Dentrobatidi – undicesimo racconto

Dendrobates sp.Poison frogAmazonia, Venezuela

Una voce circolava tra i laboratori: la direzione stava cercando persone per una missione strategica, e qualcuno tra i miei colleghi pensava di offrirsi volontario per guadagnare dei punti.
Sarebbe stato meglio se ce la fossimo giocata alla pagliuzza più corta, invece il Dott. Gianti mi chiamò nel suo ufficio super tecnologico con quella scrivania che praticamente è lo schermo di un megaPC. Mi aveva blandito con le solite menate: “Uno solerte come lei, preparato, puntiglioso e preciso” e intanto armeggiava strisciando le dita sulla scrivania dove apparivano immagini di foreste, di fiumi, baracche e barche.
“Il target è questo, bisogna eseguire una accurata ricerca sui Dentrobatidi, bisogna studiarne le tossine e la loro applicazione nel nuovo farmaco Calmix”.
“Scusi io credevo che il Calmix fosse pronto per la commercializzazione, non che fosse in fase di elaborazione”.
“Abbiamo avuto dei problemi sui test e effetti collaterali poco piacevoli”.
“Bene, posso mettermi al lavoro immediatamente se mi procurate il materiale necessario”.
“Appunto, lei si metterà al lavoro da questo momento, il materiale bisogna procurarselo e precisamente sarà lei a provvedere e questo materiale si trova in Amazzonia. Buongiorno”.
Uscii dall’ufficio con la mente in pieno subbuglio: io sono un ricercatore da laboratorio, la mia arma è il microscopio, le mie munizioni sono le provette e il mio lanciafiamme è il beccobunsen.
Poi, tra l’altro, che cosa sono i dentrobatidi? A quello potevo rimediare velocemente, una ricerca su Google e sicuramente le informazioni sarebbero fluite.

Sono ancora intento a guardare quella specie di rana gialla e nera e a leggere che era ricca di tossine che gli indigeni estraevano per fare il veleno in cui intingere le frecce, quando la segretaria mi comunica che ha già i biglietti aerei per Manaus e che il volo è alle 22,00 di quel giorno. Milano-Lisbona-SanPaolo-Manaus, come bere un bicchier d’acqua. L’unico volo che avevo fatto prima di allora era un Milano-Catania solo andata – il ritorno lo avevo fatto in treno perché avevo sofferto il mal d’aria ma questo era lavoro e non potevo dire di no. Butto qualche vestito in una borsa, non so neanche cosa portarmi e come vestirmi, ma per quanto riguarda la tecnologia ho le idee chiare, telefonino, I-pad, Pc portatile, macchina fotografica, analizzatore di spettro, microscopio laser, tre led ad alta efficienza, tutti i carica batteria necessari e una riserva di energia. La borsa non basta e allora trasferisco tutto in uno zaino da trekking. Devo sbrigarmi per arrivare in tempo all’aeroporto e devo passare in farmacia per far scorta di medicinali essenziali ed aggiungere a quelli il Travelgum. Lo zaino pesa un accidente e riempio di medicine le tasche laterali sotto lo sguardo attonito della farmacista che sbotta “Ma dove va? In Amazzonia?” Ma è così evidente?, mi chiedo.
Come un ebete arrivo in aeroporto e mi fanno un sacco di menate perché lo zaino è fuori misura, ma finalmente mi imbarco e a ogni scalo è la stessa ma ormai sono travelgum-dipendente. Dopo due giorni arrivo a Manaus, il caldo mi dà una mazzata che credo di morire, respirare è una fatica, l’aria sembra liquida. Vado in albergo che puzzo come una carogna, esco dalla doccia e praticamente svengo sul letto. La mattina vengo svegliato dalla donna delle pulizie, è tardi e non faccio più in tempo per la colazione. Improvvisamente mi ricordo che sono due giorni che non mangio. Scendo nella hall con la fotografia della rana maledetta e mi indicano un posto al porto fluviale dicendomi che c’è un tipo che mi può aiutare. Dopo aver mangiato esco dall’hotel e il caldo mi assale, trovo la persona indicatami e la sua barca, ma nessuno dei due mi dà fiducia. Non ho scelte, prendo il mio zaino e via verso l’ignoto. Dopo quattro ore di navigazione e una buona dose di Travelgum arriviamo in un villaggio sul fiume. La mia base per le ricerche e per la notte. Mi sistemano in una baracca con un pagliericcio come letto. Naturalmente qui la civiltà non è ancora arrivata, non c’è energia elettrica e perciò al buio tutti a nanna. Verifico le mie attrezzature e le batterie non sono proprio al 100% ma non mi preoccupo. Provo a collegarmi ma naturalmente niente. La mattina si parte alla ricerca di Dentrobatidi, la giungla ci avvolge, le zanzare banchettano con il mio sangue e mi trasfigurano, ogni mia parte esposta viene attaccata e naturalmente tra le medicine varie non ci sta un repellente. Dopo tre ore di cammino sono disfatto ma di quella maledetta rana gialla neanche l’ombra. Le gambe incominciano a cedere e cado nel fango più volte, poi cado nell’acqua, lo zaino mi tira a fondo, la mia guida mi tira all’asciutto e mi ricorda che possono esserci i piranha. Guardo sconsolato le mie attrezzature, tutta la mia tecnologia avanzata distrutta da una misera pozza d’acqua. Ritorniamo al villaggio e sono in condizioni disperate, sono incrostato di fango, la mia pelle è una grattugia e il prurito non mi dà tregua. Cerco di lavarmi con circospezione, il pensiero dei piranha non mi abbandona. Il giorno dopo ritorniamo a Manaus e medito sulla mia disfatta. Non ho risolto nulla e ho buttato via un sacco di soldi di attrezzature. Mentre mi avvio verso il mio hotel leggo un cartello “ Laboratorio di analisi”; colto da un lampo di lucidità entro e chiedo lumi su quella maledetta rana gialla. La risposta è traumatica: “Signore se ci scriveva una mail le avremmo inviato le tossine già estratte con pagamento in contrassegno”.
Svolgo tutte le pratiche e faccio inviare tutto in laboratorio. Almeno la parte lavorativa è risolta. “Cazzo se ci avessi pensato prima mi sarei risparmiato tutto sto casino”.
In hotel verifico il contenuto del mio zaino, sembra tutto distrutto, forse solo il telefonino dà qualche segno di vita. Improvvisamente la suoneria inizia a squillare e le note dell’inno alla gioia si diffondono nella stanza, rispondo con trepidazione: “Pronto”.
“Buongiorno sono Luisa e la chiamo per conto di Vodafone…”.
“Ma vafff”.

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Il disagio della tecnologia“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

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16 pensieri su “Dentrobatidi – undicesimo racconto

  1. Un racconto agile e brioso, divertente e ben scritto. Forse verso la fine perde un po’ di consistenza. Mano maschile, probabilmente.
    Segnalo tre minuzie:
    il caldo mi da = il caldo mi dà
    travelGum/Travelgum = (bisognerebbe scegliere di scrivere la parola entrambe le volte nello stesso modo)
    La risposta è traumatica “Signore = (mancano i due punti)

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  2. Ah, ma qui non è possibile scegliere il più bello dei racconti!
    Questo mi ha riportato all’ultimo thriller che ho letto di Clive Cussler. Scrittura scorrevolissima, argomento ben trattato – forse per conoscenza diretta, non so che mansioni svolgono i partecipanti al gioco – con un risvolto comico finale non da poco.
    Tra i miei preferiti, sicuramente. 😀

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  3. a parte alcune imprecisioni, salti di frammenti di frase e tratti leggermente traballanti è il primo che mi ha regalato una sana risata. Nelle sue imperfezioni, un regalo inaspettato. Decisamente gradevole. Potrebbe esser stato scritto da un uomo giovane, ma anche una donna di una certa età. Promosso!

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  4. Il racconto fila liscio, ma mi da l’impressione di una storia scritta da un ragazzo anche se ha tutte le cognizioni di un medico. È poco veritiero il fatto che un medico di laboratorio venga inviato allo sbaraglio senza alcune preparazione nella foresta amazzonica a cercare una rana. Potrei sbagliare ma qui l’autore è uscito allo scoperto: medico e Catania sono due indizi.Non è tra i miei preferiti, ma complimenti a chi lo ha scritto.

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  5. Scusate se apparirò certamente un po’ severo, ma amo la sincerità e questa volta il racconto proposto non mi ha proprio convinto.
    Si parte da un contesto inverosimile (credo anche io che nessuna azienda farmaceutica si sognerebbe mai di inviare in quattroequattrotto uno scienziato di laboratorio allo sbaraglio nella foresta amazzonica a caccia di rane velenose, come già fatto notare qui sopra) per raccontarci una storia probabilmente dai molti risvolti avventurosi, che la limitazione di spazio di un racconto così breve, come il regolamento impone, impedisce di narrare ma che avrebbe potuto esserne il contenuto più avvincente. D’altronde l’unico personaggio che compare non mi pare neanche venga in qualche modo efficacemente caratterizzato. Apprezzo lo sforzo umoristico (io lo gradisco sempre), ma, con mio sommo dispiacere l’insieme mi appare scritto con molta fretta, in presenza di una idea solo abbozzata nella mente dell’autore (o autrice, poco importa) preso forse dalla foga di consegnare il compito nei termini stabiliti in un momento di scarsa ispirazione.
    Succede; a volte anche ai migliori.
    Naturalmente è solo il mio giudizio, opinabile come quello di tutti, e sarò ben felice se qualcuno saprà mostrarmi pregi che evidentemente io non ho saputo cogliere, senza alcun intento polemico.

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  6. Io credo, invece, che l’interessante, il punto dolente, sia il contrappunto tra la tanta tecnologia messa in campo da questo ricercatore e la scoperta finale in cui capisce che la tecnologia qui non serviva a nulla e bastava (come una volta) chiedere per ottenere.
    A me piace questo: notare come a volte pensiamo di essere tanto avanti e invece è il contrario.
    Grazie a tutti 🙂
    Si procede alla grande. Sono molto felice.

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  7. Grazie Morena, il sottolineare l’aspetto umoristico-grottesco della vicenda merita di essere posto in risalto come il suo pregio maggiore. E non lo nego 🙂

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  8. mano sicuramente maschile, magari proprio caloesse, per un racconto divertente, centrato sulla figura un po’ improbabile di un ricercatore spedito in Amazzonia a cercare qualcosa che, in pratica, poteva trovare anche su eBay.
    : )
    mi sono piaciuti in particolare il ritmo spigliato della narrazione, impreziosito da alcune perle umoristiche (su tutte, l’immagine del becco Bunsen virato in arma da truppa d’assalto) e la giusta notazione tra le righe che anche la tecnologia più innovativa è una mera appendice del contesto (in Amazzonia può essere più funzionalmente tecnologico un repellente come il kbr 3023, meglio noto come icaridina, piuttosto che un iPhone di ultima generazione senza campo e rete, ma sempre pronto a riattivarsi per propinarci offerte pubblicitarie, eh eh…). Non mi hanno del tutto convinto la forma, a tratti frammentaria, con qualche scarto che costringe il lettore a fermarsi e a rileggere, e la forza complessiva del racconto che non riesce a discostarsi dal puro divertissement nonostante un tema come “il disagio della tecnologia” offrisse più di un’opportunità.

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  9. No, non ci siamo: l’idea poteva anche essere buona, ma prima di scrivere su qualcosa che non si conosce (lo dicono tutti i manuali di scrittura creativa) bisogna documentarsi molto bene. Qui l’autore non lo ha fatto. Col risultato che è venuto fuori un pastrocchio, magari divertente, ma totalmente irrealistico e poco credibile.

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    1. accetto tutte le critiche ma non ho capito cosa non conoscerei e di cosa mi dovevo documentare , non so che lavoro fai per giudicare che sia totalmente irrealistico e poco credibile almeno come situazione ma ti posso assicurare che ne succedono di peggio, che poi sia un pastrocchio sono d’accordo con te

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