchio. Seguono risa sguaiate da un lato e proteste turbate dall’altro.
«Maleducata!».
«Eh, ih…» farfuglia Genny sghignazzante «evvai con Istagrà, eh… fàmose il giro del mondo, spizio… ».
Ma le dita danzano sul touchscreen senza risultato: nel loculo non c’è segnale. D’un tratto, nell’ascensore esplode il buio e tutto tace.
*
«Aaaahhh! Checcazzo… a-aiutoooo!!!».
Genny usa la torcia dell’iPhone per vedere che succede. Niente. Nulla. L’ascensore è immobile: grida ancora, mugola, gesticola, picchia i pugni contro le pareti. Aldo è pietrificato.
«È andata via la luce… ».
«Fanculo, bella scoperta, nonno!».
«Aspettiamo che torni».
«Aaaargh!! Io… io non voglio… restare chiusa qui! Aiutoooo!».
«Cosa urli? Non è rimasto nessun altro».
*
Un giorno e tre crisi di panico dopo Genny è un cucciolo tremante in posizione fetale. Aldo siede in un angolo e le tiene il capo su una coscia carezzandole i capelli. Nel buio, interrotto per periodi sempre più brevi dalla torcia del cellulare scarico, si sono raccontati a lungo: la moglie morta anni prima e un fratello all’estero di cui non ha notizie; la casa-famiglia, la fuga e la baby-gang. Aldo vive con la sua pensione da fame e Genny spaccia per gli ZT.
«Come stai?».
«Moriremo, vero?».
Genny rabbrividisce e i piercing quasi tintinnano il timore.
«Tieni, mangia una mela».
La ragazza addenta il frutto e il profumo della mela assume le sembianze di un abbraccio confortante.
*
Tre giorni dopo non c’è più neppure un torsolo. L’odore delle mele è stato cancellato dal tanfo di urina che stagna sul pianale. I legumi non si aprono, nemmeno usando l’altro barattolo come una clava. Ogni tanto cacciano in bocca un fusillo e lo succhiano per ore. Il cellulare è morto, Aldo quasi.
«Non sto bene» dice pentendosi all’istante.
«Oddio… ti prego non lasciarmi sola» frigna.
«Ma no, dai… resisto: è che mi mancano le medicine. Otto compresse al giorno…» gorgoglia crepitando un fiato più profondo.
*
Aldo è caduto in un sonno agitato. Delira. Pensa che non ha mai avuto figli perché ha vissuto sempre in condominio e gli è rimasto addosso come un condom: non puoi certo generare altri bambocci quando li hai visti drogarsi o urinare sul pianerottolo: senti che puzza di piscio! Arriva la polizia in tenuta antisommossa, sonda il pavimento con un tampone e incrocia i dati con le analisi delle urine dei condomini per scovare il colpevole. “Non sono io! Ho il pannolone!” grida mentre un colonnello in pensione lo trascina via. Il giudice è Rula Jebreal e la sentenza è inappellabile: “Tu hai stuprato mia madre e l’Italia è un paese fascista: non ci verrò più, a meno che non mi diate 25000 euro. E come condanna esemplare ascolterai l’intera produzione discografica di Junior Cally”. Aldo non fa in tempo a pensare “chicazzoè?” che dalla regia parte “Si chiama Gioia”, quella che “ingoia” e “dopo te la dà” perché fa rima con “troia”. Il vecchio sta per strangolarsi con le sue stesse mani, ma arriva una famiglia di cinesi con la tosse e tutti scappano a gambe levate. Mentre fugge, la signora Bastiani inciampa e viene calpestata da due iraniani e da alcuni australiani. Anche Aldo sta per essere travolto quando Greta Thunberg lo trae in salvo sul catamarano eco-chic a zero emissioni del principe Casiraghi di Monaco. “Homo cond’homini lupus” sentenzia la santa del clima “e in verità, in verità vi dico: solo la vostra estinzione salverà il pianeta… senza voi povery inquinanti, noi avremo un mondo migliore.” Non è possibile, pensa Aldo, deve pur esserci un altro modo: Lascienza ci redimerà. Così corre in edicola e compra il prestigioso mensile di divulgazione Scientific American. A pagina 17, un articolo molto promettente: gli scienziati rivelano “siamo ad un passo dallo spiegare il perché dell’esistenza di Braccobaldo Bau.”
E in quell’istante esatto, Aldo intuisce *l’oltre* occluso al guardo dalla siepe di leopardiana memoria. Un’illuminazione devastante, tanto che resta in dubbio tra il bisogno di condividerla con Genny e il desiderio di proteggere la giovane da una realtà assoluta così nuda.
*
«Genny?».
«Eh?».
«Niente… ».
*
«Aldo?».
«Niente».

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “I racconti del condominio“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

**Restate connessi: non abbiamo finito 🙂

10 pensieri su “I racconti del condominio – undicesimo racconto

  1. un racconto sufficiente.
    mi sono piaciuti: la probabilità dell’impatto tra Genny e Aldo che sebbene fosse pari solo a circa uno su ventitré milioni “accade lo stesso” (eh… giusto: altrimenti addio storia!); l’allitterazione onomatopeica/metallica dei piercing che “quasi tintinnano il timore”; il condom/inio rimasto addosso ad Aldo come un condom, scoraggiando a priori anche solo l’ipotesi di poter mettere al mondo altri esseri umani e di ripopolare il formicaio.
    non mi sono piaciuti: qualche leziosità semantica e il finale con la doppia risposta “niente”, invero ridondante (molto meglio, sarebbe stato che il secondo niente campeggiasse sulla fine senza virgolette (non sappiamo quanto tempo passa tra un asterisco e l’altro), dunque, al primo Niente-con-le-virgolette profferito da Aldo che non trova il coraggio di comunicare l’illuminazione a Genny, seguirebbe un secondo Niente-senza-virgolette ad indicare che non giunge più niuna risposta – anche se nel contempo c’è, ed è proprio *quella* – ovvero, che Aldo è morto; alcuni paragoni disgustosi (tipo il fecaloma di Aldo); gli altri personaggi che dovevano far parte del racconto ridotti ad una vacua carrellata priva del benché minimo spessore psicologico (troppo comodo, davvero); Greta che, anche qui, diventa una sorta di entità malefica mentre è una vittima usata (anzi abusata) da un sistema di potere privo di qualsiasi scrupolo, lampante esempio di spietata violenza su minore.

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