Autopubblicare: a cosa serve?

Lo so cosa state pensando: che domanda stupida; ancora a parlare di ‘ste cose che non interessano a nessuno.
Infatti è vero: a nessuno interessa se noi – io ormai sono fuori dal gioco ma mi garba usare il plurale maiestatis: mi sento il mago Otelma della situazione 😉 – pubblichiamo un nostro testo e per di più lo facciamo in self, da bravi autori indie che il mondo non si fila.
Quindi hai fatto una domanda retorica, vero?
Non esattamente.

La scorsa settimana ho terminato la seconda rilettura del prossimo romanzo pubblicato di Marco Freccero. Un romanzo particolare, molto estraneo a quanto Freccero ha scritto finora, originale nell’idea e nei personaggi. E pure nella storia.
Non mi addentro perché temo di dire troppo. Il punto non è questo.
Spedisco il file e poco dopo lui mi scrive una cosa tipo “tanto a cosa serve” e mi suscita l’idea che non lo rileggerà nemmeno e lo butterà in una cartella nascosta.
Gli rispondo di non celiare e iniziare subito la rilettura.

Purtroppo l’autore indie è soggetto a queste depressioni, lo so perché ci sono passata pure io. Ci si interroga: non siamo più chiusi in quella romantica torre in cui esistevano solo le parole e il resto del mondo stava fuori aspettando testi magici che risolvesse loro la vita. Nessuno fuori aspetta il nostro romanzo.
Ieri – ma pure oggi c’è – nel blog di Freccero c’era questo post che parla della fatica dell’autopubblicazione; vorrei evidenziare questi aspetti:

Quanto tempo puoi dedicare all’autopubblicazione?

Devi solo rispondere a questa semplice domanda del titolo. Molte persone credono ancora alle favole e pensano che tutto sia piuttosto semplice. Basta scrivere e poi pubblicare. Per questo ti dicono:

Beato te che hai anche il tempo per scrivere. Io invece…”.

No, spiacente.

Io non ho il tempo per scrivere. Siccome voglio scrivere il tempo me lo cerco. Me lo ritaglio. Lo trovo. Ma questa ricerca passa per forza di cose attraverso una rigida operazione di selezione. Vale a dire: elimino parecchie cose.

  1. Non guardo la televisione (o la guardo pochissimo). Le serie? E che roba sono?
  2. Non vado in ferie (da anni).
  3. Non vado al cinema o al teatro.
  4. Riduco la navigazione sul Web allo stretto indispensabile.
  5. Niente uscite serali, mai (il mattino dopo devo carburare bene)
  6. Leggere (sempre tanto, e un po’ di tutto).

Eccetera eccetera.

Tutto viene fatto per la scrittura. Ogni decisione viene presa in suo favore (ma prima c’è il lavoro, ovviamente).

Quindi: duro lavoro, privazioni, fatica, impegno. E il risultato è?
Esatto: niente. Si pubblica in proprio, si cerca di fare conoscere il proprio lavoro, si spera che qualcuno legga e magari una piccola percentuale di coloro arrivi ad apprezzare le nostre parole. Si investe tempo (tantissimo), si evita di uscire, di stare con gli amici, di vedere posti nuovi, di divertirsi (sempre che per uno sia divertimento stare con gli altri, cosa che non sempre è vera).
Dimentico di dire che per molti, e per me lo è stato, scrivere è “divertimento” perché se c’è la passione non si sentono fatica e privazioni.
Ma sempre fatica è: per scrivere un romanzo occorre tanto tempo, che non significa “farò mezz’ora quando posso, due ore nel weekend, se ci metto dieci anni è lo stesso”, perché purtroppo se non segui l’idea, se non ti tieni i personaggi vicini, se non entri nella storia, il romanzo non esce. Tutte le volte che ti siedi devi iniziare da capo – cosa che io faccio comunque perché mi rileggo sempre – perché hai perso il contatto.
Ecco perché non mi impegno nella scrittura di una storia.
Ma torniamo a Freccero, e agli altri indie, e immaginiamo questo autore che scrive, si impegna, studia terre lontane – perché il mondo non si ferma a Savona, sapete? -, guarda su google gli ambienti desolati di queste isole lassù al nord, studia il clima, le usanze del luogo, i trasporti! Capite, i trasporti. Lui che non ama viaggiare, si deve studiare aerei, aeroporti, traghetti, orari.
Non solo: pure Sant’Agostino si è studiato (questo direi che lo aveva già letto: ma è che ha mandato pure a me alcuni articoli in modo che studiassi). E poi la geografia, i santi e i monumenti di queste isole. Insomma, fatica e impegno per lui non sono parole ostiche.
Bene. A cosa serve che Freccero pubblichi questo testo?
Ve lo devo pure spiegare?

ps. Quanto detto vale anche per gli altri autori, e pure per me se ne avessi voglia.
Se abbiamo una storia da raccontare, la scriviamo e crediamo di avere fatto il nostro lavoro nel modo più degno possibile, pubblichiamola. Soldi non ce ne sono ma avremo portato a compimento ciò che sentivamo di dover dire.

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7 pensieri su “Autopubblicare: a cosa serve?

  1. Già, a che serve?
    Forse sono anch’io in un periodo di depressione, perché nonostante un paio di idee che mi girano in testa, non mi sono ancora seduta per iniziare a scrivere il famoso romanzo (che magari non scriverò mai) o almeno per buttare giù una bozza di un primo schema riassuntivo.
    Non ho nemmeno voglia di raccogliere gli ultimi anni di poesie in un nuovo ebook, che non acquisterà nessuno, come i precedenti. Sì, ho avuto qualche (uno, forse due) riscontro positivo per i miei racconti, una quindicina di ebook venduti, ma nessuno ancora che si sia sbilanciato a scrivere una recensione o perlomeno un commento. Mi piacerebbe sapere se vale qualcosa ciò che scrivo. 🙂
    Comunque, almeno per me stessa, qualche emozione la butto giù, partecipo a qualche concorso letterario, insomma, ancora in piccolo, ma proseguo.

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  2. L’autopubblicazione serve a far uscire il proprio romanzo dal cassetto, come primo effetto, ma un altro effetto importante è che si “cresce”. Mi spiego meglio: quando ho autopubblicato il mio primo romanzo e ho cominciato a districarmi in questo mondo ho cominciato a “studiare” per scrivere meglio, promuovermi meglio, comunicare meglio ecc E poi svincolandomi finalmente dal mio primo romanzo ho potuto scriverne altri (certo il mondo girava lo stesso) ed è stato un altro modo per crescere. Erano storie che erano dentro di me da tempo e ho amato scriverle. Ho letto anch’io il post di Marco, mi era piaciuto molto (ogni tanto lo svinfirto prende anche me) ma il nuovo romanzo di Marco vorrei leggerlo, convincilo a perseverare!

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  3. Dipende dalle aspettative: a che serve cucinare per gli amici alla cena del fine settimana? A stare insieme e mangiare. Ma se quel cibo tu lo metti nel piatto di un ristorante e lo fai pagare allora sei soggetto al giudizio. Se è gratis puoi fare ciò che vuoi. Se lo fai pagare allora è bene dire una cosa: spesso che autopubblica fa poco editing e ha riferimenti parziali. La qualità è una cosa
    Il condividere un’altra
    Pubblicare su un blog non è tanto diverso, temo. Ma è gratis. Ci si possono scrivere pure cazzate. 🙂

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