Quanto bisogna svelare di noi a chi ci legge?

Da tempo (anni) rifletto su questo argomento e mi interrogo sul valore di certe “scritture da web”.
Prendiamo un post su un blog, o uno status su facebook o twitter: cosa fa di esso un fattore piacevole o interessante, o affascinante, per molte persone?
Tutti avrete notato che se scrivete una cosa un po’ più profonda del solito, o un ragionamento complesso, nessuno o pochi vi si filano; forse leggono, approvano in silenzio, ma non dicono nulla. Se, invece mettete una svenevolezza strappalacrime vi riempiono di like, di retweet e di commenti partecipati alle vostre emozioni.
Certe cose, insomma, “creano seguito”, mentre altre (che vi costano più fatica e sudore dell’anima), per molti non significano nulla.
La domanda che dobbiamo porci è: a noi interessa avere un seguito o dire cose che ci premono, ci coinvolgono, ci convincono?

Se scriviamo in prima persona, cioè responsabilmente e mettendo noi stessi in ciò che diciamo, uscirà comunque la nostra personalità, anche se tratteremo argomenti impopolari e diremo cose che non seguono il pensiero della massa.
A volte ci si rivela di più con certi pensieri, anche all’apparenza non intimi, piuttosto che con emozioni ‘preconfezionate’, con frasi che puntano all’anima compassionevole e amicale di certi amici che poi non lo sono.
All’inizio della mia carriera di blogger ho usato un nickname (certo, allora era anche il modus operandi di tutti: nessuno usava nomecognome) perché non volevo rivelare niente di me, in particolare di quella cosa che mi angosciava e che non volevo creasse negli altri un’empatia pruriginosa e curiosa. Volevo scrivere e basta. Ho rivelato molto, naturalmente, ma quel molto non era connesso a me, Morena Fanti.
Un giorno, dopo la strage di Nassiriya, sono esplosa, ho deflagrato sul blog e ho detto tutto. Le espressioni di vicinanza mi sono arrivate cospicue, e le ho accettate perché erano persone che già mi apprezzavano e non ho avuto dubbi che fosse per ‘quello’, per avere saputo della morte di mia figlia.
Ma, se avessi iniziato subito un blog parlando di quello, del mio dolore, e non avessi prima rivelato che ero, come sarebbe andata?

Frase del giorno, dal blog di Marco Freccero: ” Magari ti guardi attorno e scopri che c’è un sacco di gente che non ha niente da dire, eppure ha un bel seguito, e parla, parla, parla…”

6 pensieri su “Quanto bisogna svelare di noi a chi ci legge?

  1. Pensieri che mi sono fatta anche io.
    Ho trovato interessantissimo il tuo intervento..effettivamente è tutto mediato, tutto “di moda” (come personalmente mi piace definirlo)..e chi non segue questa corrente rimane praticamente tagliato fuori, rimane solo e magari a scrivere sensazioni che riassumono troppa profondità per essere lette da un pubblico fatto e cresciuto solamente da superficiali stereotipi.
    Anche io sono nata come nickname (e un po’ perché nessuno che conosco è a conoscenza di questo blog), ma essenzialmente mi ha aiutata a sentirmi libera di scrivere, di sbagliare e di migliorare.
    L’anonimato infatti mi ha permesso di difendermi dalla cattiveria della gente che spesso ti toglie tutto, ti fa diventare arido e privo di emozioni, ma nonostante questo ho incontrato, grazie a questo blog, persone sincere, persone che fanno la differenza, che rendono speranza a chi come me crede in un mondo diverso, fatto di tanta molteplicità e differenza.

  2. Sinceramente non ne ho idea di come molti scelgano i blog da seguire. Personalmente cerco, oltre a quelli delle foto, blog dove si parli di argomenti interessanti. Non mi interessano le faccende personali, non perché sia una menefreghista, ma perché ho sempre pensato che si può parlare di se stessi in molti modi senza mettere totalmente in piazza la propria privacy. C’è anche da dire che bisogna porre attenzione a quanto viene scritto, perché quello che a volte sembra superficiale o senza senso, racchiude invece tantissimo. Anche io inizialmente ho iniziato con un nick, poi ho messo nome e cognome, specialmente nel blog delle “poesie” o per meglio dire, come piace a me, nel blog delle “mie parole imbrattate”. Non ho mai messo mie foto, quello no, ma chissà, non è detto che prima o poi decida di farlo. Non so se i miei blog rivelano molto di me, per me è sufficiente, chi vuol capire capirà, altrimenti a me va bene ugualmente 🙂
    Ciao, serena notte e buon fine settimana. Patrizia

  3. Sbaglierò (ho un personalissimo rapporto con il mio e gli altrui blog) ma spesso trovo commenti ai post (soprattutto quelli nella categoria “svenevolezza” di cui scrivevi) che più che un atto di presenza non sembrano. I commenti gnè gnè, li chiamo.
    Io sono poco “social” in generale, e nei blog che seguo commento poco, mai per forza. Leggo chi mi appassiona, chi mi fa pensare o sorridere, non chi ricambia la cortesia.
    E quando leggo qualcosa che mi colpisce a volte ho addirittura timore, in qualche misura, di scadere subito in banalità o parole che non aggiungano nulla di più a quanto di bello e coinvolgente abbia appena letto.
    Non scrivo per un seguito, non l’ho mai cercato perché non è quello lo scopo, almeno non per me. E di come sono rivelo tutto, nella maniera più limpida, onesta e trasparente possibile. Ed è forse per poter continuare liberamente a farlo, che, a meno di pochissime eccezioni, il mio anonimato è la cosa a cui non rinuncerò facilmente.
    Ma, come ho già detto, questo è solo il mio punto di vista.

  4. Grazie a tutti, iblogvannodimoda, Pat, ancorase, e D&R, per la lettura e i contributi interessanti. Non rispondo a ognuno di voi per ora. Sto meditando su ciò che avete scritto. Magari uscirà un altro post.

    1. Magari uscirà un altro post. ….
      Cara Morena, ti leggo da tanto tempo … e penso come Pat, e come D&R . spesso ci fate meditare, e un bene per tutti! mi fa piacere a far parte un po di ognuno di voi! Lisa

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