La magia del Natale – di Marco Freccero

Da un po’ di tempo il nonno di Matteo non era più come quello dei suoi amici: quei nonni sempre attivi, che facevano ginnastica, ballavano, ridevano, ed erano sempre in forma, in giro coi nipoti a mangiare gelato e a giocare. Del tutto identici a quelli che vedeva in televisione.
Se ne stava a letto da mesi, senza scendere mai. Viveva al primo piano di una casa dalle pareti un po’ panciute in una contrada di Stella. Dal piccolo ingresso, la stanza si raggiungeva salendo una ripida scala senza corrimano e poi, come se gli scalini irregolari non fossero stati abbastanza, ce n’era ancora uno prima di entrare. Lui se ne stava là, immobile, senza parlare; così immaginava Matteo.
Nel fine settimana suo padre e sua madre lo portavano dal nonno; ma gli proibivano di salire per vederlo.
Nei campi l’erba era cresciuta, e nessuno l’aveva tagliava. L’uva era appassita sulle viti, lo stesso per le olive e le albicocche. Il cane, un pastore tedesco di quattro anni ce l’aveva uno zio, adesso. Le stie dei conigli erano vuote da un paio di mesi, e Matteo si chiedeva dove fossero finiti; pure la mucca Bellona era sparita. Un giorno era arrivato e aveva visto la porta della stalla spalancata. Lui aveva chiesto dove fosse finita. Il padre gli aveva spiegato che l’aveva presa un vicino, ma un vicino che abitava lontano, per curarla, perché il nonno stava poco bene e aveva bisogno di tanto riposo. Una volta che si fosse rimesso, sarebbe tornata.

Anche quella volta Matteo aveva domandato cosa avesse il nonno. Il padre aveva borbottato qualcosa come: “Non ci pensare”; come se fosse stato semplice. Non era per nulla facile. Era dura non pensare a una persona con la quale Matteo aveva trascorso i fine settimana di tutta la sua vita. Una vita di tutto rispetto: sette anni. Che quando ci si soffermava, un po’ gli venivano le vertigini, come affacciarsi dal balcone di casa sua, al secondo piano. E la vertigine aumentava ancora di più quando pensava che il nonno di anni ne aveva settantadue.
La nonna era morta tre anni prima; adesso in casa del nonno c’era una signora. Robusta, nera di capelli, si chiamava Patrizia, sempre indaffarata e con una faccia sempre seria. Matteo pensava che avesse qualcosa ai denti, forse le mancavano; non sorrideva mai.
Da quando il nonno aveva iniziato a star male era lei che si occupava di lui e della casa. Poi Matteo aveva iniziato a sentire degli strani discorsi, di roba che spariva, e sia mamma che papà, e pure gli zii e le zie, dicevano che quella era furba, e che bisognava fare qualcosa. Chi fosse quella, Matteo lo sospettava ma i sospetti erano roba sporca da evitare con cura. Lui, in fondo, voleva vedere il nonno. Il resto non lo riguardava.
Coi suoi cuginetti, Matilde e Leon, avevano fatto un gioco, qualche settimana prima. Che non era proprio un gioco. Erano nella sala da pranzo della casa del nonno, di domenica pomeriggio. I genitori erano in cucina a parlare piano. Loro sentivano piovere dal soffitto il rumore dei tacchi della signora che nella stanza del nonno, camminava avanti e indietro.
Il gioco era immaginare il proprio lavoro, che cosa si sarebbe fatto da grandi, qualche anno dopo. E Matteo aveva risposto: “contadino”, come diceva il nonno. Al che Matilde era scoppiata a ridere, rovesciando la testa all’indietro. Ed era successo qualcosa di imprevedibile. D’un tratto, una mano si era abbattuta sulla sua testa, e la madre di Matilde aveva detto: «Cosa ridi, cretina».
A Matteo non piaceva la madre di Matilde.
Adesso che il Natale stava per arrivare, con tutta la sua magia, quella che dicevano tutti, alla televisione e un po’ ovunque, gli sarebbe piaciuto che cambiasse un po’.
Soprattutto che il nonno guarisse. Si chiese quel giorno, e anche nei successivi, se ci fosse un modo per aiutare la magia a far star bene (guarire) il nonno. Ci pensò a lungo; non appena aveva un minuto libero si metteva un attimo in disparte, e cercava di trovarlo. Ma per quanto pensasse e pensasse, non sapeva come fare. Ne aveva parlato a sua madre, e lei lo aveva rassicurato che doveva solo sperare nella magia del Natale. Doveva crederci; ci credeva?
Lui rispose di sì, e non ne parlarono più.
Però Matteo, continuò a pensarci, a pensarci; e alla fine giunse a una conclusione, come dicevano a volte i grandi per darsi tono e contegno. E questa diceva che gli adulti si buttavano sulla magia per evitare di fare il loro lavoro: mostrare il nonno malato a un nipote.

Marco Freccero

*Anche questo racconto fa parte della pagina natalizia 2017 di Scriveregiocando.
Può la magia del Natale soccorrerci quando abbiamo dei problemi, dei guai? Noi sappiamo che non è possibile ma è rassicurante che i bambini ci credano. La “magia del Natale” dovrebbe poter essere d’aiuto, oltre a colorare e illuminare case e città. Le storie che scriviamo servono anche a questo. Matteo è disincantato ma in fondo io so che ci crede. E magari ci crediamo un po’ anche noi, insieme a Marco Freccero.

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