L’ultimo giro di valzer – pag. 97

Tre

Ho bisogno di fermarmi da qualche parte e prendere un caffè decente. Per fortuna è venerdì. È stata una settimana infernale, con le paturnie di Malaspina e le sue strategie. Anche stamattina, quella riunione folle, con lui che blaterava sui costi che deve sostenere e sugli ordini esigui che portiamo a casa. Voglio un caffè vero e qualcosa di caldo da mangiare. Un posto tranquillo, come a volte riescono a esserlo i bar di pomeriggio, quando sembra che nessuno veda l’insegna e la porta d’ingresso.
Parcheggio accanto a una Smart nera piena di sporte e oggetti alla rinfusa; il sedile del guidatore è quasi ostruito. Il bar ha due vetrine e una fila di sgabelli che guardano la strada. Entro, mi avvicino al bancone, e da dietro la macchinetta del caffè sbuca una ragazza.
«Quei due tramezzini con il cotto. Me li può scaldare? E un caffè».
Mi siedo davanti alla vetrina: lo sguardo va alla concessionaria di automobili giapponesi che è di fronte. Sono sempre stati degli ottimi clienti, eppure li ho messi nella lista. Prendo le carte dalla borsa e controllo. Di fianco al nome, ho scritto degli appunti: proporre un banner a metà pagina per un anno, scontato del 45%. Ma non è proporre il banner, il motivo per cui li ho messi in lista; voglio entrare nel posto dove ho incontrato Michele per la prima volta, rivivere le sensazioni provate quel giorno.
All’inizio pensavo fosse uno dei venditori e gli ho mostrato il mio sorriso lavorativo. Ho capito che gli piacevo, lo vedevo da come si muoveva davanti a me. Anche lui non era male, con quei capelli ricci un po’ lunghi nel collo e la timidezza sfrontata con cui ha detto che sarebbe restato in città per qualche giorno. Gli ho dato il mio biglietto da visita come fosse uno scambio professionale, ma speravo l’usasse come promemoria per il mio numero di telefono.
Ha chiamato alle sette; io ero appena rientrata e sistemavo la spesa in frigo. Mi seccava acconsentire subito, come se io non aspettassi altro che il suo invito, ma ho pensato che le cose bisogna prenderle al volo e lui mi piaceva. È stata una serata piacevole, quando ci siamo salutati ero tentata di chiedergli di salire, ma lui mi ha dato un bacio sulle guance ed è risalito in auto.
«Faccio il caffè?». La voce della ragazza dietro il banco mi fa sussultare. Accenno un sì senza dire nulla. In mano ho un pezzo di tramezzino, lo butto nel cestino e mi pulisco le labbra. Bevo il caffè e pago. Sul marciapiedi estraggo il taccuino dalla borsa, segno il nome del bar e a fianco scrivo: “Medio”.
Mi avvio verso la concessionaria, mentre una signora elegante si infila nella Smart e si siede scansando le borse della verdura e il trasportino per gatti. Ed è solo quando cammino decisa verso l’ufficio di Paolo che capisco di cosa ho bisogno.
Lo vedo dai vetri, è solo nel suo ufficio, impegnato in una telefonata. Non esito, entro, chiudo la porta e mi avvicino alla scrivania. Lui alza la testa, mi scruta, mi mette a fuoco. Un lampo nello sguardo mi rivela che sa perché sono qui. Mi indica con la mano una sedia, e congeda il suo interlocutore. «Pensavo saresti venuta prima».
«Sapevi di me e Michele» dico prima di sedermi.
«No, ma me lo hai detto tu, con la tua chiamata quel giorno, dopo la sua morte».
«Non rispondeva al telefono. Non sapevo dove sbattere la testa. Mi è venuto in mente che, quando ci siamo conosciuti, Michele aveva parlato della vostra amicizia e ho pensato che tu sapessi cosa era successo».
«Le tue domande su di lui mi hanno fatto capire che eri qualcosa di più di un’amica».
«All’inizio non mi aveva detto di avere una famiglia. Poi mi ha detto che era sposato, ma forse perché io non facessi troppe pressioni».
«Non capisco. Michele non sembrava quel tipo d’uomo. Aveva una compagna. Una figlia».
«Della figlia non mi ha mai detto nulla. Avrei troncato subito». Mi fermo, guardo gli occhi di Paolo e mi domando di cosa parlassero lui e Michele. «Ho bisogno di sapere di lui. Raccontami come vi siete conosciuti. Che amico era».
«Che importanza può avere? È morto».”

 

Passi di: Morena Fanti Marco Freccero. “L’ultimo giro di valzer”. iBooks.

***

Lo sapete cosa si dice della pagina 97 dei libri: che è la prima da leggere per avere un’idea e capire se ci può piacere. Con i libri digitali non si sa mai quale sia ‘sta benedetta pagina ma mi sembra questa (ho proseguito un po’, perché a pag.97 iniziava un capitolo  quindi c’erano poche righe). Magari quando arriva il cartaceo mi divertirò e posterò la pagina 97 del libro di carta.
Torniamo al brano citato: come ci sembra? Chi ha già letto sa di cosa stiamo parlando, ma un lettore che apra ora il romanzo cosa penserebbe?
C’è una donna – Alessandra – che è in ansia, gira per lavoro ma ha la mente altrove, e capiamo dove quando entra in una concessionaria, va dritto in un ufficio e fa domande. Un uomo è morto e sembra che questo uomo fosse molto importante per la donna. La storia sembra interessante. Sulla scrittura cosa possiamo dire? Abbastanza asciutta ma con qualche particolare che identifica bene la donna: quel suo modo sbrigativo di parlare, andare dritta al punto, ci indica che è una donna che ha delle sicurezze anche se, a quanto pare, a volte mal riposte.
Il brano è in prima persona ma una veloce scorsa al testo ci mostrerebbe che non tutto il romanzo ha la stessa voce narrante. Forse anche questo è un particolare che può risultare interessante alla lettura (alla scrittura no: garantisco che è stato un bel problema).

Insomma, da una pagina si possono intuire tante cose. Pe capire se la teoria della pagina 97 è vera, dobbiamo farci una domanda: leggendo questo brano vi verrebbe voglia di leggere tutto il romanzo?

*in questo caso puoi acquistarlo qui

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