L’uomo svaporato – di Carlo Sirotti

girl_at_rainy_window_b-w

Carolina guardava alla finestra. Il grigio era il colore predominante là fuori: grigio l’asfalto bagnato della strada, grigio il cielo che si rispecchiava nelle pozzanghere, grigi i muri delle case, inumiditi, grigie le rotaie del tram. Non succedeva niente di interessante, e così gli occhi grandi e scuri della bambina fissavano ora l’esterno, ora le gocce che scivolavano sul vetro, rigandolo. Provò a seguire col dito il percorso sul vetro di una di quelle gocce, poi si fermò e con il dito sembrò avesse fermato i suoi pensieri. A cosa stava pensando in fondo? Che non sarebbe potuta uscire neanche quel giorno e sarebbe rimasta lì a fare i compiti, anche se non ne aveva la minima voglia.
Sbadigliò, poi guardò di nuovo attraverso i vetri. Il tram era appena passato sferragliando e ora c’era una persona per strada che, senza ombrello, si stava infradiciando tutto. Il cappello con la tesa, visto dall’alto, gli nascondeva il volto. Aveva le mani infilate nelle tasche del soprabito ormai zuppo e stava lì, fermo sul marciapiede.
Le sembrò che a un tratto, tirando in su la testa, guardasse verso di lei. Carolina si ritrasse un po’ indietro, e quando si riavvicinò al vetro l’uomo non c’era più.
Dileguato, come svaporato, pensò Carolina, che riprese a seguire le gocce sul vetro con le dita.
Presto fu buio – prima del solito, poiché quel giorno neanche un raggio di sole era mai riuscito a penetrare quella fitta coltre di nubi – e i lampioni cominciarono ad accendersi sulla strada.
I binari metallici in alcuni punti e per pochi istanti riflettevano i fari delle auto che ogni tanto percorrevano la strada, illuminandoli fugacemente.
Carolina, stufa di quel panorama, così ristretto, ripetitivo e noioso, si staccò dalla finestra, accese la luce della stanza e si mise a trastullarsi con il suo vecchio orsetto di peluche.  

–    Come stai Orso? (così si era sempre chiamato, fin da quando il suo pelo era lucido e scintillante) Io sono così annoiata. Prova a farmi divertire tu.
L’orsetto la guardava con quei suoi occhietti di vetro scuro, simili a piccoli bottoni, ma non apriva bocca, e in fondo non aveva neanche una bocca, così non avrebbe potuto risponderle neanche se avesse voluto.
–    Stupido, stupido Orso. – Esclamò lei d’un tratto, gettandolo contro il muro. Non lo guardò più e prese un libro dallo scaffale nella sua cameretta; scorse poche pagine, ma non riusciva a leggere, e così gettò anche quello poi si mise finalmente a fare i compiti, ma anche quelli con molta svogliatezza.

Quella notte sognò. Sognò “l’uomo svaporato”. Riuscì perfino a intravederne il volto, quello che nascondeva sotto le tese del cappello per qualche istante, ed era un volto sorridente, amichevole e sereno, il viso di un bell’uomo, ancora giovane
e che le ispirava fiducia.

Qualche giorno dopo (e non aveva pensato più a lui fino a quel momento) le sembrò che l’uomo la stesse osservando, dall’altro lato del marciapiede, mentre lei stava per raggiungere il portone di casa tornando da scuola. Neanche questa volta riuscì a vedere bene la sua faccia, benché non piovesse (il cielo era però anche quel giorno grigio e privo di sole) e lui non portasse alcun cappello. Ma, appena Carolina si fermò, sentendosi osservata, e si girò da quella parte per capire meglio se proprio fosse lei l’oggetto del suo sguardo, quello si girò dall’altra parte, e ancora una volta si dileguò rapidamente girando l’angolo. Svaporato ancora una volta.

La terza volta lo vide nuovamente in un giorno di pioggia. Indossava lo stesso impermeabile (che ora le era rimasto impresso) i cui ampi lembi svolazzavano qua e là ad ogni sbuffo di vento, piuttosto impetuoso. Forse non portava il cappello, ma l’intera testa era coperta da un ampio ombrello nero. Lei era di nuovo dietro i vetri della sua camera, forse aspettando proprio di vedere lui comparire d’un tratto. Questa volta, lui alzò più decisamente il viso verso la sua finestra, le sembrò di essere scorta e probabilmente riconosciuta, le sembrò che i suoi occhi le sorridessero e in qualche modo la salutassero, carichi di amore e di promesse che sicuramente sarebbero state mantenute.
Poi “svaporò” come sempre.

–    Carolina, non hai ancora scritto la lettera a Babbo Natale quest’anno e lo sai, non c’è molto tempo e lui non sa ancora cosa vuoi. – le disse la mamma, forse quel giorno stesso.
–    Non credo che la scriverò, mi basterebbe che il papà tornasse a casa, e io credo proprio che quest’anno tornerà.
–    Non farti troppe illusioni, bambina mia, le disse la madre prendendola in braccio e accarezzandola, sono diversi anni che il tuo papà non si fa vivo con noi. Io non lo so se ci vuole ancora bene e tu in fondo neanche lo conosci, è andato via che eri molto piccola, …
Ma Carolina non stava più ascoltando. Aveva lasciato tracciato sul vetro il ritratto stilizzato di un omino sotto un enorme ombrello.

Carlo Sirotti (Carloesse)

*Anche questo testo fa parte della pagina natalizia di scriveregiocando.

2 pensieri su “L’uomo svaporato – di Carlo Sirotti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...