Un altro racconto di Natale – di Stefano Mina

Ne han raccontate tante
di storie del Natale
mica una sola, a palate
ma di questa meno male,
manco una parola, ascoltate

prosa semplice e qualche verso
per l’umana fiaba, mai banale
di chi si immaginava diverso
per scoprirsi infine, uguale

Erano rimasti due uomini all’interno dell’osteria “I briganti”, la sera della vigilia di Natale. Uno stava dietro al banco e ed era Giovanni Pignasecca, l’irascibile e corpulento proprietario del locale chiamato dai clienti più assidui “Esentasse” perché nessuno l’aveva mai visto fare uno scontrino, e l’altro era suo cognato, Franco Dalsenno chiamato “il Verza” perché oltre essere vegetariano si dilettava con la letteratura, con la poesia, e spesso improvvisava versi durante le chiacchierate. I due erano alle prese con la regina delle discussioni, da bar e non solo, di questi ultimi anni, quella che non manca mai, sia che si parlasse di politica o di qualunque altra cosa, ed era la questione “migranti” Naturalmente i due affrontavano l’argomento senza tralasciare né i ma né i se; d’altra parte in qualità di tuttologi, titolo onorario oramai condiviso equamente fra i frequentatori di bar e quelli della rete, era loro consentito, senza alcun timore, di liberare parole senza l’incomodo di una eccessiva riflessione.
“Ma proprio qua, dovevano venire?”
“A casa loro li dobbiamo aiutare, tutta l’Africa in Italia non ci sta, lo vuoi capire o no?!”

“Il lavoro qua non c’è. Prima gli italiani, poi i nero-fumo”.
“Mica han voglia di faticare, questi qua”.
“Arrivano con le pezze al culo e subito pretendono”.
Il corpacciuto Esentasse elencava questo insieme di luoghi comuni con una tale veemenza che i pochi capelli del Verza si muovevano come fili d’erba fustigati dal vento. Il suo volto era così rosso da far pensare che di lì a poco avrebbe preso fuoco.
“Ma scappano dalla miseria, dalla guerra…”, provava timidamente a reagire suo cognato. “Per una promessa di terra…”
Poi prendendo coraggio:
“attraversano il mare,
Rischiano la vita
Per un boccone da mangiare
Per una via d’uscita”.
Ma i suoi toccanti versi non facevano effetto sul sempre più isterico locandiere.

“Non sono affari miei,
e non darmi del razzista
ho pure un amico gay
sei il solito buonista!”
Non si può negare che non gli rispondesse per le rime. E aggiunse senza quasi respirare: “Tutta un’altra cultura dai, guarda come trattano le donne!”.

Ma Franco non era certo un tipo arrendevole:

“Parli proprio tu, santo cielo
Guarda come tratti mia sorella, tua moglie
Certo non la costringi al velo
Ma lasciamo perdere che è meglio”.

E dopo l’assonanza continuò ma ora solo malinconica prosa:
“I popoli ricchi li sfruttano da anni con la complicità dei loro governanti avidi e compiacenti offrendo loro solo povertà e ora che vorrebbero anch’essi la loro piccola parte, quel pizzico di benessere spettante a ogni essere umano, un tozzo di pane, noi li respingiamo verso le braccia dei loro aguzzini, verso un destino infame…”.

“E basta! Lo interruppe nuovamente Giovanni con le vene della fronte rigonfie.
“Ti ripeto che IO non mi sento in colpa, questo è il nostro paese e facciamo entrare solo quelli che ci pare, mica tutti i delinquenti e i vagabondi del pianeta, questi sono islamici, questi buttano le bombe, questi ci tagliano la gola nel sonno… Svegliati!”.
“Sì, sì, continua pure a mettere tutti nello stesso calderone”, pensò Franco. Però sul fatto che si dovesse svegliare in fondo quel “basico” di suo cognato non aveva tutti i torti; doveva smetterla di cercare di usare la ragione con chi preferiva dare sfogo ai propri istinti elementari. Si sentiva svuotato ma anche arrabbiato con se stesso. Perché si era fatto trascinare ancora una volta in questa ennesima e inutile discussione?
Sì allontanò dal banco e si diresse mestamente verso la porta; afferrò la maniglia e prima di uscire si girò verso l’incandescente cognato, disse:
“Ciao Giovanni, ci vediamo più tardi al Cenone”.

L’altro con le mani immerse in un catino d’acqua bofonchiò fra i denti che dopo aver chiuso il locale sarebbe prima andato alla messa delle 23 e 15 e poi li avrebbe raggiunti.

“Già, la messa, vai a confessarti che è meglio”.
“Cosa?”.
“Niente, niente, a dopo” e uscì dalla locanda.

Giovanni, rimasto solo, terminò di sistemare alcune cose e poi tirò fuori l’incasso del giorno disponendolo in piccoli mucchietti sul bancone del bar. Prese un grande astuccio nel cassetto e si chinò per prendere lo zaino che teneva nello sportello sotto alla cassa. Proprio in quel mentre la porta d’ingresso si aprì.
“Cavolo, non ho chiuso” disse a voce alta mentre si rialzava.
Appena vide l’uomo entrare sentì un’ondata di calore in viso. La carnagione dell’ospite inatteso non lasciava dubbi sulla sua provenienza e per il pregiudizio di Giovanni, neppure sulle sue intenzioni.
“Dove credi di andare, non vedi che ore sono? È chiuso!”. Il tono era tutt’altro che amichevole.
L’uomo intanto si era avvicinato e sorridendo disse mettendo una mano nella tasca: “Mi scusi, volevo chiederle se poteva…”.
Ma Giovanni, che ora era uscito da dietro il bancone, non lo fece finire e gli si parò davanti con quel suo torace a due ante. “Ti ho detto che è chiuso…non fare un altro passo altrim…”.
La parola gli rimase per metà in bocca e con una smorfia di dolore si portò una mano al petto e si accasciò a terra come un burattino cui abbiano reciso i fili.

Quando riaprì gli occhi, la luce della stanza, nonostante fosse fioca, gli ferì gli occhi e solo dopo qualche istante riuscì a guardarsi attorno. Era steso in un letto e le ossa gli dolevano in un modo mai provato prima. Le pigre gocce che scivolavano in un tubicino trasparente fino a penetrare nel suo braccio sinistro non lasciavano dubbi sul luogo in cui si trovava ma ulteriore conferma fu l’uomo con il camice bianco che parlava a bassa voce con Franco suo cognato e sua moglie Chiara, vicino alla finestra della stanza.
Era in ospedale, d’accordo, ma perché, cosa gli era accaduto?
Nella sua mente la nebbia si diradò e gli ultimi ricordi si riaffacciarono sufficientemente vividi per scuoterlo dal suo torpore.
“I soldi sul bancone, quel negro, mi ha derubato”.
Quelle parole uscirono dalle sue labbra in modo completamente incomprensibile, un leggero gorgoglio, sufficiente però a destare l’attenzione delle tre persone.
Chiara fu la prima ad avvicinarsi. “Ci hai fatto prendere un bello spavento, questa volta”. Gli appoggiò una mano sula fronte come a saggiarne la temperatura.
Giovanni riprovò a formulare qualche parola ma lo sforzo fu inutile.
“Calma, non ti devi agitare” disse la donna accarezzandogli il viso.
Nel frattempo anche il medico si era avvicinato al capezzale e con un sorriso professionale tastò il polso del paziente. “Signor Pignasecca, il peggio è passato. E’ stato un vero miracolo ma…”.
Giovanni gli prese a sua volta la mano e con un residuo di forze gliela strinse e lo guardò negli occhi con lo sguardo implorante.
“Già, immagino che lei non sappia per quale motivo si trovi sdraiato in un letto d’ospedale” disse il dottore. “Vede ieri sera, verso le 23 lei è stato colto da un infarto del miocardio e …”.
La porta si aprì lentamente e nella stanza si affacciò un uomo; nelle mani una bottiglia d’acqua.
Giovanni lo vide e sgranò gli occhi indicandolo.
“Ecco il suo salvatore” riprese il medico “se non fosse stato per lui, difficilmente staremmo qua a parlare lei ed io; come dicevo poc’anzi, un vero miracolo!” Poi aggiunse sorridendo: “Tra l’altro siamo in tema mi pare, e la sua si può definire a tutti gli effetti una vera e propria rinascita”.
“Pensi” continuò il primario “il caso ha voluto che lei si sentisse male proprio nell’istante in cui il signor John Okore è entrato nel suo bar per chiederle dove si trovasse la Chiesa di S. Francesco avendo l’intenzione di assistere alla funzione della Vigilia ma non conoscendone l’esatto indirizzo. Ma la sua fortuna non è finita lì, il signore essendo pratico di primo soccorso avendo esercitato per tanti anni presso una nota ong si è attivato per farle prontamente un massaggio cardiaco così da tenerla in vita fino all’arrivo del 118 munito di defibrillatore. Ora noi le abbiamo disostruite le arterie e applicato uno stent”. S’interruppe un istante vedendo una specie di smorfia sul viso del paziente pensando che fosse dovuta all’apprensione. ”Non si deve preoccupare, caro Giovanni, l’intervento è perfettamente riuscito; Lei ora deve solo riposare per recuperare le forze; L’importante è che, per almeno ventiquattrore, lei stia il più possibile immobile perché siamo dovuti passare dall’arteria fem…”
Il medico continuava ma Giovanni non lo ascoltava più; mille pensieri come coriandoli impazziti volteggiavano nella sua mente confusa. Guardò l’uomo a cui doveva la vita avvicinarsi sorridendo a sua moglie Chiara e porgerle la bottiglia d’acqua. Anche suo cognato si era accostato al letto e in mano teneva uno zaino, quello stesso zaino dove lui solitamente riponeva l’incasso del giorno. “ Non ti preoccupare per i soldi Giovanni” disse Franco, il signor Okore ha pensato di raccoglierli dal bancone dove li avevi lasciati e ce li ha consegnati appena ci siamo incontrati. Non era il caso di lasciarli lì, in bella vista, no?”.
Giovanni non disse niente. Davvero difficile trovare parole opportune in simili situazioni. Si limitò a fare un segno di assenso con la testa e dal suo volto stanco ma sereno spuntò un abbozzo di sorriso; con gli occhi lucidi cercò quelli dello sconosciuto dalla pelle scura e quando li incontrò finalmente lo riconobbe.

Stefano Mina

*Anche questo racconto fa parte della pagina natalizia 2017 di Scriveregiocando.
Stefano Mina ha centrato uno degli argomenti caldi di questi anni: il disagio e la paura che suscitano le persone che percepiamo come ‘diverse’. È facile abbinare il colore delle pelle ai timori che ci perseguitano. Gli stereotipi ci assediano e si finisce per vedere, e capire, solo ciò che ci pare ovvio. Se qualcuno ruba sarà certo quell’uomo che cammina rasente i muri, senza pensare che forse deve camminare così per difendersi dall’ignoranza altrui.
Ben scritto e con un ‘lieto fine’ che soddisfa il nostro desiderio di bene.

7 pensieri su “Un altro racconto di Natale – di Stefano Mina

  1. Ringrazio gli amici, vecchi e nuovi, per le belle parole… Questo mio racconto nasce da un’urgenza ma temevo di non riuscire a dare corpo ai miei pensieri e soprattutto di non essere “leggibile” e visto il tema risultare troppo pesante… Per questo il gioco con le rime… Mi rende naturalmente felice che ne condividiate il contenuto perché l’aria che si respira pare dire altro… Vabbè, non voglio dilungarmi troppo perciò vi ringrazio ancora e vi Auguro buone cose

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