Facebook banalizza anche la morte

La morte si infiltra dai social, soprattutto da facebook, che twitter meno si presta alla spettacolarizzazione con quei 140 caratteri risicati e con meno impatto visivo.
Ho già parlato della morte raccontata da facebook in questo post, ma oggi vorrei aggiungere qualcosa a quell’inizio di ragionamento del 2011: in questi mesi sono morti tanti cantanti, attori, artisti che amavamo, e subito su Facebook escono centinaia di post, foto, video che li ricordano e che – proprio tramite la loro arte – li consegnano all’eternità.
Questo fa sì che noi ci si possa illudere che la morte sia meno reale, che ci sia il modo per avere sempre accanto le persone che amiamo.   La faccenda cambia quando la morte trascina con  sé non un cantante, non l’attore americano e il regista geniale, ma quando muore una persona che conosciamo davvero – e non parlo di una morte intima, una di quelle che ci sotterrano insieme al dolore, che di quella è impossibile parlare -, una persona conosciuta ad esempio a una presentazione di un libro, una con cui abbiamo scambiato mail e file, una che ci leggeva e che noi leggevamo. La violenza della notizia arrivata da facebook è angosciante: siamo circondati da profili che grondano frasi d’amore perpetuo, da ricordi intimi che diventano di tutti, da foto che dovrebbero significare qualcosa per chi ha scattato o per chi era presente e che diventano un cassetto in cui tutti rovistano.
Pochi giorni fa è morta una ragazza che avevo conosciuto una sera a Imola a una presentazione e subito il web si è riempito di testimonianze, di “quella sera insieme”, “Il giorno in cui ci incontrammo”, “il concorso che ci fece conoscere”, e io (sto per dire una cosa impopolare) faccio davvero molta fatica a riconoscermi in queste esternazioni. Credo che i social – ma lo ripeto, penso sia una faccenda solo di facebook – ci stiano abituando a un sistema morbido di affrontare la morte, un modus di condivisione che genera un falso alleggerimento dell’anima, e penso che questo comporti la sensazione che tutto diventi più leggero, meno personale e, perciò, meno doloroso.
Per non dire di quei profili che ogni tanto pubblicano qualcosa e producono un tuffo al cuore in chi legge, visto che la persona del profilo è morta da due anni. Io credo che sia indecente mantenere in vita un profilo di un morto.
Ognuno è libero di agire come crede meglio, questo è ovvio, però uno strato di riserbo mescolato ai ricordi non farebbe male. Naturalmente c’è anche chi non conosce la password e perciò non può entrare nel profilo del marito, del compagno, del fratello. Ma almeno non postate con il suo nome, perbacco! che pochi giorni fa c’era chi diceva che gli era preso un colpo a vedere il nome dell’amico morto da tre anni.
La morte è una faccenda seria e forse dovremmo trattarla con meno cameratismo; ridarle il suo ruolo, la sua falce, la veste nera, e allontanarci da questa vena di confidenza social che ci siamo presi.

10 pensieri su “Facebook banalizza anche la morte

  1. Facebook ormai è diventato solamente un mezzo con il quale sbattere in faccia agli altri lettori proprie cose, morte compresa. Questa cosa del profilo ancora attivo è ignobile, e ancora peggio è chi scrive frasi e lettere a gente che ci ha lasciati (e che magari un profilo neanche l’aveva) per mettere in mostra il proprio dolore. D’altronde viviamo in un mondo in cui la gente va ai funerali solo per vedere quanto e come i familiari piangono i loro cari… Non mi stupisce più nulla

  2. Uno dei motivi per cui rifiuto facebook. Avendo 22 anni nel 2016, la mia risposta negativa alla solita domanda di rito “hai facebook ?” (che a dire il vero adesso non è nemmeno più una domanda, sarebbe troppo scontata) lascia le persone interdette ed impaurite, come si trovassero di fronte ad una grossa anomalia vivente. Le più coraggiose avanzano anche un “perchè? se posso sapere…”, neanche avessi appena annunciato un lutto o chissà che. Perfino i miei genitori (over 60, solitamente intelligenti) resisi conto, tramite i loro profili, dell’incongruenza si preoccupano per me. Ahi ahi…

  3. Sì, c’è troppa superficialità. Un blogger che mi seguiva è morto qualche mese fa. Mi ha fatto un effetto strano, perché nonostante ci avessi solo chiacchierato qualche volta e non l’avessi mai incontrato mi ha lasciato un vuoto, come se – in fondo – mi aspettassi prima o poi di conoscervi tutti. lo so è assurdo ma è così. Poi ho pensato anch’io se qualcuno si sarebbe preoccupato di chiudere il profilo e, confesso, non me la sono più sentita di accedervi, in una sorta di pudico rispetto.

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