Il peso di un tramonto

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Ieri ho letto un post in cui si discorreva di scrittori o presunti, o desideranti. L’autore del post diceva che ci sono persone che, anche avendo compreso che la loro scrittura non interessa agli editori – la qual cosa, a volte, non significa nulla, ma spesso sì -, scrollavano le spalle e proseguivano indomiti a battere tastiere o vergare parole con la penna d’oca.
Un tempo io ero così. Io sono rimasta seduta su questa sedia per mesi e ho finito il mio romanzo. Nel frattempo, ma avevo iniziato anni prima, ho scritto decine di racconti: da blog, da pubblicazione in antologie, da siti ospitanti. Con alcuni di questi, ho anche realizzato un libro. Molto prima ho scritto decine di interviste a scrittori e poeti, a editori e perfino a musicisti. Ho letto tanti libri, assistito a presentazioni e recensito libri. Poi ho scritto un romanzo a quattro mani.
Un bel po’ di roba, direbbe qualcuno.
Ma ora non scrivo più. Se mi chiedete perché, non ho ben chiara la risposta ma credo sia perché a me non interessa il mio ombelico. Io non scrivo “per me stessa” come dicono in tanti. A me non prudono le mani se non scrivo e non trovo che scrivere sia “un’attività rilassante che mi aiuta a comprendermi e mi dà consapevolezza di chi io sia veramente”.
Io so benissimo chi sono e so che scrivere – scrivere come lo intendo io – è un’attività faticosa e impegnativa che prosciuga le mie energie mentali. So che scaricare casse al mercato è davvero faticoso ma per me, per la mia mente, un romanzo è un impegno gravoso. Anche per la mia vita lo è.
Quindi, si ragiona e si fa il paragone: si mette sui piatti della bilancia la prospettiva di mesi di scrittura inutile – e per me è inutile se non viene apprezzata da qualcuno che la ami per mestiere e passione, prima la seconda – e un aperitivo davanti a un tramonto, o una passeggiata sulla spiaggia che dico io.
La mia bilancia pende dalla parte della spiaggia e del tramonto.

DSCN4933

*l’immagine della bilancia proviene da qui

*la foto del tramonto, invece, è mia. Consiglio di ingrandirla e poi mi dite se non ho ragione😉

5 pensieri su “Il peso di un tramonto

  1. Non so se abbiamo letto lo stesso articolo o se, per una di quelle classiche quanto bizzarre concomitanze astrali, ne sia uscito più d’uno dello stesso tenore. Scaricare casse è faticoso, su questo non ci sono dubbi. Anche scrivere lo è, hai pienamente ragione. Faticoso e doloroso. Con la differenza che quando hai scaricato le casse puoi guardare un camion vuoto e apprezzare il lavoro che hai svolto, mentre quando scrivi ti ritrovi con un pugno di bit (ormai non si vedono più neppure i mucchi di carta straccia) che forse non interessano a nessuno. È peggio che essere soli, perché si parla a qualcuno che non solo non ascolta, ma si volta pure dall’altra parte.
    Quindi meglio smettere? Sì, probabile: il fegato ne trae sicuro giovamento. Solo che, come tutti i vizi, non è mica facile…

    1. Ecco, vedi? Anche tu concordi sull’apparente inutilità della scrittura.
      Meglio smettere? A mio parere (per me, non parlo per altri), in questo momento sì.
      Ed è anche stato molto facile: Basta chiudere le orecchie alle lusinghe delle frasi che nascono osservando l’umanità. Dopo i primi giorni non si fa neppure più fatica.
      Poi, è possibile che io sia poco ‘brava’ e che quindi non ottenga consensi, mentre altri, ad esempio tu, siano su altri livelli. Allora, certo, anch’io consiglio: perseverare.

      1. Per i consensi ottenuti, in questo momento, potrei smettere anche ieri.🙂
        Però ho ancora qualche cartuccia in tasca e qualche minuto da spendere: dunque persevero. D’altronde la scrittura (e ancor più l’editoria) ha tempi lunghissimi e non ha nessunissimo senso affannarsi.

  2. Forse la tua è tristezza e pesa più di un tramonto. Le tue parole però sono leggere. Come un tramonto. Qualcosa può agitarsi dentro di noi: le parole lo manifestano e al tempo stesso lo sospendono per un attimo di tregua. Un attimo di verità. Anche solo desiderata. Un attimo di libertà. Difficile, probabilmente, ma preziosa.

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