La corsa della vigilia – di Angélique Gagliolo

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Ogni anno la stessa storia. Parto in largo anticipo, mi organizzo per tempo, acquisto i regali, e mi ritrovo la Vigilia di Natale a correre come un cavallo imbizzarrito a fare gli ultimi acquisti. Manca sempre qualcosa. O un pensierino da fare dell’ultimo minuto, o un addobbo mancante o il pranzo studiato a tavolino che non sembra rispecchiare le aspettative… mie. Mi sembra sempre di non aver fatto abbastanza e corro ai ripari alla ricerca di quella cosa speciale che nemmeno io so cosa sia. Quest’anno poi ci si è messa pure la zia Luisa. Sono cinque anni che non si fa viva e d’improvviso chiama e annuncia che passerà a farmi gli auguri domani pomeriggio. Il giorno di Natale. “Sai, il caso ha voluto che quest’anno passassimo Natale proprio qui. Avevo pensato di passare per fare gli auguri, dopo pranzo. Una cosa veloce, che poi riprendiamo l’areo e ripartiamo per New York”. Che tempismo. E ora cosa le prendo? Non posso certo accoglierla a mani vuote. In fondo è la sorella di papà, anche se non fa più parte della nostra vita da un sacco di tempo… già, da quando ha sposato l’americano. Insomma, ora devo prenderle un pensierino che non sembri la cosa dell’ultimo minuto, ma che non mi sveni, che ci hanno già pensato le ultime spese a farlo. L’eterno dilemma: cosa prendere per spendere poco e fare bella figura. E così, tra la rosticceria e la salumeria, decido di passare al negozio di dolciumi: le prenderò un dolce tipico, di quelli della tradizione che non trova di certo in America. E se poi fosse a dieta?
Mi infilo in macchina carica di pacchi, con questi pensieri in testa. Non so se pesino più questi ultimi o i sacchetti che cerco di posare delicatamente sul sedile accanto a me, ma che inevitabilmente rotolano giù sfracellandosi a terra. Speriamo di non aver fatto danni irreparabili.
Allora, escluso il dolce tipico, cosa posso prendere a zia Luisa? Un foulard? No, troppo banale e poi costano un botto e non è detto sortiscano l’effetto desiderato. Anzi, non credo proprio. Chissà quanti ne avrà, pure firmati da qualche grande stilista.
Ingrano la prima, metto la freccia e mi inserisco nel traffico. 
Meglio puntare su un oggettino artigianale. C’è quel delizioso negozietto in centro, di quella ragazza che realizza gioielli con materiali di riciclo. Sì, lì sono certa che troverò la cosa giusta per zia Luisa.
Oggi le macchine sembrano moltiplicarsi a ogni svolta, ma almeno il traffico sembra scorrere, anche se ho quasi la sensazione di non avere occhi a sufficienza per controllare quello che mi succede attorno: motorini che ti superano a destra e a sinistra selvaggiamente, non che sia una novità per carità, ma oggi sono carichi di sacchetti e hanno un’aria più instabile e pericolosa del solito; pedoni indisciplinati che attraversano senza prestare alcuna cura alle strisce pedonali; altre macchine, più sgangherate della mia, che oggi sembrano vivere di un’aggressività propria.
Mi fermo al semaforo rosso. È quasi un sollievo potersi fermare due minuti, non fosse che mi attanaglia un’ansia che parte dallo stomaco e arriva fino alla gola: sono terribilmente in ritardo e so già che arriveranno gli ospiti prima che abbia finito di preparare la cena e sarò impresentabile, perché non avrò il tempo di cambiarmi, pettinarmi e truccarmi.
Natale non dovrebbe essere così. Non si ha nemmeno il tempo di godere dell’atmosfera. Si è presi da mille pensieri, dalla preoccupazione di fare e preparare e di far combaciare tutto con il lavoro e gli altri impegni quotidiani. Sembra che Natale sia diventato un peso e non più un festeggiamento. Mi piacerebbe tanto riassaporare l’atmosfera che respiravo da piccola, quando questa festa era attesa per la sua dolcezza, per la sua allegria e i suoi profumi.
I profumi.
Mamma cucinava sempre biscotti speziati, che poi regalava a tutti i conoscenti. Mamma non sembrava mai stressata, anzi sembrava che gli addobbi in casa e le montagne di pentole che si alternavano sui fornelli della cucina per diventare il cenone della Vigilia fossero per lei un piacere, come se non aspettasse altro per tutto l’anno, proprio come per noi bambini.
Ecco, il semaforo è di nuovo verde e posso riprendere la mia corsa. Ripasso a mente le cose che devo ancora preparare. Ed è di nuovo rosso. Mi fermo rassegnata: li prenderò tutti rossi, fino alla fine del viale.
Comincia a scurire e si accendono le luci dei lampioni, delle vetrine e dei festoni natalizi. Ecco cos’è diventato il Natale per me: migliaia di luci in città.
Il mio sguardo è attirato da un uomo accanto al semaforo vestito da Babbo Natale. Ha la barba vera. Si vede: è proprio sua. In mano tiene uno strano cartello con la scritta “fermati”. Che strano. Non sembra chiedere la carità. Sta fermo lì, con quello strano cartello in mano. Sembra che mi guardi, come se quel cartello fosse rivolto a me.
Di nuovo verde. Ingrano la prima e schiaccio il piede sull’acceleratore.  E mentre lo faccio, con la coda dell’occhio rivedo il Babbo Natale e il suo cartello, ma la scritta è diversa; ora c’è scritto “frena”. Senza riflettere, d’istinto, schiaccio il piede sul freno e alzo lo sguardo allo specchietto retrovisore per vedere l’effetto dell’improvvisa frenata nelle macchine che mi seguono. Solo uno stridio di gomme e un paio di clacson che suonano impertinenti, ma nessun tamponamento. Mi rilasso.
Abbasso lo sguardo davanti a me e sento defluire il sangue dal viso e dalle mani, in una morsa attorno al cuore. A pochissimi centimetri dalla mia macchina c’è un bambino pallido, immobile sulla strada, con in braccio un bambolotto di Spiderman che mi guarda con occhioni sgranati. Avrà quattro, massimo cinque, anni. Si precipita dal marciapiede una donna urlante e in lacrime. Lo afferra e lo abbraccia. D’istinto scendo dalla macchina per assicurarmi che il piccolo non si sia ferito.
«La ringrazio! Oh mio Dio! Che spavento! Mi è scappato giusto quando il semaforo diventava verde… non sono riuscita a fermarlo… è stato un attimo… Dio la benedica!»
La voce della donna che mi ringraziava è vibrante e commossa.
Io guardo la scena smarrita. Non avevo visto sbucare il bambino davanti alla macchina. Se non fosse stato per quel cartello… Mi volto in direzione dell’uomo vestito da Babbo Natale, ma non c’è più.
Non capisco.
La donna mi afferra la mano ghiacciata e continua a ringraziarmi.
«Le auguro un felice Natale! Non fosse stato per la sua prontezza, questo sarebbe stato il peggiore della mia vita…»
Sento il sangue riaffluire per tutto il corpo. Sento il suo calore riappropriarsi delle mie estremità.
Le persone ignare dentro le macchine in fila cominciano a farsi impazienti e si leva un coro di clacson che mi sprona a riprendere la mia corsa della Vigilia.
Risalgo in macchina. Verso destra la signora con occhi grati mi guarda, mentre porta in braccio il figlio in salvo verso il marciapiede, continuando a baciarlo e accarezzarlo. Alla mia destra, il marciapiede brulicante di persone che si muovono veloci su e giù per negozi e vetrine, ma del Babbo Natale con il cartello nessuna traccia.
Sarà la suggestione per quello che è appena successo, ma mentre riprendo la mia marcia in macchina, mi sembra di sentire echeggiare nelle orecchie un tintinnio di campanelli e una voce maschile. «Oh! Oh! Oh!».

Angélique Gagliolo

*questo testo fa parte della pagina natalizia di Scriveregiocando

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