I racconti del condominio – settimo racconto

La vendetta della globalizzazione

Personaggi:
Cecilia e la signora Maria, sua madre
Il colonnello Vaquer
Enrico, il nipote tredicenne
Antonio Signore, in arte Junior Cally

Cecilia chiamò l’ascensore e incrociò le dita: sperava di non incontrare nessuno della famiglia Zhao. Non aveva niente contro i cinesi, ma questa storia del virus la stava facendo impazzire; era tentata di salire le scale ma uno squillo indicò l’arrivo dell’ascensore. La porta si aprì, lei entrò, prese dalla borsa il disinfettante spray e diede una passata veloce su tutte le superfici, spinse il pulsante e cominciò a recitare sottovoce il suo solito mantra per mantenere la calma.
Raggiunse il quarto piano e sospirò, nessun cinese sulla sua strada; stava per entrare in casa quando uscì sul pianerottolo il colonello.
«Buona sera colonello, come sta?».
«Bene, Cecilia e lei?».
«Bene, ma sono preoccupata per questa storia del coronavirus» rispose lei sospirando.

Il colonello fece un cenno di assenso. «Deve star tranquilla, per ora siamo ben lontani dal focolaio».
La guardò cercando di dissimulare lo sguardo di compassione che sentiva affiorare in lui quando la incontrava. Era una ragazza giovane, poco più di vent’anni ma così piena di manie e ansie. Viveva nel continuo terrore di contrarre malattie, una misofoba patologica. Figuriamoci cosa dovesse essere per lei questa notizia del Covid-19.
«Allora lei dice che, per ora, siamo al sicuro?».
«Certo, stia tranquilla» concluse il colonnello scendendo le scale per andare da sua figlia. Pensò che quella ragazza, con tutte le volte che si lavava le mani strofinandole fino a consumarle, non rischiava certo di prendere il virus. Come si fa a ridursi così! pensò mentre suonava il campanello.
Cecilia salutò la madre che stava apparecchiando la tavola. «Ciao mamma, sono tornata».
«Cara, tutto bene?».
«Sì, sono stata in biblioteca».
Come al solito, pensò la signora Maria; non riusciva a capire come mai, nonostante le sue paure, sua figlia riuscisse a frequentare la biblioteca. Almeno ogni tanto esce e non vive del tutto come una reclusa. La figlia le aveva spiegato che disinfettava il banco e la sedia e sfogliava i libri con i guanti, ma quel luogo riusciva a rasserenarla.
Cecilia prese posto a tavola e guardò sua madre con il volto scavato dall’ansia.
«Sai mamma oggi leggevo che anche la peste del 1630, descritta da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, ebbe come punto di partenza il Ducato di Milano, poi si diffuse per il passaggio dei Lanzichenecchi. Molte città chiusero le porte ma non servì a nulla, la peste si diffuse. Morirono oltre un milione di persone e la debellarono soltanto nel 1631».
La signora Maria sedette a tavola. Ci mancava il virus, come se sua figlia non fosse già paranoica di suo. Anche lei era un po’ preoccupata. «Cecilia, erano altri tempi, nel 1630 mancavano le più elementari condizioni igieniche, non è paragonabile alla società del 2020».
«Lo so mamma, sto solo facendo una riflessione, conoscere la storia può dare delle risposte anche sulla realtà odierna. E un altro parallelismo sai qual è: la peste nera del 1346 fu una pandemia che partì dal nord della Cina e poi si diffuse anche in Europa».

Al piano di sotto anche il colonello e la sua famiglia erano seduti a tavola per il pranzo. Enrico esordì: «Lo sapete che una delle profezie di Nostradamus prevedeva che l’umanità si sarebbe estinta nell’anno 2020?».
Il colonnello sbuffò, ma che diamine, ci si metteva anche suo nipote! La psicosi stava dilagando. Prima la ragazza paranoica, poi suo nipote, l’anno bisestile non era cominciato nel migliore dei modi. Era stato costretto anche a rimandare il viaggio a Milano: voleva andare a trovare il suo vecchio amico e proprio quando si accingeva a prenotare il biglietto era successo di tutto, prima il deragliamento del Frecciarossa, poi la diffusione del virus nel lodigiano. Era furioso, tra l’altro la borsa stava andando a picco e lui, che stava pensando di vendere finalmente i fondi d’investimento, doveva rinunciarci.
«L’umanità è destinata all’estinzione a causa del virus della stupidità, nipote».
«Papà, sono sicura che tutto rientrerà» disse sua figlia con dolcezza.
«Speriamo» rispose il colonello. Cominciava a essere preoccupato, lui aveva settant’anni, portati bene, certo, ma era a rischio!

*****

Cecilia entrò nell’atrio e cominciò a salire le scale lentamente. Bei tempi quando poteva usare l’ascensore! Con la pandemia tutte le manutenzioni non essenziali erano state rinviate a data da destinarsi, e ora doveva farsi le scale a piedi.
Mentre saliva incontrò Antonio, ex cantante rap e ora novello infermiere laureato a pieni voti presso la Facoltà di Medicina. A causa delle esigenze urgenti degli ospedali e alle nuove normative universitarie era riuscito a dare l’ultimo esame e a laurearsi a tempi record.
«Ciao Cecilia, come stai?».
«Bene, Antonio e tu?».
Osservò i suoi occhi neri attraverso la mascherina. Era diventato famoso per la sua maschera da cattivo e ora eccolo lì, con una mascherina col filtro anti virus.
«Sto bene, questo nuovo lavoro mi sta dando grandi soddisfazioni».
Lei sorrise, quel ragazzo le era sempre piaciuto, faceva il cattivo a parole, ma era stato l’unico a mostrare comprensione per le sue piccole manie, sembrava capirla molto più di tanti altri.
Il virus aveva ucciso molti in tutto il mondo, la “vendetta della globalizzazione”, ma nel condominio Zaffiro stavano ancora tutti bene. Pensò che, in fondo, il merito fosse anche suo e delle scorte di amuchina che aveva deciso di condividere con gli altri.
«Sai, hai degli occhi bellissimi Cecilia» esclamò Antonio mentre saliva le scale accanto a lei.
«Lo dici per essere gentile».
Lui abbozzò un sorriso. «Senti, non è ancora ufficiale, ma tutto tornerà alla normalità. Il vaccino è quasi pronto».
«Grande!» esclamò Cecilia, anche se lei non stava poi male in quella situazione, si sentiva finalmente normale.
Arrivati al piano, la fissò, titubante. «Quando tutto questo sarà finito, potremmo mangiare una pizza insieme?».
«Sì, volentieri».
Lui esitò di nuovo. «Altra novità, in Turchia, hai saputo? È morto Erdogan, vittima del virus. Nel paese c’è il caos, ma molti festeggiano».
«Che beffa, proprio ora che c’è il vaccino. Un virus selettivo» disse Cecilia con un leggero sorriso, poi aprì gli occhi e capì che quella pizza non l’avrebbe mangiata.

 

*l’immagine proviene da qui

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “I racconti del condominio“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

12 pensieri su “I racconti del condominio – settimo racconto

  1. L’immagine che rappresenta il racconto è fantastica. Grande amuchina! Certo che Cecilia è più allenata di noi a proteggersi dal virus…speriamo che il sogno si avveri, per lei e per noi…

    Piace a 1 persona

  2. anche qui, un buon racconto.
    mi sono piaciuti: la citazione della peste manzoniana e l’accenno all’importanza del conoscere la storia (come sottolinea il filosofo e poeta spagnolo Santayana “coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”); lo spessore psicologico della protagonista, Cecilia; la protagonista che nel finale “apre gli occhi” così da ridefinire a posteriori come contesto *onirico* la seconda parte del racconto. forse però, trascendendo gli intenti dell’autore, la conclusione con la morte di Erdogan ci offre pure un’altra chiave di lettura: le conseguenze finanziarie/geopolitiche dell’epidemia (al momento sottovalutate) potrebbero stravolgere gli equilibri mondiali al punto da scatenare conflitti globali. ad esempio, proprio Erdogan non sarà uno stinco di santo, ma è un tassello prezioso per gli equilibri della Turchia, degli stati limitrofi e delle rispettiive zone d’influenza russe e americane (dunque il “caos in Turchia” allontana l’ipotesi di un rapido ritorno alla normalità con annessa pizza in tête-à-tête per Cecilia e Antonio).
    non mi sono piaciuti: la trama abbastanza piatta della storia, priva di sviluppi e di suspense; la storia in parallelo costruita attorno al Colonnello per arrivare a Enrico sembra più una scelta “obbligata” per inserire nel racconto i personaggi richiesti dal gioco letterario che parte integrante della trama (resta monca, priva di ulteriori interazioni/sviluppi); la ripetizione di “guardo” in “La guardò cercando di dissimulare lo sguardo di compassione” forse meglio “il moto di compassione”.

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