Sa Mamai Manna – ottavo racconto “Futuro prossimo”

Jana ritornò al villaggio trascinando un carretto carico di rami raccolti durante la sua passeggiata, e tenendo un cesto con i frutti e le erbe trovati dal suo occhio esperto, la scorta necessaria alla vita quotidiana. Dietro di lei, arrancavano le Janette, come le chiamavano gli adulti. Le ragazze cui lei tramandava le sue conoscenze, perché non si perdessero e le aiutassero a sopravvivere.
Era una delle poche persone che riconoscevano i vegetali tossici, glielo aveva insegnato sua nonna.
Da quando il mondo era diventato una sterminata distesa di città abbandonate e ricoperte di folta vegetazione, i palazzi in cemento armato erano crollati e nessuno più poteva costruirne di nuovi perché le risorse fossili erano finite, e pochissimi avevano accesso alle fonti rinnovabili, la civiltà era retrocessa molto velocemente. La tecnologia era quasi del tutto inservibile. Per questo, al villaggio, Jana era riverita come un’antica sciamana. Poteva nutrirsi, curarsi e anche vestirsi.
Sapeva coltivare il lino, filarlo e tesserlo su un rudimentale telaio di legno per ricavarne vestiti, conciava le pelli, adoperava i sassi adatti alla molitura del grano e ricavarne una farina impastabile per ottenere focacce. Conosceva le virtù cicatrizzanti del miele sulle piccole ferite e le sue proprietà in caso di tosse. Sapeva estrarre l’olio dal lentisco.

Gli studi della nonna sugli antichi Nuragici, e la sua vita ancora legata a riti e tradizioni millenarie, costituivano un prezioso patrimonio culturale, di cui le persone che si erano rifugiate con lei in una sorta di villaggio primitivo, costruito secondo i metodi tradizionali della sua terra, usufruivano per sopravvivere e imparare le cose che i loro antenati avevano dimenticato e bollato come ciarpame da buttare.
La coltivazione di legumi e granaglie assicurava farine per la panificazione e lenticchie e cicerchie per zuppe nutrienti. Le ghiande dei lecci, ricresciuti, negli anni dell’urbanizzazione della civiltà, intorno al villaggio fornivano, pestate, una polvere da cui ottenere una bevanda che poteva sostituire, con qualche accorgimento per eliminare i tannini, il caffè ormai irreperibile.
Su piastre di terracotta si cuocevano le focacce. Jana aveva insegnato a recuperare i vigneti e raccogliere l’uva, per ottenere il vino necessario anche alla conservazione dei cibi. Essiccazione, affumicatura, nessuna di queste arti le era ignota. Era tenuta in grande considerazione, le comunità del circondario sapevano di doverle la sopravvivenza.
Gestiva i conflitti che, ogni tanto, scoppiavano tra gli abitanti, ricevendoli all’ombra del grande ulivastro che dominava il centro del villaggio. Seduta su una pietra, ammantata da una burra di lana tinta con la robbia, ascoltava tutti con attenzione, gli occhi chiusi e narici frementi, come a captare profumi lontani. Dopo quelli che parevano minuti infiniti, dava il suo responso, il suo giudizio inappellabile di Mamai Manna.
La sua fama presto oltrepassò i confini della Marmilla e i postulanti arrivavano dalle zone costiere e dalle zone montane dell’interno, dopo aver cavalcato a staffa lunga.
Ogni tanto giungevano scarne notizie da oltremare, la navigazione a vela era difficoltosa e i tempi lunghi, per loro che avevano preso gli aerei supersonici come un tram della Belle Epoque. Almeno fino al Grande Sboom che aveva azzerato gli orologi e i calendari.
Dove la natura non era stata rispettata e mantenuta come si deve, il cibo era scarso, cattivo e marciva subito; i conflitti e le guerre tra bande rivali condizionavano la vita anche delle persone pacifiche ma impossibilitate a vivere secondo i ritmi della Madre Terra, violentata e abusata per secoli da uomini miopi e rapaci.
Solo alcune donne, che avevano sempre vissuto nel solco del sapere della Dea, riuscivano qua e là, a mantenere una discreta qualità della vita delle sempre più piccole comunità. Pur senza telefono e connessione internet, queste donne, come Jana, Inanna, Ishtar, Gwenn Teir Bronn, Mairie, Ethlinn, riuscivano a comunicare. Ciascuna nei suoi luoghi, quelli che gli studiosi del Ventesimo Secolo avevano chiamato Star Gate, i ponti tra al di qua e al di là, dialogavano e si scambiavano notizie, informazioni, ricette e rimedi.
Jana condivise in questo modo la ricetta de Sa Petza Imbinada, il cinghiale marinato e cotto nel vino, che si poteva consumare dopo giorni. Se non riuscivano a cacciarne uno, Sa Mamai Manna dava ordine di cuocere al suo posto grilli e cavallette.
Curava gli incubi dei pazienti facendoli riposare davanti all’esedra delle Tombe dei Giganti, dove i suoi antenati curavano i malati nel corpo e nello spirito con il Rito dell’Incubazione, di cui già Aristotele si stupiva.
A volte, mentre preparava un rimedio, meditava su come fosse bastato poco per perdere, nel giro di brevissimo tempo, secoli di modernità.
Le persone avevano quasi del tutto perso il contatto con la realtà, isolate ciascuno nella propria bolla tecnologica che dava loro l’illusione di esser connessi con il mondo. Ma perdendo il rapporto con la madre Terra, allentati i legami personali, senza incontri faccia a faccia, sostituiti da messaggistica istantanea, avevano dimenticato il senso della vita e delle sue priorità.
Così, la perdita della macchinetta del caffè, del forno a microonde e dei centri commerciali dove trovavano tutto quello che pensavano fosse indispensabile, li aveva gettati nello sconforto più nero. Chi si era tolto la vita, chi si era abbrutito a voler combattere per le poche risorse rimaste, e chi invece aveva avuto la fortuna di poter ricominciare un’esistenza diversa, nelle piccole realtà come quella del suo rinato villaggio nella Sardegna sud-occidentale, grazie ai Custodi del Tempo come lei.
L’uomo è molto stupido, concluse, alzandosi per controllare l’affumicatura dei formaggi, scacciando così dalla mente le riflessioni filosofiche.

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Futuro prossimo“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

Foto di Stefan Keller da Pixabay

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10 pensieri su “Sa Mamai Manna – ottavo racconto “Futuro prossimo”

  1. premetto che tra tutti i racconti pubblicati è il mio preferito. aggiungo che (manca solo il nome ) ma l’autrice si è firmata con tutte le indicazioni che ha messo nel racconto, se avrò sbagliato sono pronto a mettere la mano sul fuoco come Muzio Scevola. Il futuro visto da questa prospettiva lascia sprazzi di ottimismo, e questa è una bella cosa. Mi piace come è scritto, sento i profumi degli alberi e quelli provenienti dalle cucine dell’isola che mi sta tanto nel cuore.

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  2. Scritto da una donna, oserei dire esperta, isolana, con la visione ottimista che le cose vere tornino e salvino. Già dalla riga in cui crolla il cemento mi si è stampato un sorriso sornione… Questo futuro prossimo mi aggrada assai

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  3. Un nuovo punto di vista per i tuoi racconti del futuro. Sono felice di constatare che in tanti abbiano aderito alla tua proposta. Una bella soddisfazione e un’occasione per apprezzare autrici autori sconosciuti (almeno fin quando non ce li svelerai tutti)

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  4. ricomincia il toto autore. Tutto sommato un gioco ma il testo ha un suo ottimismo di fondo. In un mondo dove la globalizzazione è un pallido ricordo si ricomincia a vivere dalla terra, dalla Dea che genera e accoglie tutti.
    Conosce un mondo che forse non è mai morto.

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  5. Questo racconto mi ha ricordato un film francese che vidi molto tempo fa, Il Pianeta Verde, dove la popolazione di questo pianeta viveva in armonia a contatto con la natura dopo aver passato anni ed anni di tecnologia che aveva portato solamente decadenza e distruzione. L’idea che un giorno si tornerà a vivere come nel passato, seguendo tradizioni che oggi sembrano avere spazio solo nelle feste di paese, è molto ottimista: che sia la soluzione ai problemi di oggi? Ho trovato il racconto molto scorrevole e curato, complimenti. Credo che si tratti di un’autrice e che sia legata alla sua terra.

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  6. Ecco perché, nonostante la tecnologia, sono felice di fronte alle piantine di rucola e pomodorini. Un po’ meno alle cavallette… imparerò a cacciare il cinghiale!
    Molto bello e ben scritto, complimenti!

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