Una questione di piruli e mutande – di Carlo Sirotti

Non riesco a ricordare né quando, né come, scoprii che le femmine erano sprovviste del pirulo, quel cosino carnoso tra le gambe che ci permetteva di fare la pipì in piedi, a patto di orientarlo verso il giusto bersaglio senza bagnarci scarpe, mutande e pantaloncini. Per questo ai primi tempi sicuramente la mamma era d’aiuto. All’asilo forse anche la maestra, ma non me lo ricordo proprio.
Cosa ci fosse al suo posto per me restava comunque un mistero. Forse nulla, un ventre piatto sino al sedere, probabile sede anche di orifizi destinati a diversi incarichi, almeno uno dei quali ben noto anche a me, che sul vaso in quella posizione seduta passavo anche una decina di minuti o più, finché qualcuno da me chiamato al termine dell’operazione venisse a constatare la qualità del prodotto e a ripulirmi, per poi ricompormi correttamente: canottiera che finisse dentro all’elastico delle “braghette” (così in casa erano chiamate le mutande) per assicurare la buona copertura dal freddo di fascia renale e pancia, poi i pantaloncini con la loro complicata patta coi bottoni, e quindi una finale sistemata anche agli indumenti sovrastanti. Del resto anche le galline (erano pur sempre femmine anche quelle) non espellevano tutto, uova comprese (erano pure roba commestibile), dal medesimo buco?
Non mi aiutavano a svelarlo neanche le mie incuriosite e imbarazzate sbirciate a statue di nudi muliebri, o di dipinti e figure sui libri che mi poteva capitare di osservare; soprattutto a casa dei nonni, in possesso di edizioni antiche e gigantesche della Bibbia e della Commedia dantesca illustrate dal Dorè. Quei libri, più tardi, sarebbero stati la mia fonte principale di consumo di pornografia e relativi turbamenti (sapevo a quell’epoca di commettere un grave peccato e che quello stesso inferno che scrutavo sarebbe probabilmente stato la mia destinazione finale).
“Guarda com’è bravo il nostro Checco” era invece il commento ingenuo di mia nonna scovandomi spesso, allora, in contemplazione delle figure a corredo del Sacro Libro e del Poema. Ovunque i nudi umani, da quelli di Adamo ed Eva a quelli delle anime dannate, ostentavano i piruli pendenti tra le gambe muscolose dei maschi, e mai cosa fosse in fondo nascosto fra le morbide cosce delle donne.

Anche all’asilo la mia curiosità si era diretta verso ciò che le bambine potevano nascondere sotto la loro sottanella, ma che custodivano in segreto all’interno di braghette, sempre bianche e di cotone a costine come le nostre, ma spesso adornate lungo la sgambatura da un lieve accenno di pizzo o di merletto.
Presi il vizio di sbirciare in alto, lungo le scale che dal piano seminterrato dell’edificio, dove erano ubicate le nostre classi d’asilo, portavano i bambini e le bambine al piano superiore, leggermente sopraelevato rispetto alla strada, dove era l’ingresso della scuola (la “Armando Diaz” di Via Cesare Battisti, che sarebbe diventata tristemente famosa molti anni dopo per le scellerate azioni di Polizia).
Naturalmente sbirciavo per cercare di intravedere sotto le gonnelle e i grembiulini sovrastanti almeno quella macchia bianca di mutandina merlata che poteva apparire anche per un solo attimo, un breve istante di felicità regalato da un’inconscia bambina alla mia intrepida vista. Ma di rado ciò accadeva, e in tale caso lo assaporavo come una conquista, una vittoria da gustare in segreto, un segnale sulla via dello svelamento del mistero.
Strano mondo quello che ci divideva in maschi e femmine, all’asilo già piuttosto marcato: se il grembiulino era bianco per tutti noi bambini, il fiocco sotto il mento doveva essere a quadratini bianchi e rosa per le bambine e bianchi e azzurri quelli di noi maschietti. Anche il colletto poteva avere quel bordino merlato che adornava già le mutandine per le bambine, assolutamente inconcepibile per noialtri.
Si giocava tutti insieme, ma c’erano momenti in cui i maschi dovevano stare compatti da una parte e le femmine da un’altra, come nel salire le scale verso l’uscita in gruppi differenziati, in fila ordinata e per due, tenendoci per mano (Io avrei voluto tanto stringere quella di Chiara O., quella bambina con gli occhi azzurri e le treccine bionde, ma sapevo che mi era impossibile).
E anche nei giochi ce n’erano alcuni che le bambine riservavano per sé, facendo comunella tra loro. Pure fuori della scuola, per strada, o nei cortili, o ai “giardinetti” dove venivamo portati nelle belle giornate, le differenziazioni si facevano sempre più nette. Quelli più sfrenati, con ricorso spesso ad armi giocattolo, a rincorse non di rado corredate da cadute con sbucciature e sanguinamenti di ginocchia o gomiti, venivano generalmente disdegnati dalle femmine, che si riservavano di portarsi dietro bamboline e bambolotti invece delle pistole, o tutt’al più salterellavano sulle tracce di gesso numerate nel gioco della “campana” (che non ho mai nemmeno ben capito).
Anche l’accettazione di un essere di sesso opposto all’interno del proprio gruppo di gioco stava diventando una rara eccezione, spesso una concessione del tutto speciale per esprimere un momento di grande magnanimità.
Tra noi maschi cominciò a prendere piede quel senso di superiorità che in qualche modo “sentivamo” crescere in noi, e che i modelli del mondo adulto ci andavano confermando.
Una delle minacce che più temevo da parte di mia madre, come punizione per i miei capricci, cominciò a essere “guarda che da domani ti metto le braghette coi pizzi”, proprio l’ oggetto della mia più insana ma vitale curiosità che diveniva ora il simbolo della più pura identità sessuale. Magari avvolto in esse, avrei potuto perdere il pirulo, che mi sarebbe caduto relegandomi in quell’altra metà del mondo e confermandomi che la vera differenza in fondo stava nell’averlo o non averlo.
Quella minaccia mutandesca divenne il mio più grande terrore.
Stava arrivando Natale, uno dei primi che io ricordi. Mi fu chiesto di scrivere la mia letterina a Babbo Natale. Non dovevo mostrarmi egoista, chiedendo solo giocattoli per me e decisi di chiuderla con un pensiero anche per i miei cari. E fu così che dettai a mio fratello più grande (che la scriveva materialmente per me):
“… e porta anche un ben pirulo alla mia mamma, che non ce l’ha.” E poi aggiunsi: “E magari uno anche alla nonna”.

Carlo Sirotti (carloesse)

*Anche questo racconto fa parte della pagina natalizia 2017 di Scriveregiocando.
Carlo Sirotti ci riporta all’infanzia, in quel luogo dove nascono le domande più strane e dove l’immaginazione viaggia a ritmi velocissimi. In quel mondo si intuiscono le cose, spesso sbagliando, e si pensa di conseguenza: è così che si arriva a chiedere regali assurdi immaginando la meraviglia di chi li riceverà. I bambini sanno essere dolcissimi. E molto generosi 🙂

7 pensieri su “Una questione di piruli e mutande – di Carlo Sirotti

  1. Assolutamente delizioso, una scrittura perfettamente aderente all’argomento trattato, nessuna malizia, ma una tenerezza mai zuccherosa o finta. Notevole il finale, ma, si sa, una volta capitava di essere davvero ingenui.A me, scoprire che mio fratello aveva un “fra le gambe” diverso dal mio, non mi fece nessun effetto! Avevo tre anni e per quanto mi riguarda, avrebbe potuto avere anche un nido di passeri!

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  2. Credo sia la prima volta che lo sento chiamare “pirulo”! Che da noi il “pirolo” (con la “o”) è il chiodino da gioco della Quercetti, quelli tutti colorati con cui si disegna sulle tavole bianche piene di buchini dove vanno infilzati. Eh, in effetti…non riuscirò più a giocarci adesso e i bambini mi chiederanno perché rido! 😀

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  3. @Barbara: ti confesso che a casa mia non lo chiamavamo neanche così, ma “pistolino”. Ma “pirulo”, o “pirulino” lo chiamava qualcun altro bambino fra miei amici di allora. Essendo contrario alle armi ho preferito concedermi una licenza dai miei reali ricordi e servirmi di questo appellativo, considerandolo più buffo ed innocente.

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