Due furbi occhi verdi – seconda versione

qui il primo racconto della serie (prima parte: nel post il link alla seconda parte del primo racconto).
I racconti non sono niente di speciale; l’unico motivo per cui li ho scritti… be’, spero lo capirete da soli.
Il racconto non partecipa al gioco dei blog (vedi post racconto precedente) perché è ovvio che fa parte dello stesso blog di cui al racconto precedente. Nella mia malata immaginazione questi sono I racconti di Lucia e Giuseppe.
Buona lettura

Due furbi occhi verdi

Maggio 1985

A quindici anni, Lucia, aveva lo stesso fisico che avrebbe avuto dieci anni dopo, e ne era già fin troppo consapevole. Era molto alta e, fin da quando frequentava le elementari, era sempre stata confinata nelle ultime file di banchi. Questa condizione, rendendola invisibile agli occhi dei professori, aveva influito sul suo modo di fare, che era diventato fin troppo spavaldo e sfacciato.
Scendendo dall’autobus, in arrivo da un piccolo paese della provincia, Lucia si infilò subito dentro la palazzina della stazione e, di seguito, nella toilette delle signore. Di fronte al grande specchio davanti ai lavabi, si tolse l’elastico colorato, che le aveva messo sua madre quella mattina e sciolse i lunghi capelli neri. Prese dallo zainetto un lucidalabbra rosato e lo passò abbondantemente sulle labbra che erano già rosse e carnose. Il viso non aveva bisogno di trucco: lineamenti dolcissimi in un’ovale perfetto, guance rosate e occhi di un verde così chiaro da risultare quasi trasparente.
Finalmente soddisfatta, Lucia, si guardò di nuovo allo specchio e pensò che dimostrava senz’altro qualche anno di più. L’unica nota stonata e che le causava parecchio disappunto, erano i vestiti. Sua mamma si ostinava a comprarle dei vestiti orrendi, da educanda: ad esempio, quell’orrenda gonna a fiorellini, era troppo lunga, le arrivava sotto il ginocchio, quasi a metà polpaccio, e la faceva sembrare una bambina! Lucia decise di migliorarla, arrotolandola in vita, fino a farla arrivare sopra il ginocchio di almeno dieci centimetri. “Ho due belle gambe, lunghe e diritte. Perché non farle vedere?” pensò. Passò poi a guardare con occhio critico, la camicetta, che era semplice e bianca, – naturalmente! Per quella non poteva fare niente, pensò Lucia; però slacciò i primi 3 bottoni.
Si giudicò molto carina e pensò che poteva dimostrare anche diciotto anni! Scosse la testa, per vedere che effetto facevano i capelli spettinati e gonfi, attorno al viso, e giudicò che stava molto bene. Adesso si sentiva meglio, era pronta ad andare dalla zia, non senza prima aver fatto un giro per la città.
Era da tanto tempo che desiderava fare un giro da sola, in città. Di solito era sempre scortata dalla mamma o dai fratelli maggiori, perciò la trovava noiosa. Le sue amiche, però, erano venute da sole e si erano divertite. Ma lei non aveva ancora avuto il permesso di venire da sola o con le amiche, anche solo per qualche ora. L’occasione si era presentata, perché la zia Giovanna, sorella di sua mamma Luisa, era appena uscita dall’ospedale dove aveva subito un lieve intervento chirurgico e aveva bisogno di qualcuno che le facesse compagnia e si occupasse della spesa. Lucia si era subito offerta e la zia Giovanna, che stravedeva per quella nipote, bella come il sole, aveva accolto con entusiasmo la proposta.
Adesso, mentre Lucia camminava a testa alta, con l’aria che le scompigliava i capelli e la gonna leggera, si sentiva molto grande, quasi un’adulta. Non le sfuggivano gli sguardi dei ragazzi che incontrava, capiva che la trovavano bella e ne era lusingata. “ E pensare che la mamma mi crede ancora una bambina!” – pensò, con un sorrisetto.
Da tempo si era accorta di come la guardavano i ragazzi della sua età e anche quelli più grandi, e le piaceva, lo trovava intrigante. Che cosa veramente significasse non aveva idea, ma le sue amiche dicevano spesso così, delle cose che trovavano “giuste”. Quindi intrigante, era giusto!
Si fermò all’angolo della strada e prese fuori dalla tasca, il foglietto dove aveva scritto l’indirizzo della zia. Alzò la testa per leggere la targa sul palazzo di fronte e orizzontarsi sulla strada da prendere.
Le gambe nude erano lunghe e abbronzate e la gonna, gonfia per il vento, svolazzava leggera, i capelli un po’ spettinati la facevano sembrare più grande. “Una visione” pensò Giuseppe, che la seguiva passo passo, da quando era uscita da quella toilette, mezz’ora prima. Non aveva potuto fare a meno di seguirla: l’aveva vista ed era rimasto folgorato da quella bellezza solare e da quel viso dolcissimo, anche se con un fondo di furbizia, in quegli enormi occhi verdi.
Giuseppe, venticinque anni e un metro e ottanta di altezza, portati con spavalderia, corti capelli biondi, grandi occhi neri, si fermò, fingendo di guardare una vetrina, completamente buia, perché era l’orario di chiusura e il proprietario, da quando aveva avuto un principio di incendio, quindici anni prima, spegneva sempre le luci, quando andava a casa per il pranzo.
Era a pochi passi da Lucia e non voleva che lei si accorgesse che la seguiva. Aspettò ancora qualche secondo, in cui lei continuò a guardarsi intorno, un po’ incerta, e poi si avvicinò:
“ Buongiorno. Posso essere utile? Sta, forse, cercando una strada che non conosce?”
Lucia quasi si spaventò a questa voce improvvisa e si spostò indietro, barcollando per un dislivello nel pavimento del portico. Giuseppe non si fece cogliere di sorpresa e la trattenne gentilmente per un braccio, impedendole di cadere. Poi le chiese:
“Si è fatta male, signorina?”
Lucia, che era diventata rossa in viso e si sentiva bruciare, forse anche per l’imbarazzo di quella voce gentile che la chiamava signorina, rispose con la voce un po’ incerta:
“No, grazie. Non mi sono fatta niente.”
Giuseppe si profuse in mille scuse, dicendo che era stata colpa sua, del suo avvicinarsi improvviso, che l’aveva spaventata. Per scusarsi, le propose un gelato, da mangiare insieme sulla panchina del vicino parco pubblico. Lucia, lusingata da questo invito e dalla bellezza di Giuseppe, nonché dal fatto che sembrava veramente molto “grande”, accettò con un sorriso, che si augurò essere intrigante. Seduti vicini sulla panchina, gustarono il gelato e si scaldarono al sole primaverile, chiacchierando. Veramente era Giuseppe che parlava di più, tempestandola di domande. Lucia rispondeva, felice di tante attenzioni da parte di un ragazzo così bello e gentile.
Improvvisamente Lucia si ricordò delle raccomandazioni che la mamma le aveva fatto prima della partenza: “Mi raccomando, Lucia, non ascoltare nessuno e non fermarti a parlare con nessun uomo! Se proprio devi chiedere aiuto, ferma una signora e stai attenta a non farti seguire da nessuno!”
A queste raccomandazioni, Lucia aveva annuito, anche se non le aveva comprese. Perché non poteva parlare con nessun uomo, cosa le poteva succedere? Lei era grande, ormai, non era più una bambina e sapeva cosa succedeva fra un uomo e una donna. Ne parlava con le amiche, durante la pausa tra le lezioni, e sapeva ormai tutto.
Giuseppe, intanto le aveva chiesto qualcosa e, non sentendo risposta, la chiamò:
“Lucia, hai sentito cosa ti ho detto? Allora, vuoi salire da me? Abito proprio nella strada qui a fianco e potresti riposarti qualche minuto. Dopo che ti sarai riposata, ti accompagnerò da tua zia.”
Lucia, che si sentiva veramente stanca e accaldata, convinta dalla gentilezza di Giuseppe, e anche curiosa di vedere dove abitava un ragazzo di città, annuì senza parlare.
Andarono in casa di Giuseppe; l’appartamento era al secondo piano di una casa molto vecchia, come tutte quelle della zona, e abitata principalmente da studenti e lavoratori venuti da altre città. Per le scale si sentiva un odore di cucina, come di verdure cotte troppo a lungo e cipolla soffritta. Lo stomaco di Lucia si ribellò a quell’odore e lei si sentì quasi svenire, perciò quando Giuseppe aprì la porta e la fece passare in un buio corridoio, lei gli si appoggiò contro, come per sostenersi.
Giuseppe ne approfittò per stringerla a sé, immaginandosi come sarebbe stato divertente proseguire quel contatto fisico. Lucia era bellissima e aveva un corpo stupendo, lui se ne era accorto subito e adesso ne aveva la conferma. Con una risatina, Lucia, lo allontanò da sé, dicendo:
“Che caldo, che fa qui! Mi è anche venuta una gran sete!”
In verità si sentiva imbarazzata: anche se ne aveva parlato con le amiche, questa era per lei un’esperienza nuovissima e stava succedendo qualcosa che non capiva e che non aveva previsto. Mandò Giuseppe a prenderle un bicchiere d’acqua e ne approfittò per guardarsi intorno e cercare di calmarsi.
Nell’angolo sinistro della stanza, vicino alla finestra, c’era un divano letto, per fortuna in quel momento, nel suo aspetto diurno. La casa era molto ordinata, contrariamente a quello che ci si poteva immaginare, e pulita. Lucia ne fu confortata e si sedette sul divano, appoggiandosi contro i cuscini e chiudendo gli occhi, cercando di pensare a quello che stava succedendo poco prima.
Si sentiva improvvisamente stanca, troppo stanca per ragionare su una cosa che non capiva. Forse il disagio che sentiva era dovuto alla città che non conosceva e alla tensione di fare qualcosa di così nuovo per lei, pensò. Forse Giuseppe non c’entrava con il trambusto che sentiva nello stomaco e che le faceva desiderare di essere ovunque, fuorché lì!
Giuseppe arrivò con un bicchiere d’acqua fresca, che lei bevve avidamente, cercando di calmare il batticuore che le impediva di respirare e di ragionare con calma. Lui la guardava preoccupato poi, quando la vide riprendere un po’ di colore in quel viso così bello e seducente, si sedette sul divano, vicino a lei. Le accarezzò una guancia, seguendo con il dito la linea dell’ovale perfetto del viso.
“Sei così bella! Hai un viso perfetto! Non ho mai visto una ragazza così bella!” le diceva intanto che le carezzava il viso.
Lucia ascoltava queste parole, carezzevoli come la mano che seguiva i contorni del suo viso, e lasciava fare; era come una melodia incantatrice, che la rilassava e la distaccava dal resto del mondo. “Giuseppe è così gentile! Una persona così non può fare niente di male! Sicuramente la mamma non si riferiva a questo, quando mi ha fatto tutte quelle raccomandazioni!”
Vedendo che Lucia si adagiava contro di lui, premendo sulla sua spalla, Giuseppe si fece più audace e le sollevò leggermente l’orlo della gonna, carezzandole le cosce e salendo piano piano, sempre più su. Lucia, appoggiata sulla sua spalla, non faceva caso a quello che accadeva; le era venuta come una sorta di torpore fisico, che le contagiava anche la mente. Si rilassava a quelle carezze e non pensava più a niente. Il paese era lontano, la mamma e le sue raccomandazioni non arrivavano fino a quel divano e a quell’appartamento al secondo piano.
Giuseppe si avvicinò ancora di più e si chinò sopra di lei, per baciarla.
“Hai delle labbra bellissime, rosse e dolci come le fragole!” le diceva intanto che la baciava e le sollevava ancora di più la gonna. La tirò in piedi e la strinse forte tra le braccia, perché la sentì barcollare. Intanto continuava a baciarla, sulle labbra e sul viso.
Improvvisamente Lucia, aprì gli occhi e si vide riflessa nel grande specchio dell’armadio: vide un ragazzo sconosciuto che la stringeva a sé, baciandola, e le sue gambe nude che lui stava accarezzando. Cosa stava facendo? Perché era lì? Non conosceva neanche quel ragazzo, fino a mezz’ora prima… e adesso, cosa sarebbe accaduto?
Ebbe paura ma non sapeva come uscire da lì. Ma voleva uscire. Subito!
Improvvisamente Lucia si sentì lo stomaco in subbuglio e si mise una mano sulla bocca, guardando Giuseppe con occhi imploranti. Lui capì al volo e la trascinò di corsa nel bagno, dove lei vomitò, appoggiandosi alla tazza del gabinetto.
Giuseppe uscì, lasciandola sola, e camminò furioso nel corridoio: “ Che cavolo succede, adesso? Stava andando tutto così bene, poi… cos’è successo?” si diceva camminando avanti e indietro, sfogando la rabbia che lo aveva colto. Spalancò gli occhi, colpito da un pensiero improvviso e andò verso la sedia, dove Lucia aveva appoggiato lo zainetto.
L’aprì e cercò il portafoglio, rovistando in fretta, intanto che ascoltava i rumori che venivano dal bagno. Finalmente lo trovò: rosa con disegni di cartoni animati. Il presentimento di pochi istanti prima gli fece accartocciare lo stomaco. Cercò la carta d’identità e la data di nascita gli confermò i sospetti che aveva: 1970! Lucia aveva quindici anni! Quindici!
Sentì un rumore in corridoio e rimise via tutto, chiudendo lo zainetto velocemente. Improvvisamente Giuseppe desiderava solo di essere fuori di lì in fretta e di portare Lucia sana e salva dalla zia. “Stai meglio? Come va, adesso? Sei pronta per andare dalla zia?”
Lucia uscì dal bagno, bianca come un panno lavato e con le lacrime agli occhi: “Scusami, sono proprio una stupida! Sarà stato il caldo, o il viaggio… mi siedo cinque minuti e poi andiamo.”
“No, no! Mi è venuto in mente che devo andare in un posto… anzi, sono già in ritardo. Ti accompagno subito da tua zia!”
La tirò in piedi e la trascinò giù per le scale. Lucia era stupita e anche offesa da questo comportamento; si domandava cosa avesse fatto per causare questo repentino cambiamento in Giuseppe.
Quando arrivò dalla zia, si era già dimenticata di tutto questo.
Se ne ricordò qualche anno dopo, quando conobbe un altro Giuseppe, dagli occhi furbi e dal cuore ancora più scaltro, che le insegnò tutto quello che aveva bisogno di sapere. Allora smise di domandarsi cosa fosse accaduto quel giorno. E mandò un muto ringraziamento a quel Giuseppe dal cuore dolce.

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