Babbo Natale esiste! – di Daniela Giorgini

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Babbo Natale e Green, il capo elfo, osservavano con attenzione gli elfi insacchettatori, addetti a riempire di giocattoli l’enorme sacco già posizionato sulla slitta.
Nessuno infatti sarebbe riuscito a trasportarlo, una volta pieno fino all’orlo.
Green spuntava i nomi dei bambini il cui regalo veniva infilato nel sacco.
“Gianni, Alberto, Laura, Michele, Giorgio, Benedetta, Angela, An…”
“Green, hai dimenticato Luisa!”, lo interruppe Babbo, che aveva una memoria prodigiosa e ricordava tutti i bambini di tutti i paesi, quartiere per quartiere. “Dopo la casa di Angela e prima di quella di Andrea, ci abita Luisa.”
Green cercò di mantenere la calma. Era conosciuto per la sua precisione e di certo Babbo lo aveva messo a capo della sua fabbrica di giocattoli proprio per questo.
Non poteva essersi sbagliato, ma non voleva nemmeno mancare di rispetto a Babbo.
Così ordinò agli elfi insacchettatori di fermarsi e, insieme al suo capo, rientrò nel laboratorio, dirigendosi alla sala comandi.
“Ecco, Babbo, vedi? Non c’è nessuna luce rossa sulla casa di Luisa.”
L’enorme planisfero elettronico che dominava la parete era pieno di luci rosse, i bambini che aspettavano con ansia l’arrivo dei doni.
Al ritorno di Babbo, dopo le consegne, le luci sarebbero diventate verdi, per essere sicuri di non aver dimenticato nessuno.
Se non c’erano luci accese sulle case, le possibilità erano due: o non c’erano bambini, oppure non credevano più a Babbo Natale.
“Non è possibile! – gridò Babbo – Ha solo cinque anni!”
Green era rimasto in silenzio, mentre guardava Babbo andare su e giù per la stanza, con gli occhi colmi di tristezza. Sapeva cosa stava pensando, ma sperava non glielo chiedesse.
Invece…
“Green, controlla quando si è spenta la luce rossa di Luisa e portami le registrazioni di quel giorno nello studio.”
“Ma Babbo, non è un’emergenza, capita sempre più spesso che bambini anche piccoli non credano…”
“Lo decido io se è un’emergenza o meno, chiaro?”
“Sì, Babbo. Scusami.”
E Green fece quello che gli era stato chiesto.

Più tardi, sul televisore dello studio di Babbo Natale, scorrevano le immagini di una normale famiglia che faceva colazione: babbo, mamma e una piccola bambina bionda, piena di ricci, con un visino sorridente e due occhi luminosi.
Terminato il suo latte, mentre indossava il grembiulino dell’asilo, disse: “Mamma, quanti giorni mancano all’arrivo di Babbo Natale? Non vedo l’ora!”
“Basta con questa storia! Quante volte devo dirtelo che Babbo Natale non esiste! E’ un’invenzione, una cosa fantastica. Sei grande ormai, devi smetterla. Capito? N-O-N  E-S-I-S-T-E!”
Luisa, con gli occhi pieni di lacrime, guardò suo padre che, acceso in volto, la fissava con rabbia.
“Sì, ho capito.”
Fu in quel momento che la luce rossa si spense.
Babbo Natale fermò il nastro, lo fece riavvolgere lentamente fino ad avere sullo schermo il viso del padre di Luisa. Lo osservò attentamente.
“Ma quello è… Green, vieni subito qui!”
Green arrivò di corsa – aveva dovuto di nuovo sospendere il lavoro degli elfi insacchettatori.
A quel ritmo, non sarebbero riusciti a riempire il sacco in tempo per la notte di Natale.
“Green, fammi preparare la slitta piccola dagli elfi di stalla. E che mettano Fulmine a trainarla, è sempre la più veloce!”
“Ma Babbo, dove pensi di andare? Manca solo un giorno a Natale, c’è ancora tanto lavoro. E se dovesse accaderti qualcosa, io…”
“Green, mi fido di te. Hai sempre fatto un ottimo lavoro, altrimenti non saresti il capo elfo, lo sai. Io devo assolutamente sistemare una cosa. Starò attento, non preoccuparti.”
E appena tutto fu pronto, partì.

Era notte fonda quando Babbo si ritrovò sul tetto della casa di Luisa.
Non poteva scendere dal camino, gli elfi spazzacamini non erano ancora passati da lì a controllare e rischiava di rimanere incastrato. O ritrovarsi tutto sporco di fuliggine.
Poi chi la sentiva Mamma Natale!
Passando dalla porta, correva il rischio che qualcuno potesse vederlo, quindi fece scendere sul quartiere la magia del sonno, quella che nella notte di Natale gli permetteva di muoversi indisturbato senza svegliare nessuno.
Scivolò dal tetto e suonò due volte il campanello.
Attese un minuto, poi suonò ancora.
Una luce si accese al piano di sopra e una voce stizzita accompagnò l’accendersi di altre luci nella casa, fino a quella d’ingresso.
“Chi cavolo è che suona a quest’ora? Qui c’è gente che dorme!”
Il padre di Luisa aprì la porta, brandendo una mazza da baseball. La sorpresa gliela fece quasi scivolare di mano.
“E lei chi è? Alla sua età, le sembra l’ora di andare in giro a disturbare la gente, per di più vestito come quel pagliaccio di Babbo Natale? Se ne vada, prima che chiami la Polizia!”
“Ciao Giulio. Vedo che sei ancora immune alla magia del sonno, proprio come quando eri bambino. Passavo a casa tua alla fine del mio viaggio, sperando tu ti fossi addormentato, ma ogni volta ti ritrovavo accanto all’albero ad aspettarmi.”
“Guardi, non so proprio di cosa stia parlando. Se vuole, le chiamo un’ambulanza, così da qualsiasi istituto sia fuggito, la riporteranno a casa.”
“Ricordo quella volta in cui non hai voluto assolutamente aspettare la mattina per aprire i regali e ti ho dovuto aiutare a montare la pista per le automobiline. E volevi sempre vincere tu, naturalmente. Se non fosse stato per Fulmine, che mi richiamò all’ordine, quella notte sarebbe durata ancora ore!”
“Senta, davvero, non so chi lei sia. Forse mi ha confuso con qualcun altro. La prego, se ne vada a casa e mi lasci tornare a dormire.”
“Hai sofferto tanto, Giulio, lo so. Hai smesso di credere in me l’anno in cui hai perduto tuo padre.”
L’uomo lo fissò, prima con meraviglia, poi con rabbia, infine con disperazione.
E scoppiò in lacrime: “Non è giusto, perché mi fai questo? Avevo già sofferto tanto, è vero. Dovevo crescere, ero io l’uomo di casa, ma in cuor mio speravo tornassi, almeno un’altra volta. È stata dura cancellarti dai miei ricordi e adesso ti presenti come se niente fosse.”
“Io sono tornato, Giulio, un’ultima volta. Tu non eri accanto all’albero, ma dormivi con le tue sorelle per proteggerle dal dolore del primo Natale in una famiglia già sofferente. Ed era giusto così. Non avrei potuto alleviare le tue pene, non ho il potere di cambiare le cose. Dovevi farti forza da solo. Però non è giusto che la tua sofferenza e la tua rabbia di allora cancellino i sogni, i desideri e la fantasia di Luisa. Ha solo cinque anni e la sua luce si è già spenta. Parla con lei.”
Poi alzò gli occhi al cielo, fece un fischio e Fulmine arrivò con la slitta.
Babbo partì, mentre Giulio rientrava in casa asciugandosi le lacrime.
Salì le scale e sostò un attimo davanti alla camera di Luisa. Poi entrò, sorridendo.

Green stava perdendo la calma. E non era da lui.
Gli elfi insacchettatori avevano terminato il lavoro appena in tempo, nonostante le continue interruzioni.
Però Babbo ancora non si vedeva.
Mancava davvero poco alla partenza e, per quanto Green si sforzasse di ricordare, non era mai accaduto che Babbo partisse in ritardo.
Proprio in quel momento la piccola slitta guidata da Fulmine atterrò sul piazzale davanti alla fabbrica.
“Tutto bene, Babbo?” si preoccupò Green.
“Benissimo! Voi siete pronti?”
“Certamente! Il sacco è pieno, la slitta è perfetta, le renne scalpitano. Manchi solo tu!”
“Sbagliato. Manca ancora un regalo. Controlla in sala comandi.”
Pochi istanti dopo, Green tornò trafelato, con un pacco dalla carta rosa: “Ecco il regalo per Luisa. Ma non farmi mai più di questi scherzi. Ne va della mia autostima!”
Sorridendo, Babbo Natale entrò in casa.
Qualche ora di sonno sulla sua poltrona preferita e una cioccolata calda lo avrebbero preparato per la notte più lunga dell’anno, ancora una volta.

Daniela Giorgini

*prosegue la pubblicazione dei testi della pagina natalizia 2014 di Scriveregiocando. Daniela Giorgini ci delizia da anni con i suoi racconti di Babbo Natale e anche quest’anno non ci ha deluso. Con lei il divertimento è assicurato.

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