La centesima finestra – lite tra Annalisa e Paolo

“Dopo avere mangiato la macedonia, Annalisa si alzò dicendo: «Vado a preparare il caffè». Paolo la seguì in cucina: l’abbracciò mentre Sinead O’Connor in Special Cases dava fiato alla voce con un sottofondo di archi dalla trama orientaleggiante. Una canzone sulla fiducia, pensò Annalisa. Se accetti di svelare le tue emozioni, devi anche accettare l’idea di essere vulnerabile.
Intanto Paolo, che stava facendo pensieri molto diversi da quelli di Annalisa, passò dall’abbraccio al bacio. La baciava con molta passione mentre si occupava dell’abito nero e della sua cerniera lampo. Annalisa sentiva le sue mani passare dalle carezze audaci alla ricerca del modo di aprire il vestito. Percepiva i movimenti delle dita di lui – dita grosse e forti che lui aveva usato tante volte per darle piacere – e ne coglieva l’impazienza. Finalmente Paolo riuscì a prendere il minuscolo cursore e lo spinse fino in fondo, facendo cadere a terra il vestito che rimase intorno ai suoi piedi, rendendola simile allo stelo di un fiore a cui una folata di vento dispettoso aveva disperso i petali. Paolo l’aiutò a sollevare i piedi, slacciandole le scarpe nello stesso movimento, la sostenne mentre si allontanava dall’abito e, sempre accarezzandole la schiena, la spinse verso la camera da letto dove la fece cadere sul copriletto giallo.
Fecero l’amore così, senza finire di svestirsi. Poi rimasero ansanti e sudati su quello sfondo giallo che creava riflessi luminosi nella camera. Erano entrati al buio e l’unica luce proveniva dalla lampada del corridoio. Paolo si sollevò di fianco appoggiandosi al gomito sinistro e la guardò. Annalisa capì che aspettava le sue parole: «Ho deciso che non ci vedremo più” disse nel buio sotto il suo corpo.
«Lo sapevo che avresti detto così. Tu non vuoi capire. E non vuoi capirmi». La voce di Paolo era quasi arrogante. Lui parlava da dirigente anche quando non era in ufficio. Questa cosa l’aveva sempre irritata.
«Non parlarmi così. Sai benissimo quanto mi sono sforzata di capire. Sono mesi che lo faccio, ma ora sono stanca e non sopporto più questa situazione. Sai bene che non mi sarei mai infilata di mia volontà in un rapporto a tre. Io non vado con uomini sposati. Ma tu hai spinto finché non siamo usciti e hai fatto in modo che io ti credessi dicendomi che mi amavi e che avresti lasciato Lucia. Ma erano tutte bugie e ora non voglio più ascoltarti».
«Ti ho detto che appena possibile parlerò a Lucia e le dirò di noi. Ti amo, non voglio lasciarti».
«Infatti sono io che ti lascio. Questa è la mia ultima parola. E ora puoi andare, sai dov’è la porta». Annalisa lo scansò e si alzò andando a chiudersi in bagno.
Paolo rimase un momento a fissare il buio con quei lampi gialli che rimbalzavano dalla luce del corridoio e poi la rincorse. La porta del bagno era chiusa a chiave.
«Dai, Annalisa. Lo sai che il mercoledì sera dico che sono fuori città e non posso tornare a casa. Dove vado ora?» disse battendo la mano sulla porta.
Da dentro arrivò solo il rumore dell’acqua. Paolo diede un ultimo pugno alla porta, poi tornò in camera da letto e accese la luce. Si guardò allo specchio: la luce impietosa gli mostrò un viso pieno di ombre, le labbra tirate e gli occhi tesi. Si allontanò, si rimise a posto la camicia stropicciata e i pantaloni, si chinò per prendere il pullover che era caduto a terra dietro il letto. Finì di sistemarsi gli abiti, si passò la mano sui capelli e, dopo aver spento la luce, si sedette sulla poltroncina blu nell’angolo vicino alla finestra.

Annalisa uscì dal bagno e tornò in camera avvolta in un telo di spugna bianca; era a piedi nudi e non accese la lampada. Si fermò davanti al letto e si protese per spostare le coperte.
La voce di Paolo le giunse da dietro le spalle: «Non accetto le tue parole. Non ho nessuna intenzione di andarmene se prima non ci chiariamo».
Lei sussultò stringendosi il telo con una mano, poi si voltò infuriata: «Ma cosa ti viene in mente? Sei impazzito? Farmi paura così». Si era avvicinata; tremava mentre gli parlava e la sberla arrivò più forte di come aveva immaginato. Lui non reagì, rimase immobile un momento e poi si alzò piano: un metro e novanta di furia mascolina di fronte a sessanta chili di donna a piedi nudi sul parquet. La sovrastò guardandola con rabbia. Anche nel buio, lei sentì lo sguardo cupo di Paolo ma non abbassò gli occhi. Fottiti, pensò. E “fottiti” fu quello che lui lesse nei pugni stretti intorno all’asciugamano e nella fermezza degli occhi che lo fissavano.

Solo dopo aver sbattuto la porta, Annalisa vide le rose sul tavolo. Andò attraverso il salotto a passo di marcia, i piedi nudi che scandivano il tempo sul legno, e recuperò, strattonandolo con furia, il sontuoso e costosissimo mazzo – un mazzo di rose in cambio di ventisei serate solitarie al mese – e ritornò ancora più velocemente verso la porta. La riaprì con una spinta tale che la fece sbattere contro il muro. Paolo era ancora davanti all’ascensore e si voltò subito. La guardò con l’espressione soddisfatta di chi vede l’altro cedere, ma il sorriso si spense di colpo come una lampadina che ha terminato il suo ciclo vitale. Il viso di Paolo era crollato, e così i suoi occhi che ora piegavano verso terra.
«E prenditi i tuoi fiori!» gli urlò gettandogli il mazzo, prima di richiudere la porta con un rumore così forte da far sussultare nel sonno la signora Bastiani, la vicina che abitava sullo stesso pianerottolo, che si girò nel letto e pensò, senza sapere che aveva indovinato, a una lite tra amanti. Alla signora Bastiani non servirono più di due minuti per riaddormentarsi. Ad Annalisa, invece, non bastò tutta la notte.
Si era infilata sotto le coperte nuda, dopo avere gettato a terra quell’assurdo asciugamano con cui aveva dato l’addio a Paolo e a ciò che credeva fosse amore, e si era sdraiata su un fianco tirandosi il lenzuolo fino sopra alla testa. Con gli occhi chiusi, le palpebre strette fino a farle male alle tempie, aveva cercato di fermare le lacrime che le scivolavano sulle guance terminando la loro corsa sul cuscino fradicio. Aveva continuato a girarsi da una parte e dall’altra senza trovare pace.
Alle due si era alzata e aveva trangugiato un avanzo di tè freddo trovato in frigo, dal sapore orribile di limone e vitamina. Non aveva sete, ma il liquido era una scusa per buttare giù i due Tavor che aveva trovato nel cassetto del comodino. L’ultima volta che ricordava di avere controllato la sveglia digitale erano le tre e sette minuti, poi aveva perso conoscenza, stordita dalla crisi di nervi e dalle pasticche.
Quando aveva aperto gli occhi nel buio totale in cui le piaceva avvolgersi nel sonno, la sveglia segnava le cinque e sedici. Aveva allungato la mano nel letto e solo quando aveva toccato il freddo del lenzuolo si era ricordata che Paolo non c’era.”

Passi di: Morena Fanti. “La centesima finestra”. iBooks. https://itunes.apple.com/it/book/la-centesima-finestra/id537798919?mt=11

Una scena molto forte, il litigio tra Annalisa e Paolo. La signora Bastiani fa la sua comparsa, seppure nel sonno, per la prima volta. Quando ho scritto il suo nome non immaginavo avrebbe avuto parte nella storia. Eppure.
Questo post fa seguito a quello della pag.97, il precedente.

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3 pensieri su “La centesima finestra – lite tra Annalisa e Paolo

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