Speriamo sia solo una bufala – sedicesimo racconto

Era stata una buona giornata.
L’ingegner Carlo Urbani si diresse fischiettando verso il mercato. Aveva fatto un buon lavoro: il rubinetto di ottone che aveva montato nel lavello della signora Rossi faceva una splendida figura e si intonava perfettamente con i mobili retrò della sua cucina. Certo, se fosse stato in plastivetro sarebbe andato molto meglio, ma per quello ci sarebbe stato bisogno del suo computer e della sua stampante 3D che da circa due anni stavano a prendere polvere in un angolo del suo laboratorio; avrebbe potuto liberarsene, come avevano fatto in tanti, ma sentiva una certa ritrosia a sbarazzarsi di cose che avevano fatto parte della sua vita.
Non che l’attuale stato di cose gli dispiacesse, tutt’altro: sporcarsi le mani per aggiustare ciò che era rotto e farlo tornare nuovo e funzionante era stato in passato un piacevole hobby, e ora che era diventato il suo nuovo lavoro si sentiva molto più soddisfatto di quando passava le giornate a guardare un monitor, prima di tornarsene a casa a fare la stessa cosa. E guadagnava bene anche: oggi per esempio aveva strappato alla signora Rossi, che aveva un negozio di alimentari, la promessa di una fornitura giornaliera di pane fresco per otto mesi. Dato che alla sua famiglia il cibo non mancava, avrebbe probabilmente barattato quella promessa con qualcosa di più utile – stava pensando ad una nuova macchina per cucire per Franca, la sua compagna – e la consapevolezza di poterselo permettere gli dava una calda sensazione di sicurezza.

Insomma benché la sua vita attuale fosse frutto più della necessità che di una sua libera scelta, non poteva negare che avesse più di un aspetto positivo.
Il mercato si svolgeva in quello che un tempo era un lungo viale alberato che fiancheggiava una strada a scorrimento veloce: naturalmente ora di auto non ve ne erano più, ma gli alberi erano rimasti, e le loro radici avevano rotto in più punti l’asfalto mentre crescevano verdi e rigogliosi. Sotto la loro ombra la gente parlava, rideva, si salutava e soprattutto si toccava stringendosi le mani, abbracciandosi, o semplicemente urtandosi nella calca.
Per lui, cresciuto in un mondo ove i rapporti interpersonali erano quasi sempre mediati dal mezzo elettronico, ciò era stato fonte di grande imbarazzo i primi tempi, ma pian piano era riuscito a superare il disagio e ora lo stringere la mano, magari anche sudaticcia, di un amico o un conoscente, o persino essere abbracciato, era diventata quasi una fonte di piacere.
Si fermò al bar a bere qualcosa e scambiare quattro chiacchiere con gli amici, poi si diresse verso il banchetto che condivideva con Franca, che con la sua pelle nera e i bellissimi capelli biondi spiccava come un faro in mezzo alla folla.
Si salutarono con un lungo bacio appassionato.
«Allora, come vanno gli affari?».
Per tutta risposta la donna aprì la scatola di legno che fungeva da cassa: all’interno una ventina di fogli colorati con promesse di cibo, oggetti, servizi di vario tipo, mostravano che gli affari andavano bene. Carlo solennemente ci aggiunse quello della signora Rossi, e mentre la sua compagna lo leggeva i suoi occhi si illuminarono: «Otto mesi di pane? Bravo il mio uomo, questo sì che è un affare!».
«I bambini?».
Con un cenno della testa, Franca gli indicò il prato attorno alla fontana dove i loro due diavoletti, di sette e nove anni, giocavano a rincorrersi con altri bambini ridendo allegramente. Erano bambini felici notò Carlo con soddisfazione, molto di più – e qua gli venne una punta di malinconia – di quanto lo fosse stato lui alla loro età, solitario nella sua stanza, a giocare con i suoi compagni elettronici o assistere alle lezioni scolastiche attraverso il computer, mentre i suoi genitori, sempre troppo occupati con il loro lavoro, non gli prestavano altro che una saltuaria e distratta attenzione.
Vennero altri compratori per la merce della sua donna: i merletti e i vestiti di pizzo, che lei aveva confezionato con fatica e soddisfazione, cambiarono proprietario in cambio di quei fogli colorati con promesse di beni e servizi che da tempo avevano preso il posto dei soldi.
Al tramonto, recuperati i recalcitranti bambini che non volevano saperne di separarsi dai loro amichetti, tornarono a casa. E dopo cena e dopo che i bimbi furono addormentati, fecero a lungo l’amore.
Poi, mentre giacevano sazi l’uno nelle braccia dell’altro, Franca gli disse con un sussurro: «Oggi al mercato ho sentito dire che in America hanno trovato il modo di debellare la Morte Nera».
Mentre galleggiava tra veglia e sonno, la mente di Carlo si riempì di ricordi.
Ricordò la sua angoscia il giorno in cui improvvisamente il monitor del computer, sul quale stava lavorando, era diventato nero e, per quanti tentativi facesse, non gli era stato possibile riattivarlo.
Ricordò il panico che aveva colpito il mondo intero quando si scoprì che un virus tremendo, la Morte Nera, aveva infettato contemporaneamente tutti i computer della Terra diffondendosi attraverso la rete. E aveva cancellato le memorie di massa, aveva distrutto i processori, aveva trasformato in ferraglia i padroni dell’umanità.
Tutti i computer erano morti.
Anche quelli dell’alta finanza.
Anche i grandi mainframe delle ditte che li costruivano.
Anche i grandi server della rete di Internet.
In poche ore una grande e fiorente civiltà che si reggeva sull’interconnessione era stata spazzata via, le ricchezze di tutto il mondo – debiti e crediti scritti negli archivi elettronici delle banche – erano svanite come se non fossero mai esistite, le competenze accumulate in miliardi di miliardi di terabytes nelle memorie di massa di tutto il pianeta si erano sciolte come neve al sole. Erano rimasti solo pochi libri di carta nei musei.
E gli uomini.
E un mondo liberato da una schiavitù di cui nessuno dei suoi abitanti si era mai accorto, che doveva essere ricostruito su nuove basi.
«Speriamo sia solo una bufala», bofonchiò Carlo, mentre sprofondava in un sonno tranquillo.

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Il disagio della tecnologia“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

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11 pensieri su “Speriamo sia solo una bufala – sedicesimo racconto

  1. Una bella favola fantascientifica. Affronta il tema della maggiore vulnerabilità, mutevolezza e fragilità del supporto digitale rispetto a quello cartaceo, il libro soprattutto, ben più solido e stabile. Studiosi e ricercatori affrontano già da anni questo argomento, considerandolo anche in relazione a una maggiore labilità della memoria individuale e collettiva che si affida sempre più a memorie esterne, insicure e soggette maggiormente all’oblio.
    La buona fantascienza funziona spesso così: estremizza fenomeni già in atto o anche soltanto in embrione.
    La prima parte fatica un po’, perchè non molto fluida: qualche frase più breve, un paio di spiegazioni in meno e un paio di virgole in più gioverebbero al racconto. Verso i tre quarti, invece, la storia decolla e diventa molto bella e scorrevole.
    Ricordo imperfettamente a memoria una striscia, forse di Altan:
    Lui (leggendo un giornale): Dicono che il web è pieno di bufale.
    Lei: Forse è una bufala anche questa.

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  2. Francamente non credo proprio che da un disastro informatico globale, come quello qui prospettato, se ne possa uscire con un semplice e innocuo “ritorno al passato” dai toni idilliaci. Sì, a volte il passato ritorna, ma sempre in forme del tutto nuove e inaspettate. A volte drammatiche. Comunque la letteratura è un’isola a sé, dove tutto è permesso, e la fantasia è libera di spaziare e sconfinare anche nel più puro sogno. E questo è uno dei suoi pregi maggiori. Del resto il genere “catastrofico” che una diffusione di una “morte nera” come questa, o anche peggiore di questa è già piuttosto inflazionato e quindi ben venga uno spiraglio di luce.
    Per questo, pure se la storia mi convince poco, sono riuscito ad apprezzarlo abbastanza, buon merito anche un buono stile e una scrittura ben curata. E la simpatia dei protagonisti.

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  3. Molto bello… La rinascita dopo la catastrofe… Solo se costretti potremmo provarci… Non credo l’autore (penso sia maschio) sia giovanissimo, si sente quel pizzico di nostalgia per un tempo oramai passa
    to… Pensavo al Falco:-)

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  4. racconto che tocca in modo indiretto un tema di grande attualità (il significato della moneta come bene di scambio) che mi sta molto a cuore. in cosa differisce il denaro creato da una banca dal foglietto con la fornitura di 8 mesi di pane? sorpresa: sono praticamente la stessa cosa, visto che al giorno d’oggi ben il 97% del denaro circolante è creato dal nulla (in pratica, in perfetta analogia col foglietto scritto dalla signora Rossi, la banca crea denaro virtuale *con un click* per prestarlo a chi ne ha bisogno, pretendendo i “dovuti” interessi). ordunque, qual è il problema? il problema è che tale *fondamentale* diritto è stato sottratto a popoli e nazioni: la creazione di denaro è stata “privatizzata”, prima col divorzio tesoro-banca d’Italia (grazie Ciampi e Andreatta!) e poi con la completa cessione della sovranità monetaria (grazie Prodi e socialdemocrazie europee!). il risultato è sotto gli occhi di tutti: il “debitalismo”, l’evoluzione naturale del capitalismo liberista, è diventato un incubo su scala globale dove i ricchissimi sono sempre più ricchi (al punto che – dati Oxfam – gli otto uomini più ricchi del pianeta da soli possiedono più ricchezza della metà più povera del pianeta). l’assurdo è che ormai ci sembra perfettamente normale che un uomo non eletto (Draghi), a capo di una banca centrale privata (BCE), crei dal nulla a proprio piacimento migliaia di miliardi di euro per riversarli nel mercato finanziario (il Quantitative Easing, per gli amici QE) perseguendo politiche monetarie fallimentari (ma graditissime a banche e rentiers), mentre interi popoli e nazioni vengono strangolati dalla spesa per interessi e dal colonialismo finanziario subendo saccheggi economici maggiori di quelli causati dalla seconda guerra mondiale.
    vabbè, chiedo scusa e ringrazio l’autore per lo spunto di approfondimento. tornando al racconto, che mi è piaciuto davvero molto, la trama è perfetta: un giorno qualunque della vita di Carlo Urbani pian piano tratteggia i contorni di un futuro pre-tecnologico fondato sul baratto, stimolando la curiosità del lettore, che verrà soddisfatta solo verso la fine (suggestiva l’idea della “morte nera”… eh, e d’altro canto, a chi non è mai capitato di ritrovarsi col computer morto e lo schermo del monitor trasformato in un abisso di *nera* disperazione?). a ruota, il racconto ci spinge a riflettere sull’estrema fragilità dei nostri supporti tecnologici (anche qui, domanda retorica, a nessuno è mai capitato di perdere il file di un racconto cui teneva tantissimo? e pensare che in soffitta da qualche parte, nella casa dei miei genitori, ci sono ancora i miei quaderni delle elementari… e ancora, nessuno di voi aveva un bel blog su Splinder? migliaia di blog perduti per sempre…).
    dimenticavo, nota particolare per il contatto fisico che “era diventato quasi una fonte di piacere” e che mi ha strappato un sorriso amaro.
    tra le cose che mi hanno convinto di meno, invece, direi il fatto che pur non andando completamente fuori tema, il racconto finisce per interpretare “il disagio della tecnologia” come “personaggio secondario”, sì intendo, qui il disagio ha un ruolo solo marginale di comparsa (o meglio, di “scomparsa”)
    : )))

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