Che significato ha oggi un blog?

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Siamo partiti all’inizio degli anni 2000, ricordate? Il blog era una faccenda per pochi esperti: era necessario avere qualcosa di importante da dire e si comunicava con quelli che sembravano “addetti ai lavori”. Nel giro di pochi anni, agli albori del 2003, con l’avvento della piattaforma splinder (che ora non esiste più, non andatela a cercare e anzi, mi scuso per i link sparsi nei vari post, link che ormai non sono più raggiungibili), e la democratizzazione del web – tutti possono esserci, tutti possono parlare -, abbiamo assistito a una proliferazione improvvisa e massiccia di blog imperniati sul diario personale, sui sentimenti da condividere.
Poi ci siamo evoluti, abbiamo iniziato a differenziare. Io differenziai moltissimo; i miei post sembravano oggetti da raccolta differenziata: in questo blog post intimistici, nell’altro provocatori, e in questo qualcosa di più ‘letterario’. Fino alla svolta, poco prima che uscisse il mio primo (e per ora unico) libro di carta stampato da un editore Orfana di mia figlia. Il libro doveva uscire in novembre e io in settembre pensai che fosse ora di avere un blog ‘ufficiale’, uno in cui i lettori del mio libro potevano trovarmi e leggere altro di me. Non perché volessi promuovere il libro in sé, ma capivo che fosse necessario essere riconoscibile in rete per chi si mettesse d’impegno a digitare un nome su google.
All’inizio mantenni anche gli altri blog, poi lasciai e mi concentrai solo su questo. Se si vuole scrivere davvero, bisogna limitarsi anche nelle presenza online. All’epoca poi avevo varie collaborazioni che oggi non ho più. Mi spendevo molto per gli altri, ma di questo parlerò in un altro post.
Torniamo ai blog e al significato odierno.
Dal 2000 sono cambiate molte cose: i social hanno ingoiato ogni cosa, digerito buone intenzioni e anche tanta buona scrittura. Per molti, i social sono diventati “luoghi di promozione” e anche di perdizione, nel senso che colà si perdono ore che si potrebbero dedicare ad altro. In questo scenario, è sembrato naturale indicare il blog come un malato terminale e ne abbiamo celebrato la morte parecchie volte. Ma come in tutte le cose, bisogna crederci. Per questo oggi abbiamo forse meno blog di quelli che c’erano nel 2005/6/7, ma molti hanno una voce più autorevole e sanno mantenere un seguito, anche se spesso parliamo di nicchie sempre più piccole e molto specializzate.
Credo che un blog, se mantenuto in buono stato, possa ancora regalare interesse e coinvolgimento, possa essere ‘utile’ (se si sceglie di condividere alcune competenze o esperienze) e possa creare legami che i social, a parte qualche caso, non sono in grado di mantenere.

Cosa ne pensate? Siete d’accordo con il mio blog pensiero?

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6 pensieri su “Che significato ha oggi un blog?

  1. Il blog è e resterà l’elemento fondamentale sulla quale un autore potrà costruire il proprio prestigio, e il proprio marchio. Non vedo alternative e credo che anche quanti pubblicheranno con una casa editrice blasonata non potranno farne a meno.

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  2. Sinceramente, da quando è morto Splinder, la mia relazione con i blog è calata vertiginosamente.
    Ho mantenuto il mio primo blog su Libero con cui ho festeggiato da poco i 9 anni, ma pubblico solo ed esclusivamente poesie e racconti miei, mentre quello di Splinder che ho salvato su iobloggo.com è abbandonato a se stesso.
    Ne avevo aperto uno qui, ma era come se non lo avessi, così l’ho chiuso senza tante cerimonie.
    Adesso mi dedico più che altro alla mia pagina Facebook (tanto per confermare l’appetito dei social), ma ho fatto comunque un altro tentativo aprendo un nuovo blog su Tumbrl, dove posto più che altro piccoli pensieri.
    Quindi, alla fine, non credo che i blog passeranno mai di moda.

    E il tuo lo seguo molto volentieri, perché gli argomenti sono sempre molto interessanti.

    😀

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  3. Concordo in pieno. Anche perché spesso i concetti di “promozione” e di “amicizia-arricchimento personale-rapporto umano” arrivano a coincidere. Se le mie presentazioni 2012-2013 di Quattro soli a motore hanno avuto un grande afflusso di persone una più interessante dell’altra posso ringraziare quasi esclusivamente il mio blog e i suoi lettori!

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  4. Pienamente d’accordo. Meno Blog, forse anche meno frequentati ma riservati ai veramente interessati.
    Quanto ai social “general purpose”, FB, Twitter,..) io li detesto, quindi… sfondi una porta aperta.
    Spero resistano nel tempo. Pensavo di aprirne uno mio quando andrò in pensione…. (cinque o sei anni, se qualcun altro non mi sposta di nuovo il traguardo quando sarò a pochi metri dall’arrivo).
    Quando lo aprirò te lo farò sapere
    😉

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  5. Prima di aprire il blog, ero abbastanza scettico sulla necessità di farlo, ma solo perché mi ero imbattuto fino ad allora in blog troppo intimistici per i miei gusti, dove anche la comunicazione era ridotta all’osso, “ciao ciao… ti voglio bene… un bacio e… “ via dicendo.

    Quando ho spiccato il volo, mi sono reso conto di quanto fosse importante questo mezzo, e oggi sono felice di averlo fatto.

    Ho soprattutto capito che le persone hanno bisogno di comunicare, in qualsiasi modo, stranamente a dire il vero, visto che viviamo in un’epoca dove tutto è ormai a portata di mano o, per essere più precisi, a portata di dita.

    C’è un universo tra queste pagine bellissimo secondo me, ho conosciuto delle persone che magari se le avessi incontrate nella vita di tutti i giorni, non avrei legato così tanto così come è successo qui. Sarà questo “schermo”, sarà per alcuni l’anonimato, sarà il fatto che in ogni caso quando ci si mette davanti al computer, qualcuno che “ascolta” c’è sempre, sarà perché malgrado tutta questa comunicazione, le persone hanno bisogno di comunicare in maniera profonda, e questa cosa mi piace tantissimo, mi fa sentire utile a me stesso, perché camminare insieme ad altre persone arricchisce molto, ci fa crescere, cosa di più?
    In un certo senso il blog è terapeutico, ma solo se ci si crede, altrimenti diventa noia profonda. 🙂

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  6. Quante volte ho cambiato piattaforma e blog. Forse come si cambia vestito. Forse perché sono cambiata anch’io. Ed ora anche in questa mia fase, perennemente in transizione, l’ho cambiato nuovamente. Qualche mese fa ho avuto persino l’impulso di eliminarlo. Ma il sottile filo che mi lega al blog è qualcosa di indefinibilmente astratto ed emotivamente complesso. I social sono delle scatole cinesi che fanno parte dei nostri prolungamenti digitali (smartphone, tablet, notebook) e che o si amano o si odiano. Anche loro sono infettati dello stesso virus dell’eliminazione emotiva, già provato con Google plus, ma, ahimè, invano. Vorrei ritornare alla vita che facevo prima senza notifiche, beep, geek, whatsapp, e diavolerie informatiche e godermi la biro su un foglio bianco. Anche a Natale.

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