Chicca2004 – quattordicesimo racconto

Mirko99 aveva scritto: l’avviso era comparso sul display. Francesca – su Instagram Chicca2004: l’immagine del suo viso, di lato, truccato come per una serata in discoteca e le labbra atteggiate al broncio, aveva attirato 782 follower in due mesi – mise la mano che conteneva il telefono sotto il tavolo, sbirciò di lato e lesse: ti voglio vedere.
Posò il telefono sotto al sedere, prese la forchetta, infilzò gli ultimi tre pezzi di pollo e guardò la madre; lei controllò il piatto e fece un cenno; il padre non si accorse di nulla. Francesca prese lo smartphone, l’ultimo modello della mela, e andò in camera. Si buttò sul letto e iniziò a digitare senza guardare i tasti.
Le frasi le uscivano senza pensarle e, tra “anch’io”, “quando” e “prestissimo”, e poi “domani”, i pollici saettavano convulsi.

Mirko era bello, aveva messo le sue foto in una cartella con il cuoricino rosso: un ragazzo alto, in jeans aderenti e a petto nudo, con la ‘tarta’ – come diceva la Ginny – scolpita dalla palestra e lo sguardo scuro che non concedeva sorrisi. Non a tutti, pensava Francesca, ma a lei li faceva, eccome. Qualche breve video in cui lui le dava la buonanotte e il buongiorno le avevano mostrato un ragazzo molto diverso, come se lui non volesse scoprirsi con nessuno e dedicasse a lei sola di vedere cosa c’era oltre.
Anche Francesca aveva mandato qualche saluto, un video davvero breve – si era già infilata il pigiama ma non voleva che lui la vedesse così: troppo bambina – e aveva rimediato con un top estivo infilato al volo dopo essersi tolta la maglia. Aveva controllato che nel video non si vedessero i pantaloni con i cagnolini. Un “Buonanotte” sussurrato e le labbra atteggiate al bacio che lei immaginava di dargli sulla guancia, poi aveva chiuso la ripresa. Mirko aveva scritto subito “così poco? solo un misero bacetto?”, ma lei, tremando nella camera dipinta di giallo, aveva finto di avere già spento lo smartphone e non aveva più aperto Instagram fino all’indomani, al sicuro alla lezione di italiano della Severi.
Ora, però, non poteva rimandare: Mirko insisteva per vederla e lei sapeva che là fuori non era la sola: Instagram era pieno di Ale2004, Alessia 2003 e Aurora 2002. E questa era solo la A! Mirko scrisse di nuovo “domani” e lei rispose “ok”.
Si accordarono per la Mondadori in centro, e Francesca tirò un sospiro di sollievo: tutti sanno che in libreria, in mezzo alla gente, non può succedere nulla di brutto.
A volte aveva un po’ di timore, ma poi si diceva che erano tutte storie delle mamme che volevano tenere le figlie sotto controllo e impedire il divertimento. Lei voleva essere felice. Loro, e non solo i suoi, erano invidiosi. Come i professori. Chissà, forse c’era da qualche parte qualcosa che li rendeva così… Cattivi.
Alla fine, da Mondadori non c’era tanta gente e lo vide subito: più alto di come sembrava in foto e ancora più bello. Mirko si chinò a darle un bacio sulla guancia e le sussurrò in un orecchio: “Per ora così, poi dopo…” .
Lei sorrise timida e lui le chiese se aveva freddo. “Ti va un tè caldo? Qui vicino c’è la casa di un mio amico”.
Chicca annuì e lui le prese la mano e la portò fuori, sulla piazza e poi, via, sotto i portici. Camminava veloce e lei si chiese perché di tanta fretta, ma non osava chiedere nulla: all’improvviso le sembrava uno sconosciuto e lei si scoprì il desiderio di essere a casa, nella sua camera, a mandargli un messaggio con un bacio e un cuore.
“Ecco, è qui”, disse Mirko infilando la chiave nella serratura di un portone enorme, di legno scuro. Quando si chiuse alle loro spalle, Francesca si guardò intorno nella poca luce della lampadina: c’erano quattro scalini che portavano all’ammezzato e si intravedevano tre porte. Mirko la trascinò e le fece fare i gradini; si fermò davanti alla porta a sinistra. Prese un’altra chiave dal mazzo e aprì. “Dai, entra”.
“Devo tornare a casa” disse lei con la poca voce che aveva.
“È presto. Dai, beviamo e poi ti accompagno”. Le tirò la mano ma i piedi di lei non si mossero; il braccio era quasi dentro l’appartamento ma lei era ancora davanti allo zerbino.
“No, non voglio”.
“Come, non voglio? E tutti quei discorsi nei messaggi? E tutti quei ‘ti voglio bene’ e i bacetti e i cuoricini?”. Mirko la strattonò e le fece saltare lo zerbino. Chiuse la porta e si appoggiò contro con le spalle. “Non penserai di cavartela così? Ti ho messaggiato per mesi, ti ho mandato il buongiorno, la buonanotte e tutte quelle menate che piacciono a voi tredicenni, e ora mi vuoi liquidare così? Non passa”.
“Non ho tredici anni”, disse Francesca.
“E io non ne ho diciotto. Ne ho ventidue e non usciremo di qui se prima non mi fai giocare”. Mirko armeggiò con la cerniera e le prese la mano, lei tirava indietro ma lui strinse più forte e si mise la mano – quella piccola mano bianca con cui lei, poche volte, quando nessuno la vedeva, pettinava ancora le Barbie – intorno al pene. Strinse più forte e disse: “Fammi vedere cosa sai fare”.
Lei s’irrigidì, lui si avvicinò al suo volto: “Vedrai che poi ti piacerà. Io ho fiuto per le ragazze di talento. E tu nei hai tanto. Si tratta solo di scoprirlo”.
Francesca sentì con ribrezzo la pelle molliccia sotto le sue dita, si divincolò ma lui la tenne con una mano che pareva d’acciaio. Non capì come tutto cambiasse in pochi minuti: la pelle si modificava sotto le dita che lui obbligava sul proprio pene. Il movimento durò poco, solo qualche su e giù. Fino a un singulto finale e alla mano di lui che, finalmente, la lasciava.
Mirko chiuse la lampo dei jeans, frugò nelle tasche, le allungò venti euro: “Per la ricarica del telefonino. Ora datti una mossa. Dobbiamo andare”.
In strada, lui le disse: “Restiamo in contatto”. Le diede un bacio sulla guancia; Francesca parve svegliarsi dal torpore, sgranò gli occhi e scappò via.
Dopo due giorni, di sera, Chicca2004 ricevette un messaggio su Instagram: un  amico vuole conoscerti.

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Il disagio della tecnologia“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

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11 pensieri su “Chicca2004 – quattordicesimo racconto

  1. A questo racconto, peraltro scritto molto bene, molto scorrevole ed efficace nel dipingere in pochi tratti contesto, storia e personaggi, si potrebbe fare la stessa critica che malosmannaja ha mosso al racconto 10 “Stronzo”, cioè di non centrare appieno il tema del disagio della tecnologia in sé, che sicuramente altri hanno colto più direttamente.
    Il fatto è che la tecnologia in se (come credo tutti siano d’accordo) non è ne buona ne cattiva, ed è solo il suo uso a poter creare agio o disagio, ad attenuare o amplificare quelli che sono già presenti nella nostra società: la solitudine, il dolore, la malattia, le difficoltà del lavoro, la vecchiaia, le frustrazioni che possono colpire un po’ tutti, la fragilità e le insicurezze degli adolescenti…
    In entrambi i casi quello che affrontano i due racconti è proprio quest’ultimo, che le tecnologie avanzate della comunicazione (o dovremmo dire gli esseri umani che se ne servono) sfruttano in senso negativamente pervasivo e contribuiscono a rendere la nostra società sempre meno vivibile invece che più amichevole, solidale, tollerante e comprensiva.
    Comunque sia, metto anche questo (mano femminile? Forse, ma non ne sono del tutto sicuro) tra i miei preferiti.

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  2. Troppe volte finiscono a questo modo queste storie ( tecnologia o meno sono vecchie come il mondo). Ho sperato fino in fondo ad un finale diverso, una volta ogni tanto ce ne sarebbe bisogno, perché quando sento queste cose sto male, avrei voluto tanto che la ragazza procurasse dolore, molto dolore fisico con qualsiasi strumento allo “strumento” di carne del suo amico
    Scritto bene. Complimenti! Anche se come si capisce dalle mie parole non avrei voluto leggere un’altra storia di queste.

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  3. Scritto bene, scorrevole, troppo ovvio per la verità, a mio avviso. Meno male che la storia non va a finire peggio, ma è un po’ fuori tema, sempre a mio avviso, ripetendo la stupidità di chi, più che esprimere il disagio creato dalla tecnologia, manca di esperienza nei rapporti umani.

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  4. Il racconto mi pare ben scritto. La lettura corre veloce e ti tiene agganciato. Il finale poteva essere anche peggiore, purtroppo. Sono d’accordo con l’amico Carloesse ancora una volta viene fuori una difficoltà di comunicazione che è sintomo di un serio disagio sociale e di un cattivo utilizzo della tecnologia.

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  5. Avrei tanto un finale diverso, meno mortificante per lei, ma ahimè è invece molto realistico e coerente con quanto avviene. Ho sempre la pelle d’oca e questo non solo perché l’argomento mi infastidisce, ma anche perché è reso molto bene. Complimenti.

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  6. scritto benissimo, storia purtroppo attuale e scottante.
    il linguaggio diretto dà risalto alla scarsa empatia del ragazzo verso la bambina, e fa pensare a tutto il complesso malsano con cui ci si può camuffare e adescare impunemente in rete.
    sono i nuovi specchietti per allodole di questi nostri tempi.
    propendo per un autore

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  7. Un buon racconto, scritto con lessico adeguato, che evita opportunamente l’eccesso drammatico. Mi sembra forse poco credibile il fatto che lei d’improvviso decida, almeno all’inizio, l’invito di Mirko ad andare in una casa sconosciuta.

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  8. ecco un altro racconto scomodo, magari non troppo originale in quanto a trama, ma sicuramente coraggioso per come riesce a dar vita al dramma della violenza sui minori mediante una narrazione essenziale, priva di retorica e capace di vedere la realtà attraverso gli occhi di una ragazzina dodicenne. infatti, ciò che mi ha colpito in modo particolare è il “torpore”, il forte senso di smarrimento che travolge Francesca/Chicca, addirittura più della violenza in sé e per sé: la realtà assume le sembianze di un rompicapo sconcertante abitato da “improvvisi sconosciuti”, dove coesistono portoni enormi e mani piccolissime, dove la sproporzione è tanta e tale che uno strattone può farti volare oltre uno zerbino, dove una pelle molliccia può diventare subito dura. la sensazione comunicata al lettore attraverso gli occhi della giovanissima vittima della violenza è quella di una porta spalancata su un’altra dimensione: tutto si muove troppo in fretta, tutto è così privo di logica (“solo qualche su e giù”) che la protagonista subisce non solo un trauma psicologico ma anche un vero e proprio trauma logico. potenti, in tal senso, anche le frasi telegrafiche con cui Mirko si accomiata dalla vittima, dopo averle elargito 20 euro – “Ora datti una mossa. Dobbiamo andare”, “Restiamo in contatto” – che in effetti, sembrano giungere dall’iperspazio di un universo obliquo parallelo (mmmm… obliquo parallelo?!?? boh, non ero forte in geometria).
    per contro, mi ha convinto di meno la trama, come accennato in precedenza. inoltre, il tema della violenza sui minori non è certo espressione di “disagio della tecnologia”, anche se qui, rispetto a “stronzo”, un racconto letto la settimana scorsa, la tecnologia almeno mi pare rivestire un ruolo più attivo (l’incontro e la costruzione di un universo diverso di aspettative virtuali avviene tramite Instagram). da ultimo, non so decidermi se il finale molto aperto sia un dato positivo o negativo: da un lato, chiama in causa il lettore, cosa che in genere apprezzo, ma dall’altro mi ha suonato sfuggente: l’idea che Francesca/Chicca comunque non riesca a sfuggire all’ingranaggio, vittima – a questo punto sì – proprio della tecnologia (una sorta di sindrome di “Stoccolmagram”??) poteva essere esplicitata maggiormente.

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