Vivo – nono racconto

Luca ha avuto un incidente.
Luca non può più camminare.
Era nell’auto con suo padre quando questa si è schiantata contro il guardrail del lungomare Bellini.
Suo padre si è ubriacato un’altra volta, poi si è messo al volante trascinando il ragazzo in un viaggio che ha cambiato per sempre la sua vita.
Papà non c’è più, anche se forse non c’è mai stato.
“Grave lesione a livello lombosacrale”, queste le parole pronunciate dal medico a proposito del piccolo campione in erba.
“Ma sei vivo!” gli ripete Linda, la Mamma. “L’importante è questo. Devi continuare a vivere, devi occupare le giornate con qualcosa che ti piace davvero”.
Problema da non trascurare: Luca non si sente più vivo.
Cosa può fare nella vita ridotto in quello stato? Dove può andare senza l’uso delle gambe?

Passa le sue ore davanti al pc, tra giochi in stile Duke Nukem e chattate che il più delle volte finiscono dopo il terzo, quarto messaggio:
COME TI CHIAMI;
 DI DOVE SEI;
 QUANTI ANNI HAI; 
CHE HOBBIES HAI.
È così gelido il vuoto, gelido e onnipresente. Avvolge ogni cosa.
I suoi amici, quelli con cui giocava a basket, sono scomparsi.
Quando riusciva a siglare trenta, quaranta punti a partita nel torneo della scuola, centrando bombe da tre, in tanti gli stavano attorno, sperticandosi in elogi e complimenti; persino le ragazze facevano a gara per uscire il sabato sera con lui.
Adesso il mondo sembra averlo di colpo dimenticato. Scatta una molla nella sua testa. Luca va alla ricerca di qualcosa, di una luce nella notte.
Poi un giorno lo trova: il gioco totale, il gioco per sentirsi vivo. Nessun alieno finto da massacrare, nessuna chiave da trovare. È un gioco sì, ma immerso nella vita reale, qualcosa di adrenalinico mai visto prima.
BLUE WHALE.
Il gioco consiste in una serie di prove, via via sempre più pericolose e violente: maratone di film horror, l’uccisione di un animale con tanto di foto documento da inviare al creatore del gioco, tagliarsi le vene davanti al pc e registrare il tutto… fino alla prova finale…
Salire sul tetto di un edificio e avere il coraggio di lanciarsi nel vuoto.
Una domanda, per un attimo, affiora nella mente turbata e confusa di Luca: che razza di società è quella in cui un ragazzo per sentirsi vivo deve morire?
Ma Luca ha bisogno di sentirsi compreso, compreso e non compatito.
Inizia il gioco procurandosi dei tagli all’addome con un coltello da cucina e manda la foto dello scempio al creatore del gioco.
Quest’ultimo gli risponde un’ora e mezza dopo:
“Sei un vero uomo”, gli scrive.
Luca legge l’email, piange e si ficca la testa sotto il cuscino, assaporando il dolore e il suo gesto “eroico”.
Qualcuno lo degna di una risposta, lo include ancora nel genere umano.
Quello che non capisce, è che nessuno sconosciuto al mondo è disposto a regalarti la sua sincera comprensione. Essa è un bene che si guadagna dopo la vera conoscenza attraverso occhi pronti a spogliarsi di ogni barriera e maschera quotidiana. Luca si sente ferito, come una bestia che fugge nella notte in una foresta piena di creature indifferenti e cacciatori senza scrupoli armati fino ai denti. Chi si sente ferito non ragiona: fugge, aggredisce o finisce per cacciarsi con le proprie gambe in una trappola tesa da cacciatori insospettabili.
Nei giorni seguenti, Luca tende un agguato a un topo; ne filma la sua uccisione e manda il video al creatore di BLUE WHALE;
Luca si ferma al centro della ferrovia poco lontana da casa sua e si scatta un selfie sperando di intravedere il treno;
Luca si fa accompagnare dalla Madre in terrazza e le dice di voler guardare il tramonto da solo.
È arrivato alla fine del gioco.
Morire come una balena spiaggiata.

Da tanto tempo, Luca non saliva in terrazza.
Il cielo ha tinte d’azzurro e porpora, una meraviglia nascosta alla gente, impegnata a far chissà cosa. Il sole è un disco divorato pian piano dalle nuvole.
I SOGNI POSSONO CONSUMARE LA MENTE?
Luca vede in un angolo della terrazza una delle bottiglie vuote di suo padre.
Case gialle tutte uguali circondano un piccolo campetto di basket, dove due bambini provano maldestramente a far canestro.
Il ragazzo spinge le ruote della carrozzella, si avvicina alla bottiglia luccicante e si accorge che dentro c’è un biglietto.
“Non essere come me. Aiuta tua madre”, c’è scritto.
Luca è investito da una rabbia improvvisa. Si avvicina all’orlo della terrazza. Urla, urla forte. Linda accorre, sale a perdifiato le scale.
Luca è vivo.
Ha voglia di giocare. Di andare da quei bambini e insegnargli a centrare il canestro.

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Il disagio della tecnologia“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

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19 pensieri su “Vivo – nono racconto

  1. ho pianto, questo è il racconto migliore, non sarà facile superarlo.
    Mi piace come è scritto, come scorre vie, le sue pause.
    Ho conosciuto un Luca sulla carrozzella, stessa storia di padre incosciente morto presto, andavo da lui nei pomeriggi dell’anno 1983 ad aiutarlo nei compiti di matematica (le cure per il dolore che lo teneva infermo sulla schiena gli offuscavano la mente e faceva molta difficoltà a fare i conti, però mi aspettava per chiacchierare un po’).
    Conosco poco i partecipanti a questo gioco e non saprei a chi abbinare questo racconto, azzardo perché conosco la grande sensibilità e la passione per la musica, perché qui se non ve ne siete accorti c’è una grande musica,,,potresti essere tu Carloesse?

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  2. Spero che l’autore/autrice non se la prenda, ma non posso leggere questo racconto. Per motivi che non sto qui a raccontare, non posso farlo. Me ne scuso.

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  3. Se il racconto di ieri mi faceva entrare nella fase “oh mamma, mia non possono succedere queste cose”, qui mi si aggrovigliano le viscere. Mi riservo di commentare successivamente magari a mente fredda, ora riesco solo a pensare che è tutto molto orribile, nonostante la fine positiva.

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    1. Anche per te, Nadia, vale la stessa cosa. Si può commentare oppure si può tacere. E se proprio non garba, si può anche non leggere.
      Forse sono più ‘graditi’ i racconti ironici, leggeri, in cui il disagio della tecnologia viene trattato con arguzia e si risolve in leggerezza. Però, da promotrice del gioco (che non è gioco per nulla) io mi auguravo che venissero trattati tutti i temi e che fossero forti. I testi devono anche scuotere, altrimenti non abbiamo centrato l’argomento. Poi ci sta che alcuni siano divertenti (tipo il racconto di Freccero e mio 😉 ), ma non tutti. Grazie.

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      1. non vorrei essere fraintesa, l’orribile non era il racconto, anzi, ma il tragico gioco che mi fa stare male. E mi garba, ma non mi riesce di dire nulla, se non che forse è talmente realistico da sentire con mano quel dolore.

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  4. Un racconto che ho apprezzato notevolmente. Titolo efficace, ritmo sostenuto e calibrato, scrittura asciutta che affronta il tema centrale evitando a mio parere i due maggiori rischi: gli eccessi melodrammatici e lo stereotipo.
    Il fenomeno Blue whale e quello relativo a “quelli che si tagliano”, come dicono gli adolescenti, è da questi ultimi ben conosciuto. E si chiedono il perchè di tutto ciò. Il fenomeno Blue whale è numericamente molto meno consistente rispetto ai “tagli”. Gli adolescenti spesso conoscono direttamente qualcuno che si procura ferite, mentre il fenomeno della Balena Spiaggiata è prevalentemente qualcosa sentito tramite il pessimo giornalismo, che rischia di creare anche emulazione.
    La teconologia, come dicevo, a mio parere evidenzia fragilità e/o stupidità preesistenti, molto meno diffuse di quel che il cattivo giornalismo e lo stereotipo vorrebero far apparire. Gli adolescenti nella stragrande maggioranza sono in gamba e sufficientemente forti per affrontare la fase di passaggio senza precipitarvi dentro. E anche l’eventuale stupida teconologia può esistere soltanto se ci sono gli stupidi a sostenerla.
    Una ulteriore notazione al commento grafico, sempre molto centrato.
    Mano maschile, forse.

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  5. Beh, questo è veramente molto bello, scava nella sofferenza e nella frantumazione di tutte le certezze di un ragazzo dopo un grave incidente disabilitante, nella fragilità di chi si avvicina a “giochi” (chiamiamoli così con beneficio di inventario) di questo tipo (e che non sono legati solo alle tecnologie, ma che sfruttano la tecnologia per la facile diffusione), ma alla fine trova una soluzione: a volte la vita stessa la offre per riempire i vuoti che dall’altra parte aveva creato; bisogna avere il coraggio di saperla cogliere.
    Mi dispiace quasi non esserne io l’autore (sorry, caro Falcon, e sono lusingato tu abbia pensato a me), ma lo metto certamente tra i miei candidati alla vittoria finale (se ci sarà una votazione per un “vincente”).

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  6. Vividamente ben scritto nella sua crudezza.
    In rete c’è anche di peggio, situazioni e scelte orribilmente peggiori. Ma io rimango del parere che la barbarie ha accompagnato gli esseri umani fin dai primordi, e che la tecnologia attuale la porta soltanto più velocemente alla ribalta. Oggi sappiamo come non mai ciò che la mente umana può creare nel male.
    Io scelgo e mi interesso al bene, e stimo tutti quelli che riescono a indirizzare le loro vite, benché provate dalla sofferenza, verso il miglioramento di sé stessi e della propria anima.

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  7. trovo il racconto davvero ben scritto;il tema è forte e ti prende subito alla gola… il finale arriva un po’ troppo veloce e il bigliettino nella bottiglia non mi convince del tutto, ma qua la “colpa” è certamente dei 6000 caratteri:-) Leggendo questi racconti salta agli occhi quanto il disagio sia soprattutto sociale…la tecnologia rimane un mezzo, spesso, purtroppo, usato male. Visto che state dichiarando le vostre preferenze il mio rimane “Appendipanni per scimmie” non tanto perché più centrato rispetto al tema ma proprio per la storia e per il modo in cui è stata narrata.

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  8. altro racconto molto bello e dagli intensi risvolti drammatici, dove il disagio del protagonista nasce – a mio modo di sentire – più dal padre alcoolista e dal trauma lombosacrale con conseguente paraplegia che dalla tecnologia in sé. però la cosa non disturba, nel senso che in fondo Blue Whale è specchio abbastanza fedele della società e del disagio sociale giovanile, quindi la tecnologia, pur non innescandolo, diventa efficace strumento di amplificazione e trasmissione del disagio/contagio. peraltro, tornando su quanto scritto in precedenti commenti, non so se in realtà ormai la distinzione tra soggetto e oggetto, tra agente e subente, tra fine e strumento conservi un qualche valore: viviamo in una *crealtà* molto più complicata dei segnali che ogni porzione di essa ci invia, dove la realtà oggettiva è meno tangibile della “realtà fiat”, ovvero della realtà virtuale creata dal nulla mediante condivisione in rete (magari si tratta di un mio delirio, ma mi pare di ricordare che qualche filosofo abbia scritto “la realtà è solo un’allucinazione più condivisa delle altre”, o qualcosa del genere). ecco dunque che se il *neural network* del singolo essere umano è integrato/riplasmato dai *social network* diventa sempre più difficile capire chi agisca cosa o cosa agisca chi… eh, in pratica, alla domanda in stampatello posta dall’autore (più che da Luca) “i sogni possono consumare la mente?”, credo si potrebbe rispondere che la mente, comedicelaparola, ovviamente mente e che pertanto basta ascoltare l’eco di una parola astratta per scoprirsi intenti a sognare.
    : )
    del racconto in oggetto, poi, nello specifico mi è piaciuta in modo particolare l’intensità emotiva che non arretra di fronte alla malattia e al “vuoto, gelido e onnipresente che avvolge ogni cosa”. Luca è un piccolo grande eroe proprio perché vive la sua fragilità (l’esatto opposto del trionfante “sei un vero uomo” intriso di retorica che gli propina il “creatore del gioco”) e ho trovato coraggiosissimo e originale il fatto che il racconto non si concluda con uno scontato salto nel vuoto.
    tra le cose che invece mi sono piaciute di meno, sicuramente alcune intrusioni della voce dell’autore nel corpo testo (ad esempio le due domande, quella in stampatello citata più sopra, e l’altra “Una domanda, per un attimo, affiora nella mente turbata e confusa di Luca: che razza di società è quella in cui un ragazzo per sentirsi vivo deve morire?) e alcune scelte che mi sono sembrate un po’ troppo teatrali alla fine del brano. ad esempio il messaggio in bottiglia lo eliminerei proprio, o lo “girerei in soggettiva” nel senso che Luca vede la bottiglia e *immagina* che dentro ci sia un biglietto scritto da suo padre, desidera così tanto che il messaggio ci sia che raccoglie la bottiglia e quasi lo sente tra le dita, lo srotola ma è tutto bianco. altra cosa che mi lascia sempre un po’ perplesso sono le urla inconsulte e disperate in cima a un palazzo (fanno molto film americano), ma magari è solo questione di gusti e di esperienze (gli urlatori li ho visti solo al cinema).
    da ultimo nota particolare in chiusa per quel “giocare”, potentissimo e ricondotto alla sua natura più umana e godibilmente infantile (non a caso i bambini), che torna in antitesi al “gioco totale” (Blue Whale), restituendo Luca alla vita.

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