I racconti del condominio – ottavo racconto

Il refuso che è la vita

Personaggi:

Miranda
Marcelito, portinaio
Il Colonnello Vaquer
La Signora Bastiani

Miranda fece il suo ingresso nel Condominio Zaffiro trascinando il bagaglio; discettò tra sé sul nome Zaffiro, che era senza dubbio evocativo: Sovra l’onde del mar purpuree e d’oro;/E in veste di zaffiro il ciel ridente. Così assorta, mentre frugava nella borsa per trovare il biglietto con gli appunti, intravide dalla portineria venirle incontro Marcelito, il portinaio del condominio. Nella foga la borsa si rovesciò, innumerevoli quanto inutili piccoli oggetti si sparpagliarono insieme a un numero indefinito di forcine, preziose per i suoi capelli sempre increspati come foglie in balia del vento. «Ecco! devo prendere possesso dell’appartamento del Sig. Paolo… » disse, ma non ebbe modo di continuare, Marcelito strabuzzando gli occhi, la ripassò con lo sguardo da cima a fondo, pensò fra se e sé cose che non menzionerò, infine, dopo aver recuperato il contenuto della borsa, afferrò immantinente i bagagli pronunziando parole più consone: «Benvenuta signorina, l’accompagno al piano».

Dall’ascensore usciva una signora vestita di tutto punto; Marcelito dopo averla salutata con garbo, spinse i bagagli all’interno dell’abitacolo, e con Miranda salirono al piano. Il portinaio fu loquace, raccontò che i condomini erano persone perbene, una era proprio la signora Bastiani incontrata poc’anzi, poi c’erano anche Greta Thunberg che veniva lì quando si trovava in Italia, una famiglia di cinesi, e persino un colonnello in pensione. Al piano terra una saletta condominiale fungeva da luogo di ritrovo per chiacchierate o cene, pare ce ne fosse una di lì a due giorni, già programmata da tempo. «Ma sa, con questa faccenda del virus, non so se verrà confermata, aspettano un cenno dal Sig.Paolo che ha conoscenze dall’alto» lo disse con sguardo ammiccante.
Miranda era già immersa nei suoi pensieri altrove, nel mezzo del suo libro. L’appartamento si trovava adiacente a quello del Sig.Paolo, solitamente utilizzato per ospitare amici o conoscenti in città per lavoro, luminoso e arredato con gusto, godeva di un bell’affaccio esterno privo di ostacoli, rigogliose piante rallegravano l’azzurro del cielo; pensò di essere stata fortunata, trascinò il tavolo sotto una finestra e vi posizionò la macchina da scrivere; realizzò che l’agenda si era svuotata, tuttavia l’impalpabile nebulosa ravvivava alcune caratteristiche, per esempio aveva conosciuto la Pazienza. Nel frattempo i dpcm si susseguivano come quotazioni in borsa, l’ultimo decretava che sarebbero dovuti restare chiusi in casa e uscire solo per comprovate necessità. Nel quartiere i negozi si erano offerti di consegnare la spesa a domicilio, era possibile uscire entro duecento metri col cane; Miranda non aveva un cane né desiderava uscire, era interessata solo a terminare il suo libro.
Decise di farsi consegnare un po’ di cibo, sia per sopravvivenza personale e sia per l’ormai improbabile cena condominiale. Uscendo per recarsi in portineria incontrò sul pianerottolo un uomo anziano, le ricordò suo nonno, le sembrò di approdare, in un certo senso, dentro un lessico familiare, si osservarono a vicenda con interesse, lui con fare autoritario, lei con morbosa curiosità. Pensò che quell’uomo possedeva le caratteristiche di un personaggio per un racconto. Seppe che si trattava del colonnello in pensione; e lei invece chi era? da quanto tempo si trovava nel condominio la signorina. Miranda cercò di riassumere brevemente i fatti, si salutarono e il colonnello inforcò l’ascensore.
Era evidente che, come in un racconto, anche il condominio era popolato da persone nettamente diverse le une dalle altre: questo infervorò la sua fantasia. Scese le scale, sul pianerottolo, due parlavano fitto, quando la videro comparire dall’ultimo gradino la salutarono mostrando, chissà perché, un certo senso di colpa. Lei salutò e sgusciò via prima che la potessero interrogare, si affrettò decisa verso la portineria. Marcelito sedeva placido in guardiola, lasciò a lui la lista della spesa e riprese in salita le scale per rientrare in appartamento. Raggiunto il pianerottolo, si accorse che la porta era inspiegabilmente aperta, entrò in punta di piedi, come se fosse lei l’intrusa, constatò che la sola cosa mancante era la sua macchina da scrivere, citofonò al portinaio, spiegò l’accaduto e lo attese.
Marcelito non poté fare alcunché, se non prendere atto dei fatti e organizzare su due piedi una caccia. Il portinaio le chiese di offrirgli la possibilità di indagare prima di decidere di percorrere vie più drastiche, secondo lui poteva trattarsi di un errore, insomma ci sarà pure una spiegazione, a chi potrà mai servire una banale macchina da scrivere?
Miranda tralasciò la considerazione riduttiva che Marcelito aveva sulla questione e gli concesse ventiquattrore. Quando lui uscì, pensò di visionare la saletta condominiale, chiuse a due mandate il portoncino e si avviò. Si sa che in ogni condominio s’aggirano fantasmi che solleticano pruriti d’ogni genere, il fatto che Miranda si trovasse nel bilocale del Sig. Paolo stuzzicò la fantasia di qualcuno, la notizia corse in fretta di pianerottolo in pianerottolo, tutti si posero domande, alchemiche risposte, nessuno mai seppe in verità della verità. Nel frattempo, nella saletta condominiale, il Colonnello e la Signora Bastiani, si trovavano vicini uno all’altra in un modo che, se ci fosse malizia si potrebbe addurre. Miranda li salutò con cortesia, strinse la mano alla signora Bastiani (e questo fu un gesto quasi eroico al tempo del coronavirus nonostante indossassero un paio di guanti e una maschera, ciascuna la sua). Chiese se non avessero per caso notizie della sua macchina da scrivere. Non ne avevano. Rientrata in casa, prese carta e matita e scrisse, si sentiva debole, sfinita dentro un vortice straordinario dove solo lei poteva riconoscere personaggi e storie, scrisse per un tempo interminabile che le sembrò roteare attorno e dentro di lei.
Scrisse del refuso che è la vita, sino a morire di un virus chiamato letteratura, e dal quale, non si riprese mai più.

*l’immagine proviene da Pixabay

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “I racconti del condominio“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

10 pensieri su “I racconti del condominio – ottavo racconto

  1. un piccolo giallo al condominio Zaffiro. La macchine da scrivere spariscono misteriosamente.
    La signorina Miranda sarà costretta a riomanere rinchiusa per la quarantena.
    Orrore… al condominio Zaffiro si fanno assembramenti e si stringono la mano.
    Altro delizioso racconto

    Piace a 1 persona

  2. Il giallo della macchina da scrivere scomparsa, ma nel 2020 c’è ancora chi scrive con la macchina da scrivere? Una scrittrice di altri tempi presa dal vortice trascinante della letteratura…

    Piace a 1 persona

  3. nel complesso un racconto più che buono.
    mi sono piaciuti: la piena padronanza del mezzo espressivo, dove ogni singola parola è un tassello collocato al posto giusto (perfetto equilibrio tra detto e non detto), tanto che il passo del racconto riecheggia quasi “filosofico” lungo le scale del condominio; la descrizione iniziale della protagonista, Miranda, essenziale e significante (le forcine e i capelli/pensieri increspati come foglie al vento); il gioco di specchi che rende indistinguibili persone e personaggi (“Miranda era già immersa nei suoi pensieri altrove, nel mezzo del suo libro”) che s’inceppa – come potrebbe essere altrimenti? – per l’allegorica scomparsa della macchina da scrivere (similmente allo scorrere della nostra routine quotidiana che d’un tratto s’arresta per effetto del lockdown).
    non mi sono piaciuti: l’umanità dei personaggi molto cerebrale/letteraria e poco “sanguigna”. forse sto delirando, ma il sangue è linfa emotiva quanto le parole: non avrei saputo resistere, specie nel finale. intendo, in chiusa Miranda è “sfinita dentro un vortice straordinario dove solo lei poteva riconoscere personaggi e storie”, ovvero si trova in una peculiare situazione di fragilità psicologica generata dal miscelarsi “alchemico” di appagamento e frustrazione, condizione ideale per un gesto irrazionale che le provi d’esser viva. dunque, la vedo studiare la matita consumata, temperarla e poi saggiare a lungo il palmo della mano (con annessa linea della *gita*, per via del refuso) prima di trafiggerlo con la mina ben affilata. dal foro, potrebbe scaturire un rivolo di sangue scuro, quasi nero (come l’inchiostro).
    : ))

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