Un terribile Natale – prima parte

22 dicembre: meno tre al conto alla rovescia. Poi tutto si sarebbe sgonfiato, fino a tornare silenzioso e noioso.
I suoi passi risuonavano pesanti nel vicolo, gli scarponi stridevano contro le pietre e raccontavano la scarsa voglia che si trascinava addosso. Dove era finito il siamo tutti più buoni?
Possibile che a tre giorni dal Natale a quello sciroccato venga in mente di svuotare la cantina? Invecchiando lui perde il cervello e io ci vado di mezzo. “Tanto non lavori”, dice lei. Imparasse a starsi zitta.
Senza voglia e senza speranze si infilò nel vicolo. Faceva un freddo porco. Tutti i mulinelli gelidi si erano dati appuntamento e lo schiaffeggiavano a raffica aumentandogli il nervoso. Diede un ultimo calcio all’aria, avvicinandosi a quella sagoma in attesa.
– Eccoti, son ore che aspetto. Non c’è più la gioventù di una volta. Alla tua età avevo un lavoro e non la schiena dritta come avete voi ora, che la sera fate i leoni e poi la mattina…
La solfa delle paternali zeppe di luoghi comuni era iniziata. Come a recitare un rosario, senza sconti fino a che fossero rimasti insieme, quella voce roca non si sarebbe interrotta mai.
– Sono solo le otto di mattino non sono in ritardo.
Essere conciliante lo avrebbe convinto? No, conoscendolo no.
– …scommetto che se tua madre non insisteva eri ancora a letto. Debosciato.
Intanto il nipote che ti dà ai nervi è qui, vedi di non rompere troppo o ti lascio a metà con il lavoro.
– Cos’è quello sguardo torvo? Roba da matti, ai miei tempi…

Il cigolio della porta coprì il resto lasciando un senso vago di curiosità sul finale. L’interno della cantina era una vera e propria tana, rifugio di anni e anni da collezionista seriale di spazzatura. Cianfrusaglie ammucchiate ovunque, scatole, vecchi attrezzi per l’orto, pezzi di moto. Una discarica.
– Dobbiamo portare via tutto, dividendo il ferro dal resto. Il resto lo butto, il ferro me lo pagano quindi si mette da parte. Se è carta, vedi quella pila di giornali?, va nella carta, se è plastica… hai capito. Lì hai la carriola per arrivare ai bidoni, io devo andare a pisciare.
Ma come? Dobbiamo, prendiamo e poi vado a pisciare?
Odore di fregatura oltre alla muffa, di sano non doveva esserci rimasto nulla. Infilati i guanti con una buona dose di rassegnazione scelse la parete di destra, quella della carta. Ben cinque viaggi al bidone giallo, la pila sparita, e lo zio ancora disperso in bagno. La pisciata più lunga della sua vita. Due ore. Meglio, senza rotture vado più veloce. E quello?
Un baule in legno malridotto spuntava tra il resto dei rottami da buttare. Non conteneva di certo nulla di valore, vista la chiusura arrugginita penzolante da un lato.
Un rumore inaspettato lo fermò. Fece silenzio per capire meglio. Sembrava un brusio di applausi, un qualche programma televisivo. Alzò il coperchio e la sensazione strana lo assalì, raffreddandolo. Miasmi forti lo colpirono prima alla gola poi allo stomaco. La vista iniziò a fare strani scherzi. Strizzò più volte gli occhi, strisce colorate continuavano a impedirgli di capire cosa contenesse il baule.
Ma cosa… non riuscì a terminare il pensiero che le lucine si unirono formando un’immagine unica. Almeno avesse bevuto. Dare la colpa a una birra di troppo a stomaco vuoto avrebbe avuto il suo perché, invece così…
Tre giorni a Natale, come uno sfigato cronico a pulire la cantina del vecchio pazzo, tra rottami e spazzatura ammuffita. E cosa esce da quel baule?
Una forma umana, ma nemmeno troppo. Piccola, indefinita. Un fantasma? Stava a mezz’aria fissandolo, anche se pareva senza occhi.
– Chi sei? Cosa sei? E cosa vuoi?

… segue… 

*il racconto è di Nadia Banaudi, che ringrazio, e l’ho diviso in due parti così ve lo potete gustare meglio 🙂

9 pensieri su “Un terribile Natale – prima parte

  1. Mah che diavolo.. Io seguo il blog di Nadia e leggo un suo racconto altrove? Che ti devo dire Morena, grazie! Il racconto acchiappa, Nadia si sa è brava. Li per lì credevo si fosse data ai gialli…. Il classico cadavere nel baule del pazzo…😂

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