C’era aria di festa – ricordando il due agosto

Ha gli occhi pieni di polvere, gli bruciano. Dietro il suono basso che occupa le sue orecchie, sente delle grida, delle sirene, e su tutto aleggia un odore che non riesce a definire. Si trascina sino al muro, appoggia la schiena, si gira e guarda. Il vento dirada la polvere e il fumo; si osserva le mani sporche di sangue, le schegge di vetro conficcate nelle palme. I calzoni sono lacerati, ha perso una scarpa. Vede passare della gente, poi un’ambulanza; cerca di gridare ma non gli esce niente dalla gola. Allora scatta in avanti e si sveglia, nel letto di casa; quelle immagini distanti per un po’ si sovrappongono al buio della stanza. Infine si dissolvono. La moglie sobbalza, accende la luce, tutto quel passato svanisce. Lei non dice niente. Gli passa una mano sulla schiena e aspetta.
Lui continua a guardare il muro di fronte, quello con il quadro di Venezia al tramonto, e dice solo: – È passato.
Dopo 37 anni, sonniferi e tranquillanti, e una vita ricostruita lontano da Bologna, non riesce a liberarsene. Si passa la lingua sulle labbra e dice: – Scendo.

Scalcia le lenzuola e cammina scalzo. Si ferma davanti alla stanza dei figli, ascolta, riconosce il loro respiro regolare. Di chi dorme e non ha ricordi che mordono.
In cucina, accende la luce e si siede al tavolo. Sente i passi della moglie, si volta. – Vai a dormire. Almeno tu.
Lei si annoda la vestaglia chiara. – Nemmeno io ho voglia di dormire.
– Ho capito una cosa.
– Cosa.
– Non riuscirò mai a liberarmene.
Lei si siede con un sospiro. – Lo hai sempre saputo.
– Speravo che mordesse di meno. Che col tempo i denti facessero meno male.
Lei allunga le mani, le posa sulle sue.
– Succede sempre all’improvviso. La stessa scena, precisa.
– Vorrei esserci stata anch’io. Forse sono pazza ma almeno non dovresti portare questo peso da solo.
– Meglio di no. Non so se saremmo riusciti a farcela. Quando mi viene da piangere più forte, penso a te. Ai nostri figli.
– Non dovresti tenerti tutto dentro.
– Me lo diceva pure lo psicologo. Parlano bene quelli. Credono che ogni evento sia un problema. Era una bomba, non un problema.
Lei gli lascia le mani. РPoi hai incontrato me. Ed ̬ stato tutto diverso.
Lui alza gli occhi a fissare la moglie; sa che lei vuole distrarlo. Eppure risponde: РQuella ̬ stata la mia fortuna. Ti ho notata quel giorno al bar e sono ritornato finch̩ non ho osato parlarti.
– Per un attimo mi hai fatto confondere.
– Ti stavo aspettando. Forse da qualche anno. – Si zittisce di colpo. Fissa il pavimento grigio e rimane così, a capo chino finché lei non gli tocca una mano. – Dopo le cose sono migliorate, no? Sei stato meglio per un po’.
– Sì. Ma è ricominciato. Ricomincia sempre.
– Questa casa, il lavoro, i tuoi figli. Guarda cosa sei riuscito a fare.
– Ogni sera, quando vado a letto, mi domando se ritroverò tutto, la mattina dopo. Se avrò ancora la mia famiglia o se non sparirà ogni cosa in una nuvola di polvere.
– Noi ci saremo sempre. Non succederà nulla.
Giorgio la fissa in silenzio per qualche istante prima di parlare: – Non capisci perché tu sì e loro no. Ripassi nella mente i minuti prima dell’esplosione. Bastava attardarsi, oppure fare le cose in fretta e tutto sarebbe stato differente. Ti rendi conto che non hai il controllo di nulla. Che c’è qualcosa che agisce alle tue spalle e ti colpisce.
Lei fa un sospiro, sul volto pallido si forma un’espressione strana. – Stai tornando indietro. Pensi di nuovo come all’inizio della terapia.
– Non so che farci. Ho paura, sempre di più, – lui si passa una mano sulla fronte – come se fossi certo che potrebbe capitare ai nostri figli. A noi. Mentre camminiamo.
– Forse qualche nuova seduta.
– Dici?
– Devi guardare a cosa hai fatto. Devi prendere la forza da ciò che sei.
Giorgio china la testa e si appoggia al tavolo. Lei capisce che per quella sera ̬ tutto finito. Si alza. РTorno a letto. E dovresti venire anche tu. Domattina hai il primo turno.

La telefonata arrivò di sabato. Giorgio stava pulendo il garage e rispose la moglie: ascoltò senza ribattere, chiese chiarimenti e salutò. Scese i gradini che portavano al seminterrato, scavalcò le biciclette dei figli e si mise davanti al marito che stava raccogliendo dei bulloni sparsi a terra. Li prendeva con la mano coperta da un guanto di plastica e li riponeva in una scatola a scomparti.
Giorgio fissò le ciabatte bianche della moglie, le caviglie che si stavano ingrossando – quando l’aveva conosciuta aveva belle caviglie che si aprivano in polpacci sodi -, risalì fino al grembiule da casa e poi al viso. – Beh? Cosa c’è?
– Tua sorella. Arriva mercoledì dopo cena, alle nove, e bisogna andarla a prendere.
– Ok – chinò la testa e tornò a dedicarsi ai bulloni.
– Non viene in aereo.
Lui si sentì investire dal caldo e si alzò in piedi, sempre con la scatola tra le mani. – Ha noleggiato una macchina.
– Se dobbiamo andare a prenderla.
– Perché. Perché ha cambiato. Perché in aereo adesso non va più bene. – Scagliò a terra la scatola, i bulloni rotolarono per tutto il pavimento. Sotto l’automobile, il piano di lavoro.
La moglie fece un passo indietro. – Giorgio.
Lui abbassò la testa. – Lo vedi? Basta così poco. Lei non ci pensa più. Non c’era. Pensa che io abbia superato tutto con quella stupida terapia.
– È tua sorella.
– Adesso mi tocca raccogliere di nuovo tutto. Avevo finito e devo ricominciare.
– Verrò anch’io.
Lui s’inginocchiò e iniziò a raccogliere i bulloni. Ne mise alcuni nella scatola, si fermò. – Se ci andassi tu?
– Andremo assieme. – La moglie si voltò e tornò in casa.

– Non ti cambi?
Giorgio si fissò i calzoni: erano i pantaloni della tuta che usava in officina ed erano macchiati di vernice. – Non vanno bene?
– L’officina non è come andare in città.
– E se andassi tu sola?
– Vuoi che tua sorella pensi che non t’interessa di lei?
– Anche se fosse? – Giorgio aveva alzato la voce. Si fermò e guardò la moglie. Lei lo toccò sul braccio e lo tirò fino ad abbracciarlo.
Va bene – disse lui dopo qualche istante. – Mi cambio.
Pochi minuti dopo era al volante e uscì dalla rimessa in retromarcia. Teneva gli occhi fissi sulla strada. Lei agganciò la cintura di sicurezza.
– Speriamo che il treno non ritardi – Giorgio ingranò la marcia, inserì le frecce e immise l’automobile sulla provinciale.
Il tragitto fu breve, la difficoltà era trovare il parcheggio. Giorgio rifece il giro e s’infilò nella strada laterale sperando in un buco per sistemare l’auto. La seconda volta non resistette e guardò l’orologio; era una cosa stupida perché sapeva già che ora segnava. Chi non sapeva, pensava fosse rotto. Lui l’aveva impresso nella mente, e anche in un altro posto nascosto in fondo al suo stomaco, quel posto che lo svegliava di notte.
– Che cosa stupida – disse.
– Cosa – chiese la moglie. La donna guardava fuori dal finestrino sperando di scorgere un parcheggio. Si voltò solo quando sentì il rumore del freno e vide avvicinarsi il cordolo del marciapiedi. – Qui è divieto.
– Ah, è vero – Giorgio la fissò per qualche secondo. Da dietro qualcuno suonò il clacson, lui imprecò e ripartì.
– Vorrei sapere che ha l’aereo che non va più bene – disse lui.
Riuscì a parcheggiare a circa 500 metri dalla stazione. Spense le luci dell’automobile, slacciò la cintura e scese. Era pallido. Camminò a testa bassa; Lucia gli stava dietro, faticava a tenere il suo passo. Infine lo raggiunse, gli prese la mano.
Lui si fermò di colpo, disse: – Cosa?
Lei lo guardò, perplessa.
Giorgio si passò una mano sulla fronte. – Sempre questo caldo – e riprese a camminare verso la stazione. – Me la ricordo ancora quella mattina.
– Lo so.
– No. Non sai come. C’era un cielo meraviglioso. C’era aria di festa. Il due agosto, l’arrivo delle ferie per molti. Prima avevo fatto una passeggiata in centro; erano tutti in giro, pensavano alle vacanze. La gente rideva, guardava le vetrine, faceva colazione nei bar sotto i portici. Anche la stazione era piena di allegria. Il due agosto. Nessuno poteva immaginare. Nessuno.
Giorgio si bloccò di colpo come aveva iniziato, si guardò intorno e vacillò. Lucia lo sostenne per un braccio. – Cos’hai? Ti gira la testa?
– Ho sete.
Poco più avanti, verso la fine del portico, c’era un bar. Lucia lo trascinò e lo spinse per entrare. Lo fece sedere a un tavolino. – Va bene un bicchiere d’acqua? O vuoi un tè.
Lui fece segno che andava bene tutto e lei pensò che l’acqua era già pronta. Si fece dare un bicchiere di naturale e lo portò al marito. Giorgio trangugiò senza respirare e rimase in silenzio a fissare il vuoto.
– Vai tu – disse col bicchiere vuoto in mano. Lei si era seduta, aveva appoggiato la borsa sul piano del tavolino. Non replicò nulla, si limitò a guardarlo.
– Vi aspetto qui.
РCome glielo spiego. Non capirebbe perch̩ tu te ne stai qui invece che in stazione.
– No. Lei capisce cose che gli altri non sanno cogliere. Capirà la paura.
Lei guardò l’orologio da polso. – Meglio che vada.
Lucia si alzò, lo baciò sulle labbra e senza aggiungere altro uscì.
Giorgio prese il bicchiere e si rese conto che era vuoto; lo posò. Si chiese che ne era degli altri sopravvissuti. E anche di quelli che avevano studiato ogni dettaglio. Che avevano piazzato la valigia in quel punto preciso perché la detonazione producesse più danno. Più pianto e dolore.
– Signore. Si sente bene.
Si passò le mani sul viso e sentì le lacrime. – È tutto a posto. Grazie.
– È passato?
– Non passerà mai.

 

Marco Freccero e Morena Fanti (2014)

*il racconto, scritto in coppia con Marco Freccero, è del 2014. ho modificato il numero degli anni perché oggi, 2 agosto 2017, sono 37 anni dalla strage della stazione di Bologna. Anche noi non dimentichiamo.

Annunci

3 pensieri su “C’era aria di festa – ricordando il due agosto

  1. Quel giorno, per quella maledetta bomba, morirono anche il Professor Vito Diomede Fresa, la moglie Errica Frigerio e il figlio Cesare di quattordici anni.
    Il Professor Diomede Fresa era ordinario di Patologia Medica presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Bari, ed era stato uno dei miei professori durante il mio corso di studi. Lo ricordo come una persona dolce, gentile che spiegava la sua materia agli studenti con voce bassa e tranquilla, ma con grande chiarezza e lucidità. Era conosciuto per essere un grande lavoratore, appassionato della sua disciplina che era anche la sua vita. Non prendeva mai una vacanza, non si allontanava mai da Bari se non per congressi e conferenze inerenti il suo incarico.
    Quel viaggio, insieme alla sua famiglia, era la prima vacanza che si prendeva da almeno dieci anni.
    Non lo conoscevo per altro che per l’essere stato mio professore, ma quella sua morte improvvisa mi colpì profondamente, quasi avessi perso una persona cara. E forse, anche se non lo sapevo, lo era veramente.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...