Hikikomori: anche in Italia un fenomeno preoccupante

La parola Hikikomori è di origine giapponese, paese dove il ‘fenomeno’ è nato, e significa “stare in disparte, isolarsi” e indica il modo di tanti ragazzi di usare la comunicazione digitale per stare fuori dal mondo. Questi ragazzi, che hanno in maggior parte dai 14 ai 30 anni, si chiudono in camera, non studiano e non lavorano, non parlano con nessuno e usano i social come unico strumento per ‘socializzare’.

Anche l’Italia non è immune – qui il sito dell’associazione dedicata – e se in Giappone i casi sono un milione e mezzo, nel nostro paese contiamo già più di  centomila casi.
Purtroppo ogni innovazione tecnologica porta con sé innegabili benefici, comodità senza le quali ora ci sembra impossibile stare, ma a volte, se mal comprese e mal gestite, le stesse miracolose innovazioni sono danni gravi.
Da tempo la società – la cellula base della società e cioè la famiglia – ha delegato ad altri l’idea di educazione pensando che basti la scuola o le istituzioni a formare le nuove generazioni. Molti genitori non hanno la forza per se stessi di capire e mostrare come gestire certe nuove possibilità. Lo smartphone sempre incollato al palmo della mano e gli occhi fissi sullo schermo: questo è il mondo magico dove tutto si risolve con un like, il mondo dove nascono le Ferragni e dove i Fedez chiedono la mano. Il culto dell’esteriorità nato con le tv commerciali ora ha il suo coronamento in un video sempre a portata di mano e nella possibilità per tutti di avere la fama fosse anche solo per una foto dal 24esimo piano in cui ci si sporge troppo e si affida la propria anima al vento mentre dal palazzo di fronte filmano la morte in diretta per prendere mille like e crescere in popolarità.

    • proprio di oggi un post in cui Giovanni Venturi parla di comunicazione nel 2018

      • di ‘disagio della tecnologia ci siamo già occupati in questo blog con una serie di racconti. seguite questo tag per leggere

       

      ** l’immagine proviene da qui

       

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12 pensieri su “Hikikomori: anche in Italia un fenomeno preoccupante

      1. Grazie a te. Purtroppo è molto scomodo mettere in luce questi discorsi, prendere coscienza del malessere e fare in modo di cambiare le cose. Ma indiscutibilmente da fare.

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  1. Prima di demonizzare la tecnologia cercherei di capire meglio il fenomeno. Ad occhio e croce direi che si tratta di una delle tante forme che assume il disturbo depressivo, e anche i sintomi, così come vengono descritti da Wikipedia, sembrano deporre per tale interpretazione. Inoltre anche l’articolo citato riferisce che in giappone il disturbo era presente sin dagli anni ’80, quando di Internet e di social media ancora non si parlava.
    Se le cose stanno così è probabile che i giovani affetti da questo disturbo vedano in Facebook e negli altri social un mezzo per uscire dall’isolamento, proprio a causa del fatto che l’interazione con gli altri attraverso schermo e tastiera è diversa, in qualche modo falsa, e comunque meno terrificante (per una persona depressa, ovviamente) della comunicazione faccia a faccia. E questo è un bene, perchè il computer costituisce un’ancora di salvezza, senza la quale probabilmente questi giovani potrebbero suicidarsi.

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    1. Non credo che si stia demonizzando la tecnologia, che è il problema marginale. Hai ragione tu: è anche un sintomo di depressione. Ciò che mi preme dire è che bisogna aprire gli occhi, osservare e intervenire prima che sia tardi. Tutto è un bene se usato nel giusto modo. Grazie

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  2. la tecnologia va usata con buon senso ma il primo problema è proprio quello che hai detto. I genitori hanno abdicato dalla loro funzione. I figli, se nascono, sono degli intrusi nella loro vita, perché devono curarli, dar loro da mangiare, ecc. In altre parole non hanno più valori interiori e sono incapaci di trasmetterli per la loro mancanza. Così i figli seguono le mode, gli amici senza saper distinguere cosa è utile oppure no.

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  3. Uhm, io che ultimamente telelavoro (quindi sono chiusa in casa), esco solo per supermercato e palestra, e gli amici li sento via chat e/o telefono, devo considerarmi un Hikikomori?? 😀
    Sono d’accordo con santocerfeda, il problema c’è sempre stato, magari prima comunicavano con pizzini o piccioni viaggiatori, il che li isolava probabilmente ancora di più rispetto a conversare almeno online.
    Il focus credo sia nel fatto che non studiano e non lavorano (e non sono alla ricerca di lavoro, aggiungerei). Perché sono stato anch’io uno studente isolato, soprattutto all’università: i miei orari non potevano coincidere con gli amici che lavoravano, ritmi completamente diversi, e quelli che studiavano come me abitavano lontani. E purtroppo abitavo anche in un paese dove non è che ci fosse poi molto.
    Non credo nemmeno alla centralità della famiglia come educazione: se hai la sfortuna di nascere in una famiglia dove i genitori hanno già di suo dei problemi esistenziali, che tipo di educazione ti impartiranno? Certe volte è proprio la scuola a salvarti! 🙂

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    1. “Certe volte è proprio la scuola a salvarti”
      Esatto: certe volte.
      A parte le famiglia molto disagiate – in cui poi qualcuno si salva da solo – per tutti gli altri credo che la famiglia sia un punto di forza che spesso oggi non viene usato nel giusto modo.

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  4. La tecnologia ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi, ma, purtroppo l’uomo prima usa le scoperte in modo errato, poi, e solo poi in modo corretto.
    Sicuramente rende la vita più semplice, le notizie sono a portata di mano e ti aiuta a mantenere contatti con persone lontane, ma dall’altra ti porta anche ad isolarti. L’ultima volta che sono andata al ristorante era quasi silenzioso perché le persone erano più impegnate a guardare il cellulare che parlare fra di loro. Questo è il lato negativo, pensando poi che si comportano così persone della mia età, che di certo non sono state cresciute mettendogli davanti un cellulare.
    Credo che le persone dovrebbero riprendere in mano un po’ la loro vita e ritagliarsi del tempo libero, per interagire veramente con altri esseri umani. Noi siamo fatti per vivere in branco, non per vivere isolati.

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