Una scottante carezza – di Fausto Marchetti

L’intricato tessuto legnoso aveva mantenuto acceso il grosso ceppo della notte di Natale e nella taverna dei fratelli Enrico e Dario, alle otto di sera, il tepore delle fiamme crepitanti aveva creato l’atmosfera giusta per la festa. Erano quasi arrivati tutti i ragazzi e le ragazze della compagnia, mancavano solo Paolo e Sara.
Il giovane carabiniere in licenza da cinque giorni, era passato alla casa della quindicenne entrata a far parte della compagnia da pochi mesi, per darle un passaggio.
I genitori della ragazza gli avevano raccomandato di riportarla a casa entro la mezzanotte.
Il poncho coloratissimo fuori moda donava un aspetto romantico a Sara, un tipino acqua e sapone che appena salita in macchina senza neanche presentarsi sbottò:
«Uff mi trattano ancora come se fossi una bambina. Dopo la curva ferma la macchina e accosta».
Sul ciglio della strada, Paolo, con le mani sul volante della sua Citroen 4 CV, rimase a guardare ammutolito la metamorfosi.
Abbassato lo specchietto, Sara si passò il rossetto sulle labbra, truccò gli occhi, e, sollevando il poncho si sistemò la minigonna vertiginosa mettendo in mostra le belle gambe.
Da bambina a bomba sexy in poco più di cinque minuti. Il cambiamento scombussolò Paolo, aveva avuto l’impressione di vedere una farfalla impaziente che per la fretta di uscire dal bozzolo si lacera le ali.

Un paio di chilometri in silenzio prima di arrivare alla destinazione.
Li accolse il colore e la luce del focolare. C’erano tutti: i due fratelli con le inseparabili chitarre, Alessio, Angelo, Carlo, Dana, Laura, Luisa, e qualche faccia sconosciuta a completare il resto della compagnia.
Sul tavolo addossato alla parete, c’era ogni ben di dio: panini imbottiti di prosciutto cotto e salame, panettone, pandoro, frutta secca, datteri, mandarini, bibite, spumante, cioccolatini e una scatola di marron glacé.
Nel semicerchio che si era formato davanti al camino, i due fratelli stavano suonando il primo giro di accordi su una canzone di Bennato. Enrico alzando lo sguardo verso Paolo gli fece un cenno col capo che voleva dire – attacca la prima strofa che poi ti vengono dietro tutti gli altri -.
«Un giorno credi di essere giusto e di essere un grande uomo in un altro ti svegli e devi cominciare da zero…».
Canzoni, chiacchiere, confidenze, risate. Tutti erano coinvolti, una normalità per un gruppo che si conosce da lunga data.
Sara invece non sembrava interessata alla festa, se ne stava in disparte con Luisa, l’amica di qualche anno più grande; ogni tanto si alzava per andare alla finestra, accostava le tende e rimaneva ferma a guardare nel buio.
Un colpo di clacson prolungato. Sara scattò in piedi dal divano, raccolse il poncho, raggiunse la porta e, rivolgendosi all’amica a voce alta per farsi sentire anche da qualcun altro, disse:
«Ciao. Io vado, mi porta a casa lui».
Non era ancora arrivata al cancello che Paolo era già alle sue spalle.
In strada c’era la nuova e fiammante GT Spider di Stefano che spalancata la portiera disse alla ragazza:
«Dai monta!».
Paolo lo conosceva bene, avevano giocato al pallone nella stessa squadra. Ma non erano mai stati amici. Troppo sbruffone. Era uno sul quale non c’era da fare affidamento. Come fidarsi di uno che per le ragazze aveva il motto “usa e getta”.
Scostando la ragazza afferrò la portiera e sbattendola violentemente la rinchiuse dicendo:
«Tu non vai da nessuna parte. Ho promesso ai tuoi che ti avrei riaccompagnato a casa, perciò entra subito » e rivolgendosi al guidatore: « Non ti vergogni di rimorchiare una quindicenne?».
Sara gli puntò in faccia tutta la sua rabbia, i suoi occhi scagliavano scintille di fuoco. Gli mise le mani sul petto per scansarlo urlandogli in faccia:
«Cosa vuoi, torna dentro con i tuoi amici dell’oratorio e lasciami perdere. Non sei il mio tutore. Io vado dove e con chi voglio. Non sarai certo tu a fermarmi. Carabiniere!».

La reazione di Paolo fu immediata. Con la mano sinistra le abbassò e mani e con la destra le mollò una sberla che la fece barcollare.
«Entra subito in casa e non fiatare. E tu sgomma subito o ti spacco il muso».
Luisa alle loro spalle aveva assistito alla scena, e approfittando del momento saltò in macchina. Sara non se ne accorse.
Stefano ingranò la marcia e facendo stridere le ruote sull’asfalto partì di corsa. Il suo vaff… si perse nell’aria gelida della notte.
A Paolo scottava la mano, si rendeva conto di aver alzato le mani su una donna ma ricordò una frase: chi agisce per un buon fine non fallisce mai. Tentò di giustificare il suo gesto: «Sara…».
Lei non lo lasciò continuare:
«Sei invidioso perché lui ha una bella macchina e non un catorcio come il tuo. Portami a casa».
«Al volo» rispose lui, sapeva che in quel momento sarebbe stato inutile qualsiasi chiarimento.
Nessuna parola per tutto il tragitto. La lasciò sul cancello di casa. Lei non rispose al suo saluto.
Agli amici, Paolo disse che la ragazza non stava bene e che l’aveva accompagnata a casa. La festa finì a mezzanotte, lui non cantò più quella sera. La mano bruciava.
Il giorno seguente la telefonata di Enrico: « Paolo hai sentito cosa è successo? La Spider di Stefano si è schiantata contro un albero. Lui è morto».
«E la ragazza che c’era con lui?».
«Quale ragazza? Non c’era nessuna ragazza».
«Luisa ».
« Ma non le hai portate a casa tu, lei e Sara?».
Paolo fece finta di niente e si scusò: «Hai ragione. Le ho portate a casa tutte e due io».

Al funerale, Sara seguiva il feretro in fondo al corteo, le lacrime avevano intriso il fazzoletto che teneva tra le mani. Luisa le si accostò, la prese sottobraccio e le disse:
«Felicità e vetro quanto facilmente possono essere spezzati. Alla nostra età non si pensa alla morte, la immaginiamo lontana, non ha nulla a che vedere con le nostre giornate, invece si presenta in un giorno qualsiasi per strapparci da un’esistenza che ha tanti progetti da compiere».
«Sarebbe potuto diventare una bella storia e invece…».
«E invece ti è andata bene ».
«Cosa stai dicendo sei impazzita!».
«No, l’altra sera quando ho preso il tuo posto sulla sua macchina, Stefano dopo un chilometro ha deviato in una stradina di campagna. Si è fermato, ha spento il motore, ha cominciato a baciarmi, capivo che non si sarebbe limitato a quello, era eccitato, mentre abbassava i ribaltabili capii che sarebbe finita male. Con la scusa di togliermi il cappotto sono scesa dalla macchina e sono scappata nel campo. Lui mi chiamò dicendo di non fare la bambina, ha insistito, poi ha cominciato a urlare che se non l’avessi raggiunto immediatamente mi avrebbe lasciato là a gelare dal freddo, ma avevo paura e mi inoltravo sempre più nel campo perché temevo che venisse a prendermi. Invece, e per fortuna, non ha perso tempo, mi ha chiamata ancora una volta ed è ripartito a tutta velocità bestemmiando. Sono tornata a casa a piedi. Non ho detto niente a nessuno. Capisci, mi avrebbe violentata. Poteva succedere a te.
A volte senza riflettere ci si butta a capofitto in situazioni pericolose, con superficialità. L’avventatezza rivela la nostra immaturità, l’irresponsabilità e l’incoscienza».
Sara rimase in silenzio ad ascoltare e riflettere.

Dopo il congedo Paolo aveva trovato lavoro come rappresentante in una ditta di Import Export, spesso era in trasferta, aveva così perso il contatto con gli amici.
Passano gli anni, le strade si dividono, ognuno percorre la propria.
Cinque anni dopo, la vigilia di Natale, Paolo si fermò davanti alla vetrina di una pelletteria: aveva bisogno di un paio di guanti. Entrò.
La commessa stava servendo una signora che voleva una borsa, ogni tanto lanciava uno sguardo su di lui. Quando l’anziana cliente fu servita la ragazza rivolgendosi a lui lo sorprese: «Ciao Paolo».
Lui sorpreso rispose: «Ci conosciamo?».
Lei fece cenno di sì.
Mentre la guardava cercando di ricordare Paolo chiese: «Vorrei un paio di guanti. Quali mi consiglia ».
«Dammi del tu, sono passati cinque anni ma non sono così vecchia».
Le parole della commessa uscirono dalle labbra con discrezione e pudore, centellinate e avvolte nella pellicola del silenzio ovattato come l’interno dei guanti di pelle che gli stava facendo provare.
«È passato molto tempo, e ogni giorno è stato un giorno in cui mi sono sentita sempre più intraprendente, sicura, forte, tenace, ma non ho mai scordato quella sera, quel momento durato solo un attimo. Come quando dalla finestra entra il vento violento e sconquassa tutto ma passando sulle cose lascia il suo profumo, tu mi hai fatto capire che l’esperienza rivela il sapore acido di un frutto non maturo che presenta all’esterno una buccia dorata e invitante».
Paolo stupito ascoltava ammirando la bellezza di un candore ritrovato, la guardava con gli stessi occhi di un bambino che sta col naso incollato al vetro della finestra per vedere il cielo sbriciolarsi in fiocchi di neve.
La ragazza allungò una mano verso di lui: «Fammi vedere le mani».
«Eccole. Perché dovrei riconoscerti, chi sei? Non riesco a trovarti nei miei ricordi».
Lei prese la sua mano destra, la rivoltò, passò le dita affusolate sulle linee del palmo, e sollevandola la appoggiò sulla propria guancia. Una scottante carezza.
«Ti ricorda qualcosa?».
«Sara!».
«Sì. Sono io».
«Non mi sono più scusato per quel gesto di Natale».
«È stato il più bel regalo che potessi ricevere».

Fausto Marchetti

*Anche questo racconto fa parte della pagina natalizia 2017 di Scriveregiocando.
Atmosfera un po’ rétro per questa storia che pare d’altri tempi ma che, invece, è ancora troppo attuale. D’altri tempi, forse, c’è la reazione di Paolo che si fa paladino della piccola Sara, cosa che oggi è difficile da pensare perché è troppo facile diventare branco e offendere tutti insieme forti della sicurezza del gruppo.
Un racconto che ci riconcilia con l’umanità e ci fa sperare.

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