Come indicare il silenzio nei dialoghi

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Someone To Watch Over Me – Jack Vettriano

Ecco: questa pare una bella domanda*: Come si scrive il silenzio? E siccome un racconto scritto, è erede delle storie narrate a voce che si portavano in giro nel medioevo, “come si scrive il silenzio” è un ossimoro potente.
Tra l’altro il silenzio è componente fondamentale del lavoro di chi scrive – non a caso lo trovate nel titolo di questo blog – ed è a noi (a me di certo) molto caro.
Come si può scrivere una cosa che non fa rumore? E, soprattutto, in un dialogo.
Eppure, credo sia una questione profonda, che necessita di accurata riflessione.
A tutti noi è accaduto di trascorrere ore accanto a un’altra persona, senza parlare. Se non sono state ore, diciamo decine di minuti. State pensando quando è successo? State recuperando le sensazioni provate?
Come si può rendere questa esperienza e scriverla affinché sia letta da altri?
Il silenzio non è quasi mai senza contorno: si può sospirare, alzarsi e fare il giro della sedia, andare alla finestra e osservare la strada. Ma, nel silenzio, esistono rumori esterni: la pioggia che scende, il televisore nel sottofondo, la vicina che urla con il figlio. Il silenzio nel dialogo farà da cassa di risonanza per questi rumori.
So che la prima idea che ci viene (a me no, perché li trovo antipatici) è quella di intervallare le righe di dialogo con tanti bei puntini, ma lasciamo stare le cose ovvie: noi vogliamo scrivere sul serio, no?
Quindi, no a questo:

«Allora, che si dice giù al circolo?»
«… »
«… »
«… »

e via di seguito. Questo non è ‘il silenzio nei dialoghi’, questo è noia e sciatteria. Il lettore chiuderà il libro e lo scaglierà fuori dalla finestra.
Incollo qui un brano del mio romanzo, un brano di dialogo che contiene tanti silenzi che, evidentemente, sono ‘silenzi parlanti’ (un altro ossimoro da collezione)  per almeno uno dei protagonisti.

“«Ci voleva. Ora mi sento meglio». Annalisa posò la tazzina e sospirò. Il caffè l’aveva preparato Dario, buttando via quello ormai freddo e rimettendo sul fornello la caffettiera.
«Siamo tutti provati da questa vicenda. Io vorrei chiarire ogni cosa; ci siamo ritrovati dopo tanti anni e stavolta vorrei che restassimo uniti». Fabio li guardò.
«Non ci perderemo». Annalisa mise la mano su quella di Fabio; lui guardò le dita che si allungavano e sentì il calore che passava da una mano all’altra. Guardò Dario: «E tu? Non dici niente?».
«Anch’io voglio che restiamo uniti. È naturale. Lo siamo già, no?» Dario si alzò, raccolse le tazze, le portò nel lavello e iniziò a lavarle.
«Ma che fai? Vieni qui. Stavamo parlando».
«Pensavo avessimo finito» rispose lui senza voltarsi.
«Non mi hai ancora detto perché ieri sei venuto qui».
«Ma santocielo, Fabio! Devo chiederti il permesso per venire a salutare Annalisa?» Dario buttò lo strofinaccio sul mobile.
«Da quando la chiami Annalisa?» chiese Fabio. La domanda si frantumò nel silenzio della cucina. Dario teneva le mani puntate sul bordo del lavello. Dopo alcuni secondi si voltò, cercò lo sguardo di Annalisa, ma lei chinò gli occhi.
Fabio si alzò, fece il giro intorno al tavolo e andò a mettersi di fronte a Dario. Lo sovrastava di parecchi centimetri. «Non la chiami più Liz. Come mai?».
Dario non rispose. Fabio si voltò verso il tavolo. «Come mai, Lisa? Che succede?».
Lei non disse nulla. Lo guardò e chinò di nuovo gli occhi.
«Cazzo! L’avete fatto». Fabio fissò Dario. I suoi occhi lo trapassarono e lui sentì un bruciore allo stomaco.
«Ma cosa vi è saltato in mente? Non avete pensato alle conseguenze?».
«Non siamo due bambini. E tu non sei nostro padre!». Dario arretrò verso il mobile.
«Peccato. Non ve l’avrei fatta passare liscia. Sono sbigottito dal vostro comportamento».
«Certo. Sei bravo a pontificare. Tu non c’eri. Non sai cos’è successo, cosa ci ha spinti…».
«Posso immaginarlo». Lo sguardo che Fabio rivolse a Dario gli perforò l’anima.
«Smettila. Non prendertela con lui. C’ero anch’io». Annalisa aveva la voce stridula.
Fabio strinse i pugni e fece due passi. Si voltò e li fronteggiò con uno sguardo scuro che rendeva i suoi occhi quasi marroni: «Tutto questo guaio allora, è dovuto alla vostra incoscienza». Si voltò verso Dario e aggiunse: «Cosa dirai a Rita?».
Lui crollò sulla sedia.”

Passi di: Morena Fanti. “La centesima finestra”. (l’ebook è acquistabile qui)

Cosa ne pensate? E voi, come ve la cavate con i silenzi nei dialoghi?

* ricordo che questa domanda, come le altre che trovate a questo link, sono questioni poste da qualche lettore e digitate su google.

** e, a proposito, oggi sono esattamente dodici anni dal mio primo post 😉 (non in questo blog naturalmente)

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Un pensiero su “Come indicare il silenzio nei dialoghi

  1. Il passo tratto dal tuo libro è davvero bello!
    In realtà qualche volta uso i puntini di sospensione… ma non in quel modo
    si guardò intorno con aria preoccupata,
    Li uso per sospendere il dialogo, ma mai utilizzati da soli.

    Mi piace

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