Messaggi – tredicesimo racconto

Beatrice aveva l’abitudine di camminare con lo smartphone in mano anche per strada. Era qualcosa più forte di lei. Doveva restare collegata con il mondo, essere social e, quindi, socializzare, accorrere in soccorso delle amiche che le inviavano messaggi di continuo.
Sollevò per un attimo lo sguardo dal telefono. Il semaforo per i pedoni era rosso. Due secondi dopo abbassò il capo e si fiondò di nuovo nel display, mentre caratteri e icone apparivano dal nulla. Spesso le faceva male il polso, dovevano essere i troppi messaggi scritti. La quantità spropositata che ne scambiava con dieci persone nello stesso momento, mentre le notifiche sonore e visuali si apprestavano a richiamare la sua attenzione. Attenzione che era già totalmente assorbita da quello strumento infernale, come lo chiamava sua madre.
Andava a trovarla per poi sedersi alla sedia della cucina, in silenzio, isolandosi dall’ambiente. La madre le chiedeva sempre come stava e lei le rispondeva ogni volta con la stessa frase – sto bene! – e con l’identico tono di voce indaffarato. Continuava a parlare con le amiche con una serie infinita di messaggi scritti e, a volte, anche attraverso audio messaggi. Lei preferiva quelli testuali, però. Le sue dita scorrevano in lungo e largo sul vetro per inseguire le vocali e le consonanti, gli apostrofi e le lettere accentate.
«Sforni messaggi in quantità industriale, nemmeno fossi una scrittrice professionista, Bea.» Sua madre le aveva sbottato contro l’ultima volta che era stata da lei.
La ragazza era sobbalzata, si era fatta scappare il telefono dalle mani. «Mamma, non gridare! Sto parlando con le mie amiche.»
«Parlare? Tu smanetti solo. Questo me lo chiami parlare? Io sto cercando di parlarti, di capire come stai davvero, non ci vediamo da tempo e, quando succede, tu stai lì ferma in silenzio, a smanettare tutto il tempo. Bah!»
«Messaggiamo.»
«Che mi vieni a trovare a fare? Stai tutto il tempo a…» Imitò la figlia con la testa china – la spinse su e giù accennando una specie di sorriso ebete – e con la mano destra muoveva le dita come se suonasse una frenetica melodia su una microscopica tastiera di un pianoforte. «Vieni a fare la pianista?»
Beatrice era ancora in attesa di attraversare la strada. Sollevò di nuovo la testa e vide che al momento era rosso. Riprese con furore a muovere l’indice destro sulla superficie liscia per comporre l’ennesima risposta al fluire intenso dei caratteri di testo che le si formavano davanti.
Giunse un nuovo messaggio. Non aveva quel numero in rubrica.

Non lo so perché te lo dico. So che ti sconvolgerò.
Chi sei?
Ci siamo conosciuti sabato in quel locale.
Che locale?
Il Zar Man Zach.
Non lo conosco. Chi sei?
Mi hai dato tu il numero.
Ti sbagli. Io non do mai il mio numero.
Ascoltami, io sto per chiudere.
Cosa? Chiudere cosa?

Risollevò il capo per mezzo secondo. Il semaforo era diventato verde in quel momento. Si apprestò a mettere piede sulle strisce pedonali per avanzare.

Sono qui davanti al binario in attesa della metro.
Non ho capito.
Mi lancio.
Ti lanci?
Non sapevo a chi dirlo.
Hai sbagliato numero.
Io vado. Mi butto sotto alla prossima corsa.

Spinse la testa in alto per prendere fiato. Davanti a lei non c’era nessuno. Guardò a sinistra, e nemmeno c’era anima viva. Notò solo alcune auto in lontananza, ma erano ferme, avevano il segnale di rosso del semaforo.

Ti butti dove?
Sotto la prossima corsa. Mancano due minuti.
E tu vuoi sconvolgere così la mia vita?
Non sapevo a chi dirlo.
E hai messo un numero a caso in rubrica?
Scusami. So che è orribile per te.
Che ne sai? Smettila. Dove sei? Siediti e respira.
Mi butto. Addio.

Beatrice urlò. Sollevò la testa dallo schermo, le sfuggì il telefono dalle mani, il semaforo segnava ancora il verde, si trovava al centro delle strisce. Quello per le auto era fermo pure lui al rosso. Lo vide bene.
Udì il suono violento di un clacson.
«’Sta rimbambita! Togliti dal cazzo, sto passando io, non ci vedi?» urlò un uomo. Lo vide agitare le mani dietro al parabrezza, con la bocca aperta, come se abbaiasse. Avanzava con l’auto verso di lei.
Era lì con un cellulare in mano. Lo vide abbassare un po’ la testa. Stava leggendo e inviando messaggi senza guardare la strada? Sì. Posizionò il telefono davanti alla bocca, in orizzontale, stava registrando un messaggio vocale. Lo facevano tutti in quel modo, nella stessa identica posa.
Non si fermò, anzi accelerò, colpì Beatrice, la colpì e il corpo della ragazza volò sul parabrezza mezzo secondo dopo. Il rumore fu terribile. Qualcosa che si abbatteva sul vetro, sul tettuccio.
«Sempre co’ ’sti cazzi in mano attraversano senza vedere chi passa!»
Un secondo dopo la ragazza ricadde di lato.
«Lei è passato col rosso. Lei è in torto, non la ragazza. Lei non ha guardato un bel nulla!» Una donna gridò rivolta all’automobilista, poi pose la mani sulle labbra scuotendo la testa, sbattendo le palpebre.
Era un problema continuo quello di non ricevere la precedenza nell’attraversamento. Ne aveva parlato spesso col marito. Voleva fare un esposto al comune e denunciare tutto il corpo dei vigili. Dovevano stare su ogni strada. Battere ogni angolo della città e riprenderne il controllo, perché non si poteva andare avanti in quel modo. Soprattutto se invece di guidare stavano con il telefonino ad armeggiare.
Guardò la povera ragazza.
Beatrice era atterrata sull’asfalto, aveva battuto la testa sullo spigolo del marciapiede dall’altro lato della strada, dove poco prima era diretta. Era immobile, con gli occhi aperti guardava il cielo. Senza respirare più.
La donna strillò ancora mentre l’auto si allontanava a velocità più sostenuta.
Un vigile allargò le braccia, forse in segno di resa, e restò con la bocca aperta forse perché incredulo, ma non parlò, sollevò la testa al cielo.
L’assassino era oramai lontano. Come il telefono, con notifiche e messaggi, lo era da Beatrice.
Sopra c’era ancora il testo ricevuto da uno sconosciuto: Mi butto. Addio.

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Il disagio della tecnologia“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

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18 pensieri su “Messaggi – tredicesimo racconto

  1. Una storia che potrebbe verificarsi facilmente al giorno d’oggi. Trovo scritta bene la parte iniziale della protagonista e il rapporto con la madre. La seconda parte è un po’ confusa, forse doveva leggersi come al rallentatore, ma l’inserimento di diversi personaggi che parlano toglie l’emozione della tragedia del momento.
    Comunque, piaciuto.

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    1. La prima parte mi piaceva sia come scrittura che come storia poi tutto è diventato un po’ confuso e ci sono alcune cose non risolte… l’utilizzo sciagurato del cellulare mentre si guida andava comunque stigmatizzato. Buono

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  2. Non potrebbe, Danege, succede purtroppo e sempre più di frequente. La settimana scorsa il nipote di mia cognata è stato messo sotto da una cretina che usciva da un parcheggio guidando con una mano mentre nell’altra parlava al cellulare. Il bambino trasportato all’ospedale con l’elicottero insieme alla nonna (frattura del bacino per lei clavicola, cranio per il bambino di soli due anni).
    L’inserimento del dialogo in chat ci sta per quel che riguarda la prima parte , ma per come è andata a finire ne avrei fatto a meno.
    Però ho letto con piacere questo racconto. Come sempre complimenti all’autore che dall’uso di alcune parole mi fa pensare sia giovane.

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      1. Giovanni il piccolo Giulio è tornato a casa con l’imbracatura per la clavicola e un caschetto di protezione pare stia bene, è vivace e risponde ad ogni emozione. la nonna purtroppo dovrà stare a letto per un mese ma il trauma suo è soprattutto psicologico continua a pensare a quando stava sotto la vettura e non riusciva a vedere il nipotino. Per ora la polizia ha sequestrato le due vetture.

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  3. Molto drammatico. Originale la scelta di fare del pedone in piena chat la vittima dell’automobilista che comunque passa col rosso, Non si capisce se il suicida sotto il treno conoscesse davvero o fosse realmente un numero a caso quello della ragazza che il fato in qualche modo destina a morire contemporaneamente a lui. La vicenda alla fine risulta un pochino complicata: un racconto con luci e ombre, pregi e qualche pecca.
    Apprezzabile, soprattutto anche per come è scritto (buono il dialogo con la madre), ma non riesco a inserirlo tra i miei preferiti.

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  4. L’ho letto due volte, perché qualcosa non funziona, a mio avviso, nel racconto. Non so, l’ho trovato un po’ arzigogolato, un po’ forzato. La storia potrebbe anche essere plausibile, ma è come se ogni tanto si inceppasse.

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  5. Un bel testo davvero, spinge da un punto all’altro creando anche un effetto di paradosso che cala nella realtà come una scure sui personaggi. Fantastica l’espressione del vigile avvilito, come se la scena fosse stata vista e rivista tante volte al punto da essere tollerante e indifferente.

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  6. Io credo che alcune parti di questo racconto si possano ‘ripulire’ e snellire.
    Mi piace l’idea dei messaggi da uno che non conosci e il senso di impotenza che suscitano. Avrei forse lavorato su questo aspetto.

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  7. racconto dai risvolti drammatici, ottimamente giocato sul dipanarsi in parallelo di realtà soggettive senza punti narrativi di contatto (se non, come da geometria euclidea, all’infinito, oltre “il cielo”). e in effetti, quelle che potrebbero essere additate come debolezze o criticità del racconto (periodare frammentario e trama ondivaga) sono anche indubbiamente efficaci nel comunicare un forte senso di smarrimento (tipico delle esistenze ipertecnologiche virtuali e insensate che finiamo per “sopravvivere” in tempi moderni). mi ha colpito in particolare l’espressione di Beatrice ridotta ad “una specie di sorriso ebete” che resta negli occhi del lettore generando un urticante chiaroscuro quando la morte entra in scena con la tragica fine in parallelo della protagonista e del suicida del Zar Man Zach (lo scarto narrativo è coraggioso e funge da memento circa la grande fragilità fisica – troppo spesso relegata al margine nell’esistenza virtuale – delle nostre vite). bello anche l’improvviso cambio di soggettiva in chiusa, dove entra in scena la donna che-grida-rivolta-all’automobilista-e-che-voleva-fare-un-esposto-al-comune, ad accentuare la sgradevole sensazione di vite che coesistono ma che, alla faccia dei social, non si aggregano più in una “società” civile. mi hanno convinto di meno alcune frasi che potremmo definire telegrafico-enfatiche , tipo “Senza respirare più.” e la scelta molto artefatta (esigenze di trama, direi) di fare dell’automobilista addirittura un killer votato alla pulizia etnica dei “rimbambiti con ‘sti cazzi in mano che attraversano senza vedere chi passa” (l’idea che l’uomo acceleri volontariamente proprio per travolgere Beatrice mi appare piuttosto fantasiosa).

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    1. In effetti l’autore mette in scena un bel racconto. Sai che in alcune città succede? Ci sono automobilisti che accelerano di proposito per spaventare e passare loro in modo prepotente. La conseguenza è che il pedone arretra spaventato. Oppure l’automobile si inchioda per evitare l’impatto se il pedone vuol far valere il suo diritto, ma quello di questa storia è distratto. Dice del pedone quelli che fa lui che per colpa del fatto che ha il cellulare il mano magari crede di aver spaventato Beatrice, ma poi… almeno io così ho interpretato il fatto 🙂

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  8. Un racconto con un notevole crescendo. L’inizio mi era sembrato un po’ banale, ma poi la svolta improvvisa della storia ha creato una forte intensità emotiva e un intrecciarsi potente di eventi, come nelle apparenti assurdità di “Magnolia”, un film che considero un capolavoro, o come nelle narrazioni di Paul Auster.

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