La mia ‘guida’ per i dialoghi

     

Pagine del libro Il sorcio, di Georges Simenon, ed. Adelphi – traduzione di Simona Mambrini

 

I dialoghi sono un punto molto importante nella scrittura. Come si scrivono, con che parole, con quale stile? Abbiamo già letto centinaia di articoli e qualcosa crediamo di avere capito.
Quello che mi preme è (anche) la corretta punteggiatura. Siamo tutti d’accordo che non esista un’unica “corretta” punteggiatura perché, come sappiamo, ogni editore ha un suo modo di formattare i dialoghi.

Quindi, a cosa serve questo discorso, vi state chiedendo. Serve a definire un modo operativo che sia chiaro e che, una volta ben delineato, ci segua nella scrittura, senza più dubbi e alternanze strane nella punteggiatura.
Io ho creato il mio modo e, guarda caso, ma l’ho notato solo dopo, coincide con il metodo usato da Adelphi (vedi sopra), non da Luccio Edizioni di Gattalapesca.
Quindi: io scrivo i dialoghi con le virgolette caporali (perché l’ho già spiegato qui e qui), e fino a qui è tutto chiaro. Le caporali le sanno usare tutti – mi raccomando non scrivetele così: << >>. Queste non sono caporali. Lo so che si fa prima ma la scrittura non è mai una cosa da fare in fretta, questo è bene ribadirlo.
Il vero scoglio della punteggiatura dei dialoghi non sono i segni tra cui racchiuderli, ma la punteggiatura che li definisce.
Il punto dopo le caporali è, a mio parere, indispensabile e anche per Adelphi lo è.
Illustrare il perché di questa convinzione sarà meno facile.

Tento un esempio:

Come mai non sei uscita? chiese il padre.
Era troppo freddo.
Non salti mai una mattina. Deve esserci un motivo. L’uomo era deciso a non mollare.
Ti ho detto che è troppo freddo!
Forse non volevi incontrare Paolo, continuò lui. Avevi detto che avevate risolto.

 

Se a questo dialogo aggiungiamo le caporali, otterremo questo:

«Come mai non sei uscita?» chiese il padre.
«Era troppo freddo».
«Non salti mai una mattina. Deve esserci un motivo». L’uomo era deciso a non mollare.
«Ti ho detto che è troppo freddo!».
«Forse non volevi incontrare Paolo» continuò lui. «Avevi detto che avevate risolto».

Le parole del dialogo sono racchiuse tra le caporali – che potrebbero essere anche virgolette alte o trattini – ma il punto finale va fuori, dopo il segno di dialogo, perché il punto segna, indica, imprime la fine della frase. Ecco perché va messo un punto anche dopo il segno che racchiude una domanda con relativo punto interrogativo o esclamativo. Perché altrimenti la frase sarebbe monca.
Non dimentichiamo che, quando leggiamo una storia, stiamo ascoltando una voce narrante: una voce che ci racconta cosa è accaduto, ci riferisce i fatti. Quindi, i dialoghi che ci presenta, sono ‘riportati’: li inseriamo tra i loro segni distintivi – trattino lungo, virgolette alte, caporali che siano – che, comunque , non sono la punteggiatura della frase.
Quando leggo libri che non hanno il punto dopo le caporali mi sento sempre in sospensione. La voce si deve fermare decisa alla fine della frase e i segni che delimitano il dialogo, che lo contengono, non hanno questa proprietà.
Quindi, quello sopra è il mio esempio di riferimento, quello a cui mi attengo quando scrivo. E anche quando leggo testi altrui.
Ma di questo parlerò in un altro post.

E voi, come vi regolate con la punteggiatura nei dialoghi?

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14 pensieri su “La mia ‘guida’ per i dialoghi

  1. Io metto le virgolette alte o, a volte, solo il trattino – a inizio frase.
    Per quanto riguarda dove mettere il punto, dovrei andare a rivedere qualche racconto, perché mi sa che vado a sentimento. 😀

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  2. Io metto dentro le caporali. Fuori esteticamente non mi piace. Però mi piacerebbe che esistesse un solo modo, uniforme, sarebbe più facile scovare poi l’errore sia quando si scrive che prima di andare in stampa.

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  3. Io il punto lo metto dentro i caporali se non la frase termina coi caporali, altrimenti fuori se si aggiunge un dialogo riportato con i due punti.

    «Ciao.»

    Oppure.

    «Ciao.» Lo fissò per un po’, poi aggiunse: «Non togli il cappotto?».

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  4. Ok. C’è un orrore nel mio commento precedente. Lo riscrivo.

    Io il punto lo metto dentro i caporali se la frase termina coi caporali, altrimenti fuori se si aggiunge un dialogo riportato con i due punti.

    «Ciao.»

    Oppure.

    «Ciao.» Lo fissò per un po’, poi aggiunse: «Non togli il cappotto?».

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  5. Io utilizzo le norme editoriali di Feltrinelli, le virgolette e il punto dentro le virgolette.
    “Ciao.”
    “Ciao” le disse.
    “Ciao, come stai?”
    Non metto il punto dopo il punto interrogativo o il punto esclamativo (il concetto è che sempre di “punto” si tratta e già gliene ho messo uno).
    Rizzoli e Mondadori utilizzano le caporali, ma anche lì, scorrendo qualche testo qua e là, vedo che il punto lo mettono dentro le caporali. Diversamente da Adelphi che effettivamente lo stampa fuori dalle caporali.
    Insomma, pare che sulla punteggiatura ci sia uno standard al pari dei caricabatterie per cellulari. XD

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  6. Vero: lo standard è a piacere 😉
    Perciò ho definito il mio.
    Le virgolette vanno bene come le caporali: il problema si pone (per me) quando voglio riportare un discorso – e lo metto tra le virgolette alte appunto per differenziare dal dialogo ‘vero’ del romanzo.
    È una questione di competenze e di livelli.
    Sono questioni di lana caprina, come sappiamo, però a me piace avere tutto bene definito. Così mi garba 🙂

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