Stronzo – decimo racconto

Era seduto lì, in cima alle scalette della piscina, malconce piastrelle azzurrognole intorno a un fondo pieno solo di foglie marce, lattine, cartacce, e chissà cos’altro. Lo stanzone doveva avere avuto porte, finestre e vetri, ma lui lo ricordava già così da quando vi si era intrufolato pochi anni prima con i suoi amici, con un po’ di paura e in cerca di quel coraggio che sembrava avessero gli altri. Naturalmente era proibito. E poi non si sa mai chi si sarebbe potuto incontrare. Il posto ideale per fumare le prime sigarette, farsi qualche lattina di birra e le prime tirate a una canna, quando uno di loro riusciva a fregare un po’ di roba a un fratello più grande.
Ora però era solo, con gli occhi incollati sul telefonino, dove comparivano le immagini di Valentina, praticamente nuda, e dei suoi amici Max, Davide e Sandro con l’uccello in mano che ridevano, urlavano, le davano della troia dicendole succhiamelo, stringilo, e poi apri quelle cosce del cazzo.
Max era il leader del gruppo, anche perché era più grande ed era ripetente. Davide e Sandro lo seguivano ovunque, obbedendo sempre ai suoi ordini, sicuri che solo lui avrebbe potuto garantire il massimo delle emozioni e del divertimento.
Da poco tempo Valentina aveva cominciato a usare un trucco pesante e a vestirsi in modo che suo padre avrebbe definito “provocante”: di certo lo faceva per sembrare più grande di quello che era, perché Max le piaceva, lo avevano capito tutti e Max per primo.

A lui Valentina piaceva più com’era prima, quando aveva ancora l’aria un po’ innocente da bambina, e il suo trucco si limitava a smalto sulle unghie e al lucidalabbra, che del resto lui nemmeno notava. Il suo nuovo aspetto gli suonava stonato, falso, e poi lo faceva pensare che quella trasformazione fosse per Max e per ragazzi più grandi di lui. Ma non per lui.
Così l’avevano trascinata lì facilmente, e anche lui c’era andato: vieni che ci divertiamo un casino, avevano detto. E sulle prime sembravano divertirsi tutti, Valentina compresa, ma poi qualcosa aveva preso la mano a Max, come una sorta di demone difficilmente controllabile, e quegli imbecilli di Davide e Sandro appresso a lui, continuamente sghignazzando. E Valentina che cominciava a dire ehi no, aspettate… e lui che cominciava a sentirsi a disagio e vedeva che Valentina aveva paura e iniziava a supplicare, a singhiozzare, mentre le lacrime pian piano distruggevano il rimmel, che le cominciava a colare sulla guancia.

Così lui era uscito silenziosamente da quella stanza buia e grigia, una volta uno spogliatoio, e dai bordi della piscina aveva ancora sentito in lontananza urla e sghignazzi, amplificati dall’eco dell’abbandono.
Ma era rimasto lì, per un tempo indefinibile che sembrava fermo, con la testa fra le mani, col cuore che sentiva battergli a mille, e fino a che il silenzio fu interrotto solo da qualche battito di ali e tubare dei piccioni che si introducevano lì attraverso i vetri in frantumi. E poi l’avviso di qualche nuovo messaggio sul suo telefonino, e dopo le immagini che ora stava guardando, commentate da un dove cazzo sei finito, stronzo cagasotto. Non sai che ti sei perso. E una faccina a inequivocabile commento.
Ora sicuramente loro se ne erano andati, ma Valentina forse era ancora là, pesta e piangente a giudicare da quelle immagini che aveva guardato e che avrebbe preferito non vedere. E che chissà quanti altri stavano osservando, condividendo un po’ tutto quel divertimento che Max era in grado di offrire a quel branco di idioti con la magnanimità che contraddistingue i capi, dispensatori di premi e favori come di punizioni dall’alto del loro potere. Così come quello dei suoi due fidi scudieri, i soli che avevano partecipato (e lo confermavano le immagini) direttamente alla memorabile impresa.
Lui però restava imbambolato là, seduto e col telefono in mano, senza decidere se andare a vedere di persona; la stanza era solo a due passi da lui, saliti quei pochi gradini e imboccato l’angolo del breve corridoio, ma lui non riusciva ad alzarsi. Avrebbe voluto andarci, entrare e soccorrerla, riportarla a casa, apparire ai suoi occhi come il suo salvatore, l’eroe, e così ribaltare la propria immagine ai suoi occhi.
Ma forse lei avrebbe potuto reagire diversamente, incolpandolo di essere stato parte di quel tranello di cui era stata vittima, e di essere fuggito come una mezza sega invece di prendere le sue parti e proteggerla nel momento cruciale, quello in cui la situazione cominciava a precipitare e la trappola a rivelare l’inganno che conteneva fin dal suo inizio. E valle a spiegare che lui no, proprio no, non lo sapeva che dovesse spingersi così lontano, perché in fondo lui l’amava e soffriva per lei, da tanto tempo. Un bel dilemma.

Lui non sa da quanto è lì, ma se ne accorge quando vede Valentina trascinarsi a fatica, sudicia e coi capelli in disordine, con la faccia gonfia e rigata di nero, con la maglietta sporca e lacerata qua e là, e con qualche altro indumento in mano imboccare con difficoltà l’uscita e urlargli con la voce strozzata: “Stronzo!” e poi sparire nelle prime ombre di quella sera. Ma non ha la forza di muovere un dito, o dire qualcosa.
Rimase ancora là, con il suo smartphone tra le mani, talvolta riguardando le immagini che scorrevano sul video. Finché non decise di cancellarle, convinto che liberarsi di quel peso con un semplice passaggio di un dito avrebbe ripulito anche la propria coscienza. E con questa illusione finalmente si alzò, e cominciò a incamminarsi tra le ombre della sera.

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Il disagio della tecnologia“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

14 pensieri su “Stronzo – decimo racconto

  1. crudo. scritto bene. balza in testa alla classifica. Spero di non leggere commenti che dicono che è la solita storia che sappiamo tutti, o dal finale prevedibile, perché queste sono le storie che accadono realmente purtroppo e i finali ad effetto per rendere un racconto “migliore di un altro” non servono a niente. Complimenti ho un’idea su chi potrebbe averlo scritto.

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  2. Un racconto duro, ben scritto, con uno sguardo interno/esterno, rispetto alla situazione del protagonista e alle vicende drammatiche del video, gestito con maestria. Molto adeguato anche il lessico, a iniziare dal titolo gelido e folgorante, vicino a un iperrealismo inquietante ma senza i disgustosi e pessimi effetti tipici della comunicazione giornalistica e televisiva. Racconto felicemente influenzato dalla buona letteratura statunitense. Mano maschile, forse.

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  3. I protagonisti di questo racconto mi fanno entrambi provare anche un po’ di tenerezza per le fragilità tipiche di quell’età ingrata tra fanciullezza e adolescenza che l’autore o autrice coglie con pochi tratti.
    E anche il sottile disagio ingannatore che la tecnologia offre nel confondere il ragazzo senza nome (l’unico, sarà voluto?) tra realtà e mondo virtuale, che emerge con forza nel finale.
    Anche per me uno tra i più riusciti, pure se il mio preferito per ora resta L’appendipanni per scimmie.

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  4. crudo e realistico al massimo!
    lo attribuirei a un autore, uno che scrive molto molto bene e che mi ha ricordato, sebbene in chiave attualissima, alcuni scrittori americani della Beat generation.
    mi è piaciuto lo stacco tra la rappresentazione scenica e il pensiero del ragazzo narrante.

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  5. Gran bel racconto, ma l’autore (o autrice poco importa) già lo sa.
    L’argomento è centrato ed è quello che mi angoscia. Quindi, siamo al top con tutto.
    Comunque, ragazzi, se ogni volta dite “questo è il migliore” significa solo che abbiamo dei testi bellissimi.
    Non posso fare altro che ringraziarvi.

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  6. Crudo, veloce e intenso. Mi è piaciuto molto, scritto bene e ha saputo descrivere con sapienza il travaglio proprio di un’età così difficile. Ma il punto forte credo che sia il contrasto fra una realtà così violenta e la facilità del mondo virtuale.
    Complimenti all’autore/autrice.

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  7. Scusate, mi è partito il commento prima di aver finito.
    Il racconto è su una situazione di cui si sente spesso parlare e qui è narrata magistralmente, tanto che a me ha dato anche fastidio, proprio perché sembra di essere presenti. Bravo davvero l’autore, o l’autrice.
    L’unica cosa che ho trovato strana è nello stacco finale: prima è al presente, poi finisce con un passato remoto. Forse lo stacco si sarebbe dovuto fare dopo “o dire qualcosa “.

    "Mi piace"

  8. bel racconto, ben scritto e coraggioso (ammiro sempre un autore – mi stupirebbe si trattasse si una donna – che affronta temi drammatici e scomodi), che tuttavia mi è parso leggermente fuori tema: nel “disagio” del protagonista innominato e nella violenza di branco (dramma vecchio quanto il mondo) la tecnologia riveste un ruolo solo marginale. Mi sono piaciuti i personaggi, classici e caratterizzati (anche quelli appena abbozzati), la scena finale in cui il protagonista innominato cancella la realtà col magico tocco di un dito selezionando il cestino con il touchscreen dell’iPhone e il rimmel “distrutto” dalle lacrime, dove la forza del verbo comunica in modo efficacissimo i sogni terremotati della prima adolescenza. Non mi hanno convinto appieno, invece, la trama che manca di personalità e non riesce ad affrancarsi dal “già letto” (è vero che in questo contesto più che mai, repetita juvant, ma l’originalità, inevitabilmente, anche nel mondo mercato liberista, almeno per ora resta elemento fondante di qualsiasi produzione artistica), il fatto che “un demone” paia impossessarsi di Max (angeli e demoni sono spiegazioni di comodo, sovrasemplificazioni molto lontane dalla realtà psicologica degli esseri umani) e lo “stronzo” che dà il titolo al racconto (non perché non sia crudo e acrilico al punto giusto, ma perché mi lascia perplesso nel contesto: il protagonista, agli occhi di Valentina, è un ragazzino insignificante dunque cos’ha da rimproverargli con l’insulto? L’insulto sembra più uscire dalla bocca dell’autore/lettore che della ragazzina).

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