Fino all’ultimo istante – nono racconto “Futuro prossimo”

Da tempo la luna si avvicina alla terra, riversa su un fianco come una signora addormentata. In meno di un lustro la grande marea inonderà ciò che resta della città in cui sono nata. La guardo dalla mia vetrata, mentre appoggio la testa sul cuscino. So che è presto per andare, ma è inutile restare a rimuginare sulla mia decisione. Lancio il comando vocale e subito il braccio meccanico si avvicina, offrendomi un sostegno per alzarmi. L’ho chiamato Buck, come il cane che possedevo da bambina. Mi alzo. Buck mi offre la dose giornaliera di proteine in polvere gusto latte che bevo come se avessi i minuti contati. Il connettore è collegato alla corrente, in poco tempo le protesi aggiuntive saranno cariche e potrò camminare sulle mie gambe, se così si può dire. Ho deciso di indossare un tailleur simile a quello che io e mia sorella gemella portavamo il giorno del funerale di mia madre. A quei tempi eravamo una persona sola. Poi, per dimenticare la grande nuvola nera apparsa in cielo, ha deciso di cancellare i suoi ricordi. Dice che soffre meno e probabilmente ha ragione. Lei non si sveglia, ogni notte, all’ora esatta in cui accadde, sudata e impaurita come un filo d’erba sotto il temporale.

Ci terrei a salutarla prima di andare, ma ha rifiutato il mio invito. Forse avrei dovuto spiegarle la ragione della mia richiesta, invece mi sono accontentata di raggiungerla con la connessione mentale, mentre programmava i figli, gemelli anche loro. Era così di fretta che non ho nemmeno potuto accennarle della catenina. Infilo la gonna e la giacca, acconcio i capelli con la solita treccia e mi affaccio all’ascensore del palazzo. Premo il tasto meno centonovanta. In un attimo sarò al livello del parco artificiale, a qualche chilometro in altezza dalla Città Nuova, proprio sotto la nuvola fluorescente. I bambini laggiù si divertono a ruzzolare su tappeti di plastica verde, annusando fiori dai profumi improbabili. Mi svolazzano intorno con i loro aggeggi basculanti a un metro da terra, giocando alla guerra dei mondi. Alla loro età raccoglievo margherite caduche che sfogliavo al ritmo della speranza: M’ama, non m’ama.
La luce sul monitor all’ingresso del Centro lampeggia. Poso la mia tessera Universale sul lettore e clanc, la porta si spalanca su un corridoio circondato da pareti chiare. Vi scorrono immagini prelevate dal mio microchip, senza soluzione di continuità. Altro clanc e la porta si chiude. Una perla di sudore mi scivola sulla fronte mentre desidero voltarmi indietro, congedarmi dal profilo di casa mia, sospesa in aria come una stella, dal parco artificiale, dai bambini che svolazzano sui loro Flyboard. Persino le margherite di plastica vorrei salutare. Ma vedo soltanto una luce bianca e fredda avvolgermi, come una nuvola.
È già stato cancellato tutto. La mia esistenza si sta dissolvendo.
Ho il battito accelerato. Apro la bocca, ma nemmeno un sibilo, un brandello di voce, un decibel di speranza. La mezzeria mi conduce verso la stanza dove avverrà. Potrò ricominciare da capo, avere la mia seconda chance e liberarmi dal peso gravoso degli anni. Dovrei essere felice, eppure mi sento come la prima volta sulle montagne russe, con lo stomaco capovolto e i pugni serrati, il fiato corto e la gola secca. Non doveva accadere.
 Odio la paura, odio sentirmi in pericolo, odio tremare e perdere il controllo. Voglio andare oltre il Passaggio, rinascere, ma non in questo modo.
 Forse potrei tornare domani e stasera andare a cena da mia sorella. Vedermi le farebbe tornare qualche stralcio di memoria, un po’ di tenerezza. Potrei portarle le piante grasse che ho lasciato sul ripiano in cucina e la catenina d’oro che ho lasciato intorno al collo di Buck. Sono certa che le farebbe piacere avere un mio ricordo.
D’improvviso un Arduino si avvicina e mi porge un farmaco. Il suo sguardo è quasi umano. La nostra specie sta diventando ridondante. Prepara gli aghi e le fasce e le posa sul lettino, guardandomi come se mi vedesse per la prima volta. «Come avverrà?» domando, lui si avvicina in silenzio e dice: «Si stenda». Ubbidisco, che altro potrei fare? Chiudo gli occhi e ingoio la pillola. Speriamo sia più efficace del sonnifero che prendo prima di andare a letto. Mi sveglierò una persona nuova, in un mondo e in un tempo scelto da me soltanto. Ma ora non sono più sicura. Per quanto detesti la mia vita, è l’unica che abbia mai vissuto.
Lo chiamano SuperLifeRewind e offre solo un’opzione. Non si può tornare indietro. Quando Arduino l’avrà attivato mi addormenterò e i miei ricordi misti ai desideri si materializzeranno. Il mio ologramma si sveglierà inconsapevole nella nuova vita artificiale che ho scelto per lui, mentre il mio corpo sarà gettato oltre il deserto e incenerito.
Sarà bellissimo. Niente nuvola fosforescente, niente case galleggianti, nessun componente aggiuntivo. Sarò giovane, per sempre.
Arduino è tornato. Il tasto reset è acceso ma io, non riesco a decidermi. «Ancora una cosa!» domando. «Non mi avete detto se incontrerò di nuovo mio marito, dopo il Passaggio.» Arduino fa cenno di no con la testa e mi sbatte sotto il naso il contratto che ho a suo tempo sottoscritto. Maledetta rabbia, perché mi lascio trascinare dal rancore? «Fermati Arduino, ho cambiato idea, voglio tornare indietro, voglio sospendere tutto! Mi hai sentita?» Mi guarda, immobile. «Tenetevi i soldi, lasciatemi andare e scusate il disturbo.»
Provo a sollevarmi, ma i componenti sono già stati disabilitati. È la procedura, dice Arduino. Allora mi senti, maledetta ferraglia!
La stanza comincia a girare su se stessa. La voce risoluta di Arduino mi invita a premere il tasto desiderato e più indugio più il calore intorno a me aumenta, sto per esplodere. Una fitta nebbia cala su di me e rido, così forte che Arduino si confonde e prova a tapparmi la bocca. Non si è accorto che ho cambiato idea all’ultimo momento. Ho scelto di nuovo la mia stessa vita. Conserva tutto ciò di cui mi importa.

 

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Futuro prossimo“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

Foto di PolarityFlow da Pixabay

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15 pensieri su “Fino all’ultimo istante – nono racconto “Futuro prossimo”

  1. Ci troveremo in un mondo in cui tutto sarà perso, dalla natura al cibo. Saremo programmati come dei robot ma i sentimenti forse non saranno del tutto spariti e i legami familiari ci renderanno la nostra umanità.
    Un racconto che mantiene delicatezza e anima pur nella crudezza degli eventi.

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  2. Un altro tuffo nell’angoscia. Mi ha intenerito la scelta finale di riavvolgere il nastro della stessa vita, come quel vecchio proverbio contadino che recita più o meno così: se ciascuno di noi andasse sul sagrato della Chiesa a portare la propria croce e prender quella di un altro… ciascuno tornerebbe a casa con la propria.

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  3. Preciso nei tanti particolari di un futuro in effetti così prossimo come non avevo pensato. Ma leggendo questi racconti mi rendo conto che in fondo cosa sono 35 anni? Spero solo non saremo davvero costretti a rinunciare alla nostra vita prima del giusto tempo, perché in effetti è l’unica che abbiamo e vale sempre la pena viverla.
    Scorrevole ed emozionante.

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  4. un futuro terrificante, ridotti a robot e comandati da robot.
    Lento come può e deve essere un racconto del genere. Bello, mi è piaciuto.
    Complimenti all’autrice – qui non ho dubbi: deve essere femmina 😀
    Certo il futuro ci fa paura e i racconti lo dimostrano.
    Un applauso a Morena per aver inventato questo bellissimo contest e a tutti gli autori che hanno prospettato un futuro nero ma sempre con un sottofondo di speranza.

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  5. Mi ricorda Vanilla Sky con Tom Cruise e la sua scelta di essere criogenizzato nel corpo e proiettato nel Sogno Lucido con la mente. Nessun ripensamento per lui nel momento dell’atto, ma il suo stesso Sogno Lucido gli farà rimpiangere la scelta. Per quanto si soffra in questa vita, è l’unica che abbiamo.
    Quel Buck mi fa pensare che l’autore vuol essere riconosciuto 😉

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