Debolezza – sesto racconto

Dal corridoio arrivò un rumore di passi: Giuseppe chiuse la schermata e comparve l’album delle foto del viaggio in Grecia. Alice, dietro le sue spalle, sorrise, gli mise la mano sulla spalla e disse: «Stai ancora preparando il video?».
Lui annuì, con il cuore che gli batteva nel petto. Si chiese se lei lo potesse sentire. «Vai a letto. Faccio ancora due cose e poi arrivo anch’io».
Lei si chinò e gli diede un bacio. «Non farmi aspettare troppo». Uscì dalla stanza e lui ascoltò il rumore della porta del bagno che si chiudeva.
Aprì di nuovo la chat; Ludmila era ancora lì, un pallino verde in mezzo agli altri. Digitò velocemente: “ci sentiamo domani buonanotte amore”. Attese qualche secondo ma lei non leggeva il messaggio e lui si decise a chiudere. Si assicurò di uscire dall’account – a volte Alice usava quel pc per le ricerche di scuola dei figli -, e si alzò. Era seccato: l’arrivo della moglie gli aveva impedito di vedere la foto della ragazza russa con cui chattava da oltre due settimane.
Mentre in camera da letto si spogliava, aveva preso atto che quel nome, di cui non conosceva nemmeno il volto, si era conficcato nella sua mente. Come era iniziato? 
Su Facebook. La richiesta di amicizia da parte di quella sconosciuta, con l’avatar di un tramonto su una spiaggia di sabbia bianchissima. Lei gli aveva scritto il giorno dopo con Messenger, un discorso simpatico, dove si presentava, diceva di voler imparare meglio l’italiano, e che poteva contraccambiare insegnandogli un poco di russo. A lui piaceva Gogol?
Eccome, aveva risposto, anche se non aveva idea di chi fosse.
Si coricò; sua moglie lo baciò, gli passò una mano sul volto: «A che pensi?».
«A nulla. Dai, dormiamo».
Gli aveva chiesto di scaricare e installare sul suo telefonino Messenger: per restare in contatto. Lui aveva rifiutato. Aveva spiegato che era sposato, due figli, e con sua moglie non aveva segreti.
Lei aveva scritto: “nemmeno uno?”, e la faccina inserita dopo la domanda (quella dell’occhio strizzato col sorriso) gli era parsa cattiva. Sentiva che quella sconosciuta lo separava da qualcosa, ma aveva deciso di proseguire. Tanto sapeva quando fermarsi. Aveva 42 anni, un lavoro come impiegato comunale, una piccola casa ereditata dai suoi al mare. Poi si era chiesto perché avesse comunicato con tanta facilità queste informazioni a una sconosciuta. Aveva commesso una leggerezza; ma continuò perché gli pareva di sfuggire alle abitudini.
Quando arrivò la foto non era preparato; si era immaginato che Ludmila fosse bella, lo aveva desiderato, ma non immaginava una perfezione simile. I capelli biondi, lunghi, incorniciavano un viso bellissimo, e gli occhi azzurri completavano il quadretto: Ludmila era davvero come tutti gli uomini immaginano debbano essere le russe. Anche se gli uomini, tutti e quindi anche Giuseppe, non si fermavano a immaginare la bellezza del viso, ma scendevano anche a esaminare particolari che dalla foto non si vedevano. “Peccato”, pensò Giuseppe, ma digitò: “wow! sei stupenda”.
Lei scrisse: “voglio vedere come sei manda foto prego
Lui aveva come avatar la bandiera della Juventus. Cercò di nuovo – due sere prima aveva fatto una cernita dei cinque o sei scatti più belli – e decise per quella, di qualche anno prima, che aveva il mare sullo sfondo e lui, in maglietta gialla, sembrava più giovane. Inviò e attese.
oh!!! tu niente male
Giuseppe si raddrizzò sulla sedia. Il tempo di respirare e arrivò un’immagine. L’aprì e l’esplosione di Ludmila in un due pezzi rosso gli entrò nel cervello.
tu una in costume? grazie
Giuseppe non l’aveva spedita prima perché non sapeva se lei avrebbe gradito. Scelse quella dove il boxer azzurro gli dava un’aria spigliata e dove si era ricordato di trattenere la pancia.
carino!!! altrimenti troppo caldo
Dopo l’invio delle foto fu tutto più veloce, e una mattina di sabato in cui Alice era uscita con i bambini, Ludmila gli mandò una foto in cui era nuda e gli chiese di fare altrettanto. Lui foto nude non ne aveva, prese lo smartphone e si fotografò davanti allo specchio del bagno, si rivestì in fretta, inviò la foto e la cancellò subito dal telefono.
Ludmila disse che era la foto di un vero maschio italiano. Come piacevano a lei.
mi prendi in giro” rispose. Si scambiarono qualche effusione e il clima si scaldò. Quando sentì la chiave girare nella serratura, si chiuse i pantaloni e con l’altra mano cliccò sulla “x” che chiudeva il programma.
Il video arrivò martedì sera, mentre lui, quasi si fosse dimenticato, sistemava davvero le foto della Grecia e sceglieva la musica da inserire nel video: Vasco Rossi gli pareva fosse adatto.
La chat trillò e lui si voltò verso la porta per capire se di là avevano sentito; non ci fu nessuna domanda e si decise ad aprire Messenger. Un video. Lo scaricò e Ludmila comparì a tutto schermo, una quarta abbondante davanti ai suoi occhi e dentro al suo cervello. Danzava su una musica invisibile e le onde del suo corpo lo accompagnarono dolcemente nel calore di un inferno sconosciuto. Il minuscolo slip che lei indossava non fu recepito dagli occhi di Giuseppe: l’effetto era di una nudità totale. 
Quando il respiro rallentò, riuscì a digitare “cavolo! sei fantastica!!!
“contenta che ti piace quando ti va manda video anche tu”.

Al giudice spiegò che era stata una debolezza, e quello, un tipo spiritoso, gli rispose che avrebbe dovuto rivolgersi al medico di famiglia e farsi prescrivere un ricostituente, se era debole.
La casa e due terzi dello stipendio andarono ad Alice e ai bambini. Gli restava però la casa al mare, una concessione della moglie. Lì ci poteva portare la sua Ludmila.

 

*****

Il racconto, anonimo per ora, fa parte del gioco “Il disagio della tecnologia“. Ogni commento sarà gradito, non solo dai partecipanti al gioco.

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26 pensieri su “Debolezza – sesto racconto

  1. Una storia dei nostri giorni, non c’è da meravigliarsi; se sei su Facebook richieste di amicizia come queste ne arriva almeno una per settimana agli uomini (posso immaginarne altrettante, se non di più, alle donne).
    Il ritratto comunque anche qui è perfetto e l’immagine che lo accompagna stavolta è birichina.
    Anche a me come a Nadia il finale è balzato fuori improvviso, tanto che sul primo momento ero convinto mancasse una parte di racconto. Poi ho riletto ed immaginato.
    Non dirò che non è nelle mie corde (anche perché è una frase che non mi piace per niente) dirò piuttosto che queste storie mi disturbano, non per chi le ha scritte, ma per i soggetti che soffrono di questa”debolezza” …a me fanno proprio pena.
    Complimenti all’autore/ice

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  2. Mi incuriosisce lo strappo tra l’andamento lento, se vogliamo tristemente prevedibile visti i tempi, e lo stacco temporale del finale. Ho la sensazione che sia scritto da una donna, non sono certa che si tratti di una coppia. Ha il pregio di parlare di un argomento ben noto con il guizzo di originalità dello strappo temporale scelto per il finale. Gli da la nota insolita che il mio gusto solitamente apprezza

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  3. Non male. Un classico. Ben scritto, però il tema lo rende prevedibile. Il finale spezza completamente con l’introduzione, ma è addirittura simpatico. La frase con cui conclude è ironia allo stato puro e ti fa sorridere. Complimenti agli autori. Marco e Morena? Mmm, chissà, anche se non mi sembra il loro stile, però non saprei.

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  4. Un buon racconto, con il tema ricorrente della realtà virtuale che si scontra con la concretezza del vivere quotidiano. “La tecnologia rende evidenti le caratteristiche individuali preesistenti”, diceva più o meno un filosofo in una intervista di poco tempo fa. Sono abbastanza d’accordo con tale punto di vista, di certo però da approfondire, con i dovuti distinguo e le giuste argomentazioni. Non è la tecnologia a creare stupidità, cioè, ma è la stupidità che viene enfatizzata dalla tecnologia.
    Il racconto forse necessiterebbe di qualche limatura e revisione in più per renderlo maggiormente scorrevole.
    Segnalo un paio di refusi: nella punteggiatura al quinto rigo; nello spazio da lasciare dopo il punto interrogativo, al sedicesimo rigo.
    Ho difficoltà a individuare se autore o autrice.

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      1. Non so, Morena. Da quel che vedo sul mio schermo, qui:

        «Vai a letto. faccio ancora due cose e poi arrivo anch’io»

        O si sostituisce il punto con altro segno di punteggiatura o la parola successiva va con la lettera maiuscola.

        E poi, qui:

        Come era iniziato?
Su Facebook.

        Manca lo spazio dopo il punto interrogativo.

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  5. Il racconto mette ben in evidenza la stupidità di chi crede di “potersi fermare quando vuole” e di chi non ha ancora ben capito l’uso corretto di questa tecnologia.

    Lo stacco finale mi ha disturbato un po’.
    Anche l’uso della punteggiatura l’ho trovato un po’ strano, non so se dipenda dalla trascrizione da un blog ad un altro, oppure se è stato voluto per mettere l’accento sull’uso di strumenti come Facebook e Messenger che io non conosco.

    Sempre grazie, a presto.

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  6. La storia in sé è abbastanza banale, una delle tante nel nostro mondo interconnesso. Ma non si può negare che sia ben scritta, e che l’autore (o autrice?) dimostra di conoscere i segreti della buona scrittura e sa fare un uso sapiente del mezzo. Pur nel suo essere scontata, questa storia ha saputo tener desto il mio interesse (forse perchè, essendo un maschietto, mi sono immedesimato nel protagonista) fino all’inevitabile finale.
    Che è giunto al momento opportuno, né troppo presto, che altrimenti la storia sarebbe stata manchevole, né troppo tardi, cosa che avrebbe reso la storia noiosa. E lascia aperta una domanda: cosa avrà voluto dire l’autore con quel suo “Lì ci poteva portare la sua Ludmila”? Che la relazione tra il protagonista e la russa è continuata fuori dalla corrispondenza? Che il protagonista ha bisogno di quella casa sul mare per realizzare le sue fantasie erotiche? Che Ludmilla esiste solo nella testa del protagonista? Chissà. Ma è un espediente che mi piace. Un plauso all’autore.

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    1. Grazie Santo. Che la storia sia banale nel suo essere comune è forse il pregio di questo testo: mostrare il modo in cui usiamo la tecnologia è il compito di questi racconti e penso che, anche se per tutti noi sono storie ‘acquisite’, storie che sappiamo esistenti, non ci rendiamo davvero conto di quanto possano implodere nella vita di tutti.

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  7. Storia prevedibile, piuttosto scontata ma ben ben narrata (come è già stato detto dai più), con ottima padronanza della forma “racconto breve”.
    Il dilungarsi nell’escalation della “debolezza” per saltare direttamente al finale, scontato anch’esso ma arricchito da un forte accenno di ironia (enfatizzata dal commento del giudice) ne costituisce a mio parere il pregio. Le modalità di tutto ciò che sta nel mezzo (le modalità del tradimento e della sua scoperta) sono del resto facilmente immaginabili e irrilevanti nella narrazione nella storia, che si gioca tutta nel contrasto tra la premessa e il suo finale.
    Mi è piaciuto essenzialmente per questo.

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      1. Forse un uomo perché narra ‘cose da uomini’. O per il linguaggio.
        Anche se, questa storia, può essere facilmente ‘girata’ e narrata da una donna che viene irretita da un uomo che finge interesse per scroccare soldi (come la cronaca ci insegna).
        Certo, queste storie, come molte narrate i questo contesto, sono ‘vere’ e ci appaiono, ormai, quasi ‘banali’, ma è solo perché ne abbiamo sentite troppe.
        Le storie non sono mai banali, se a viverle sono persone.

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  8. puff pant… sono sempre in ritardo sulle pubblicazioni. spero di tornare in pari nel uìkend. ordunque, anche questo è un racconto scritto molto bene, e devo dire che la qualità della scrittura in generale in questi primi sei racconti è mediamente alta. nello specifico, la trama ricalca una storia da “cronaca vera”, senza discostarsi molto dai cliché ma delineando in modo efficace alcuni tratti della psicologia di Giuseppe (l’ansia, lo straniamento, l’eccitazione). le cose che mi sono piaciute di più sono Gogol-questo-sconosciuto, l’innesco della trasgressione con l’ammiccante accenno al segreto della chat (“nemmeno uno?”) e la sottile ironia del finale, in cui la moglie, beffardamente, gli lascia la casa al mare per portarci (seeee…) la “sua” Ludmila.
    Le cose che mi hanno convinto di meno sono la prevedibilità di Giuseppe che potremmo definire “maschio ideale” in ogni senso e la totale assenza di dubbi nel suo agire in chat (un minimo di conflittualità, del tipo un po’ più di dubbi sulla veridicità di foto e video e sui secondi/terzi fini di Ludmila, renderebbero più umano e meno “coglione” il nostro sfortunato erotomane frustrato)…
    : ))

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  9. Storia ben scritta ma lascia spazio a risultanze no ben definite. La storia è solo virtuale? o prosegue fuori dallo schermo? Che funzione ha la casa al mare? Mi sembra di rilevare uno stacco dalla storia al finale , forse dovuto al limite di 6000 caratteri.

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