Il comune [dis]sentire

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Internet è lo specchio della società, non è Satana formato di pixel come a molti piace dipingerlo.
Nel web c’è il bene e il male che abita nella nostra società e, quindi, in ognuno di noi. Chi non frequenta abitualmente il web e le sue propaggini, i social tanto nominati ovunque, quei luoghi dove si pratica il selfie di cui ogni TG non è esente, ne vorrebbe bandire l’uso, esecrandone e amplificandone gli abusi (che accadono proprio perché la comunità e enorme e qualcuno ci pascola a ufo, come andremo a vedere).
Ma è troppo semplice dire queste cose: sono banalità risapute. 
Quando girate sul web vi fermate a osservare cosa accade o leggete solo qualche post, due poesie (di quelle è sempre pieno) e un articolo di giornale?
Se eravate già presenti dieci anni fa, vi fermate mai a confrontare i comportamenti, le scritture, i commenti?
Nel giugno 2003 aprii (iniziai) il mio primo blog.
Quasi undici anni. Impossibile pensare che in tanto tempo i comportamenti non siano cambiati, che la globalizzazione del World Wide Web di tanto tempo fa, non abbia portato diversità e altro.
Non mi interessa dire “si stava meglio prima”; mi interessa capire qualcosa di questo enorme mondo in movimento. Notare come ci modifichiamo al suo interno, le abitudini che lasciamo e quelle che prendiamo.
Quando si leggeva un post, si apriva la finestra dei commenti e si scriveva un pensero, una riflessione, su ciò che il post aveva suscitato nella nostra mente. Ora non si commenta ma si critica, si aggredisce, si sbeffeggia, si [dis]sente – ‘Commento’ è ormai una parola che ha perso il significato originale:

commento‹com·mén·to›s.m.

  1. Serie di note illustrative o di giudizi critici apposta a un testo o a un’illustrazione (CINEM). C. musicale, la musica composta per accompagnare l’azione scenica di un film.
  2. Esposizione riassuntiva e ragionata di uno o più avvenimenti: il c. ai fatti del giorno.
  3. Interpretazione soggettiva del comportamento o delle parole altrui: Non ha bisogno di c., di cosa palesemente chiara.

 

Ora si legge, si intuisce il potenziale del post (cioè in quanti leggeranno) e si commenta aggredendo l’autore del post e le sue idee. Non c’è confronto ma scontro.
A prescindere. L’aggressività è la nuova frontiera del web.
Intendiamoci: i troll ci sono sempre stati. C’erano anche nel 2003 e si nascondevano sotto nick fasulli proprio come ora. Ma uscivano solo certe volte, in certe occasioni dove si intuiva una debolezza: ad aggredire un debole siamo tutti capaci e loro volevano [dis]turbare.
Ora no: ora si aggredisce la forza, l’intelligenza, la pacatezza. E ora, grazie allo sdoganamento di facebook, si usa anche nomecognome. Si aggrediscono idee, pensieri, modi di essere.
Come fosse uno sfogo che, praticato nel virtuale, perda di realtà. Come se non fosse aggressione verbale, violenza, perché lo schermo del pc dona l’illusione di essere in un altro mondo.
Ma abbiamo visto che le aggressioni nel web hanno la stessa forza, a volte anche maggiore, di aggressioni avvenute nel mondo di carne e ossa. Cosa succede qui? Se arriva in un blog, in una nota su facebook, o altro social, uno che aggredisce, il secondo che arriva tende a urlare più forte: il gruppo nasconde e amplifica.
Il cyberbullismo ormai è materia di studio, e gli adolescenti che ne subiscono le conseguenze sono in aumento.
Ma ora non volevo toccare questo discorso: parlavo di adulti che praticano questa nuova disciplina, il “dissenso sul web”. Si rivolgono ad altri adulti e dissentono. Magari non sanno di cosa parlano ma lo fanno nella maniera opposta solo per il gusto di creare un clima aggressivo. Forse hanno bisogno di sfogarsi e questo sembra il metodo più a portata di mano?
Avevo un bel post da linkare come esempio ma, non ci crederete, non lo trovo. Ma sono certa che sappiate di cosa sto parlando. Che ne pensate?

* l’immagine è di Valentina Mustajarvi  e proviene da qui

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2 pensieri su “Il comune [dis]sentire

  1. Sono assolutamente d’accordo con te, Morena. Io lo vedo soprattutto su FB. Non appena si mette qualcosa si viene aggrediti, per il solo gusto di farlo, di ferire, per sadismo aggiungerei. A me è capitato tante volte di subire questi attacchi, tanto che più di una volta ho pensato di cancellarmi dai social network, perchè uno fa un giretto sul web per distendersi, per ricrearsi, non per andare alla guerra. Ion penso mai che prima di entrarvi devo mettermi l’elmetto, mi piace l’idea di entrarvi per vedere cosa scrivono gli altri, cosa pensano, fanno, dicono… c’è già troppa guerra, competizione, cattiveria nel mondo “di fuori” e non si ha voglia di ritrovare tutto anche lì, nel mondo virtuale… che poi virtuale non è proprio per niente, ma ti spezza le ossa se non ci stai attento. E’ uno specchio della società, nel vero senso della parola. Lo rispecchia davvero alla perfezione.

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    1. Grazie di questo commento, Maria, che apre la porta su altre frontiere. Pensavo ai blog, ma la tua impressione su facebook non fa che conclamare il mio pensiero. Alla fine, io credo, bisogna evitare certi personaggi per stare meglio.

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