“L’istituto” di Stephen King

Non sempre compro i libri di King appena escono e alcuni non li ho proprio letti, anche se adoro quest’uomo e lo scrittore che ha dentro di sé.
L’istituto mi è sembrato subito interessante. E la lettura me lo ha confermato.
Il tema sembrerà già sentito: la lotta del bene contro il male, dei ragazzini che combattono contro qualcosa più grande di loro, il ‘mostro’ che nessuno riesce a sconfiggere. Sono tutte storie già sentite, vero?
La differenza dico sempre io, non è nelle storie (anche se è buona parte: ci sono ‘storie’ e Storie) ma nel modo in cui vengono narrate.
Vi dico perché dovete leggere questo romanzo:

  • Al contrario di IT, dove il tono è più horror e il mostro arriva direttamente da un incubo, qui non c’è horror e i mostro è rappresentato da una organizzazione ‘umana’, cioè gestita da uomini e donne, i più difficili da sconfiggere.
  • I ragazzini – dodici/quindici anni ma anche bambini di otto – sono protagonisti di una storia sconvolgente, cruda e violenta, che non vi lascerà respiro e che non riuscirete a mollare fino alla fine e un po’ vi dispiacerà di finire la lettura.

  • La rappresentazione di una organizzazione criminale ci porta a scoprire vari modi di scusare la cattiveria degli uomini e sono modi che anche chi ha frequentato il nazismo e perpetrato crimini contro gli ebrei e altre cosiddette minoranze ha sempre messo in atto: “sono ordini e io devo obbedire”, “il progetto è più grande della vita di qualche bambino”, “Ucciderne uno per salvarne cento”, e via di seguito. La cattiveria scoperta ha sempre bisogno di scusanti.
    La verità che in fondo già sapevamo e che esce da questa storia e dall’orribile Istituto è che la cattiveria esiste e non ha scuse, e a volte si compiace di sé stessa.

  • Inoltre, ma non ultimo, questo romanzo non sta a pettinare le bambole, in questo romanzo c’è una fottutissima storia che non vi mollerà neanche dopo la parola fine.

Ma veniamo al romanzo: al mondo ci sono dei bambini che nascono con capacità che non molti hanno, sono bambini speciali che sanno spostare una teglia di pizza (vuota! ma chi di noi lo sa fare?) e che leggono nella mente delle persone. Sono TK o TP, ma ci sono anche i “Rosa” e poi c’è chi vede le lucine e i puntini.

L’istituto è alla perenne ricerca di questi bambini e li fa rapire per poi portarli all’interno di quella amena struttura dove si cercherà di potenziare le loro capacità fino a portarli al limite e alla Seconda Casa, luogo che “ è come il motel di un film dell’orrore, dove i ragazzini entrano, ma non ne escono più. O almeno, non per ritornare qui.”
Ma cosa accade nella Seconda Casa? Nessuno lo sa perché chi c’è andato non è più tornato indietro per raccontarlo. E chi ci lavora non parla.
Un’organizzazione governativa che vuole salvare il mondo, così raccontano ai ragazzini rapiti tenuti prigionieri nel mezzo di un nulla nello stato del Maine.

Ma Luke, quello che spostato una teglia vuota di pizza e fatta cadere, dodici anni di intelligenza superiore, fa amicizia con Kalisha, Nick, George, Iris e Avery. Le loro menti unite si danno forza e permettono loro, per il momento,  di sopravvivere. Finché Luke capisce che l’unico modo per non morire è scappare, anche se dall’Istituto non è mai scappato nessuno.
Ci riuscirà, considerato che ha un trasmettitore impiantato in un lobo? Cosa accadrà dopo?
Leggetelo e lo saprete.
Io l’ho letto mentre ero in Spagna e non vedevo l’ora di sdraiarmi all’ombra per poter leggere.
Alla fine saprete pure cos’è “la distribuzione di Bernoulli“. Per dire. Con il Re non ci si annoia mai.

 

25 pensieri su ““L’istituto” di Stephen King

    1. I racconti. I quarantanove racconti. E ho beccato un racconto dove Hemingway dà i numeri sui tempi verbali. Il racconto “Cinquanta bigliettoni” alterna il presente indicatvo col passato prossimo in maniera palesemente errata e sgrammaticata perché non racconta passato e presente, ma un evento. Siccome inizia col passato remoto se lo dovrebbe tenere e invece alterna i paragrafi senza criterio tra presente e passato. Sarà anche grande, ma l’editor? Il traduttore? Mah.

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      1. 22/11/63 non è malvaggio, ma forse si perde un po’ e il finale è proprio angosciante e nero. Ha scritto di meglio, tipo “L’ombra dello Scorpione”, “Cujo”, “Misery”, “Stagioni diverse”, “Il gioco di Gerald”.

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  1. Mi hai molto incuriosito, mi piacerebbe leggerlo, ti confesso però che non ho mai letto King, ho due eBook da leggere uno l’ho cominciato due volte e mi sono arenata “On writing” l’altro è “It” mai cominciato. La tua recensione potrebbe essere la spinta giusta per cominciare a leggere Stepehen King.

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    1. Io ti consiglio di leggere qualcosa di King. Per me è un autore imprescindibile. Difficile dire cosa sarebbe più adatto al tuo gusto perché anche tra gli estimatori ci sono grandi differenze: chi ama alcuni titoli e chi altri.
      On writing, ad esempio, per me è importante: un libro gustoso che ho sul comodino (compreso un trasloco) dal 2001 quando è uscito.
      Prova anche con Il miglio verde. Particolare e unico.

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  2. Ecco, perché c’è Bernoulli non lo leggerei!! Manco me la ricordavo più la sua distribuzione, forse dovrei rileggermi qualche vecchio appunto di statistica. Vent’anni fa, arghhhhhh.
    Chissà, questo, se non è horror puro, potrei leggerlo.
    In effetti i lettori di King che conosco con le ultime pubblicazioni mi dicevano che non è più Lui.
    Tra l’altro sempre ambientato nel Maine… dove lui sta di casa. Dev’essere un luogo particolare per ispirarlo così tanto. 🙂

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      1. “Notte buia, niente stelle” E’ lì in attesa, spero sotto Natale. Sto terminando ora le 800 pagine de La croce di fuoco – saga Outlander, poi ho Dracula da leggere e un paio di saggi per lavoro… Più di così, non posso accelerare 😦

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  3. Bernoulli è solo un’appendice, non preoccuparti 😉
    Questo libro non è horror.
    E il filone ‘horror puro’ è quello che di King mi piace meno.
    L’istituo, comunque, è LUI, mi sento di assicurarlo.
    Il Maine è casa sua: naturale che ambienti lì i le sue storie. Io le ambienterei a Bologna 🙂

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