Uscire dall’autobiografia

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“Un giovane alle prime armi non sospetta nemmeno di dover ingaggiare una lotta “contro” la propria scrittura. Egli non possiede ancora una sufficiente coscienza linguistica; non ha ancora familiarizzato con le convenzioni del linguaggio e resta vittima della scrittura, la quale gli chiede soluzioni narrative e stilistiche che non sa immediatamente trovare. E quando sente di “andare in barca”, l’istinto lo porta a regredire nelle proprie esperienze personali, perché crede di “restituirle” bene, perché sono ricche di sentimenti autenticamente vissuti, perché popolate di luoghi e personaggi sperimentati e cristallini, apparentemente facili da descrivere. In una parola egli, non sapendo trarre dal linguaggio le idee, non sapendo suonare lo strumento della scrittura, trova sicurezza nell’autobiografia.
L’atteggiamento è sbagliato perché la prima cosa che uno scrittore deve imparare è “uscire da sé” e assumere i panni di personaggi diversissimi e lontanissimi da lui. Solo in questo modo potrà trovare un lessico e una lingua per ogni personaggio. Altrimenti, come spesso succede, si utilizza una sola lingua, la propria, e la si mette in bocca a uomini, donne e bambini, indistintamente. Senza contare che non esiste forma narrativa con più rischi di piattezza narrativa dell’autobiografia. L’autobiografia è in assoluto il genere letterario più difficile da affrontare.
Lo scrittore deve imparare a lavorare “contro natura”. Non deve cioè “adagiarsi” sulla propria lingua, sulle proprie esperienze, perché oltretutto rischia lo scarso controllo della drammaturgia, calato com’è in un racconto che spinge fatalmente a una struttura narrativa di tipo cronologico: m’è successo questo, poi m’è successo quest’altro e quest’altro ancora.
Per creare un minimo di distanza con i personaggi, sarebbe bene esercitarsi a lungo a scrivere in terza persona. Cioè, invece di “Ricordo mia nonna, era bellissima, si chiamava Teresa…” sarebbe opportuno scrivere: “Teresa era una donna bellissima, e aveva una struggente passione per suo nipote…”.
L’atteggiamento distaccato che pretende la terza persona è in ogni caso assolutamente necessario se ci si dedica alla elaborazione di radiodrammi, al cinema o al teatro: lo scrittore è costretto a “identificarsi” con personaggi diversi tra loro e in forte conflitto, ognuno con il proprio lessico, il proprio mondo culturale, il proprio passato (background).”

Questo brano di Vincenzo Cerami, tratto da Consigli a un giovane scrittore indica chiaramente uno dei principali errori che commette chi inizia a scrivere: parlare di sé. E non si creda che basti usare la terza persona per narrare di altri. Se siete appena stati lasciati dalla vostra ragazza non scrivete questo: Bruno uscì e si fermò sulla soglia a scrutare il mare. Era triste quella mattina: la sua ragazza gli aveva mandato un sms con l’annuncio della sua partenza dall’isola e lui sapeva che forse lei non sarebbe più tornata. Perdere l’amore, quello che fino alla sera prima sentiva come il Grande Amore, l’unico, l’infinito, il vero, lo faceva sentire infelice, il solo al mondo che soffriva. Si sedette e si fissò sconsolato i piedi. Rimase in quella posizione, con il collo che doleva e le spalle contratte, fino a che la madre lo chiamò per il pranzo. Si alzò e trascinò i piedi fino al soggiorno, disse che non avrebbe più mangiato per tutta la vita e andò in camera da letto. Si buttò sulla coperta azzurra senza togliere le scarpe e s’immaginò come sarebbe stato morire.
Naturalmente ho scritto a caso, inventando al momento, ma ciò che voglio dire è:

Se state vivendo un’esperienza tragica non trasformatela in un romanzo. Non dovete credere che ciò possa accedere semplicemente trasferendo le vostre emozioni al protagonista: non basta la tragedia per fare un romanzo. Scrivete di altro, fate fare al protagonista cose diverse da quelle che fate voi. Al limite si può usare la rabbia e il dolore trasferendoli su di lui, se sono necessarie al racconto che volete fare, ma non pensate che basti una vita “avventurosa” (a noi, ogni nostra esperienza pare avventurosa, ma non è detto che il lettore la pensi come noi) per fare letteratura.

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3 pensieri su “Uscire dall’autobiografia

  1. È vero. Non c’è molto da aggiungere. È in quello che non si conosce che spesso si nasconde qualcosa di interessante per noi. E solo scoprendolo impareremo a guardare a ciò che conosciamo con occhi nuovi.

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  2. Questo fu un consiglio che mi dette il mio primo maestro di scrittura e devo dire che mi è sempre stato utile. È giusto ribadirlo in un articolo, il raccontare di sé può essere una trappola e spesso chi inizia ci cade.

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