Due furbi occhi verdi – prima parte

Maggio 1965

A quindici anni Lucia aveva già, senza saperlo, lo stesso fisico che avrebbe avuto dieci anni dopo, quando ne sarebbe stata fin troppo consapevole. Era molto alta e, fin da quando frequentava le elementari, era sempre stata confinata nelle ultime file di banchi; condizione che aveva influito sul suo carattere solitario e taciturno. Aveva lunghi capelli scuri, legati in una semplice coda, che le dondolava sulla schiena ad ogni passo, e occhi di un azzurro così chiaro da risultare quasi trasparente. Un viso dolcissimo dai lineamenti perfetti, labbra piene e carnose e gote così rosate da sembrare dipinte.
Del fisico vi ho già parlato e, se l’aveste vista anche voi, non avremmo bisogno di scambiarci parole. L’unica nota stonata in tutto questo splendore era l’abbigliamento: semplici scarpe nere con le stringhe, gonna grigio scuro, un po’ tirata sui fianchi (forse Lucia era cresciuta molto nell’ultimo anno), lunga fin sotto il ginocchio e una scialba camicetta: bianca – come dubitarne?-, che doveva essere stata brutta anche da nuova. Il tutto aveva un’aria molto usata e insignificante, oltre che economica.
Questo era, forse, l’unico motivo per cui qualcuno, fra gli uomini che passavano in quella stretta strada del centro, non l’aveva notata. Perché non era vestita come le sue coetanee e sembrava più vecchia della sua età e non degna di nota.
Questo era un bene, perché Lucia era appena scesa da un autobus che proveniva da un piccolo paese della provincia, e non sapeva niente della città. Non sapeva niente degli uomini e dei loro desideri. Era cresciuta troppo e troppo in fretta, senza rendersi conto di come appariva agli altri. Solo certe volte, di fronte a certi sguardi, certe occhiate che non capiva, si sentiva a disagio, come chi non è al posto giusto.
Anche adesso era a disagio, ma non per gli sguardi. Di quelli non si accorgeva, perché camminava a testa bassa, fissando affascinata le pietre rosse che pavimentavano il portico e che, consumate per il passaggio di migliaia di piedi, erano più scure ai bordi e più chiare ed incavate al centro. Camminava in fretta, anche se non conosceva bene la strada in cui doveva recarsi, ma aveva come un senso di inquietudine, che la faceva desiderare di essere già al sicuro, a casa di zia Giovanna.
La zia Giovanna, sorella di sua mamma Luisa, era appena uscita dall’ospedale dove aveva subito un lieve intervento chirurgico e Lucia era stata mandata a farle compagnia. In tasca, Lucia, aveva un foglietto tutto stropicciato dove sua mamma le aveva scritto l’indirizzo della zia: via Umberto I numero 14.
Lo prese fuori dalla tasca, per l’ennesima volta, e consultò il piccolo schizzo che doveva indicarle il tragitto per raggiungere l’abitazione della zia. Alzò lo sguardo, fermandosi, per cercare la targa con il nome della via e capire quanto fosse ancora distante.
Intanto Giuseppe, venticinque anni e ottanta chili di peso, portati con spavalderia, corti capelli biondi, occhi verdi e furbi, si fermò, fingendo di guardare una vetrina, completamente buia, perché era l’orario di chiusura e il proprietario, da quando aveva avuto un principio di incendio, quindici anni prima, spegneva sempre le luci, quando andava a casa per il pranzo.
Era a pochi passi da dove si era fermata Lucia e non voleva che lei si accorgesse che lui la seguiva. Non aveva potuto fare a meno di seguirla: l’aveva vista scendere dall’autobus e aveva subito capito che proveniva dalla campagna e che poteva essere una conoscenza interessante. Quanto fosse bella non aveva bisogno di capirlo, per quello bastavano i suoi furbi occhi verdi.
Aspettò ancora qualche secondo, in cui Lucia continuò a guardarsi intorno, sempre più titubante e poi si avvicinò:
“Buongiorno. Posso essere utile? Sta, forse, cercando una strada che non conosce?”
Lucia quasi si spaventò a questa voce sconosciuta e si spostò indietro, barcollando per un dislivello nel pavimento del portico. Giuseppe non si fece cogliere di sorpresa e la trattenne gentilmente per un braccio, impedendole di cadere. Poi le chiese:
“Si è fatta male, signorina?”
Lucia, che era diventata rossa in viso e si sentiva bruciare, forse anche per l’imbarazzo di quella voce gentile che la chiamava ‘signorina’, rispose con una vocina tanto sottile, da costringere Giuseppe ad avvicinarsi ancora di più al suo viso:
“No, grazie. Non mi sono fatta niente.”
Giuseppe si profuse in mille scuse, dicendo che era stata colpa sua, del suo avvicinarsi improvviso, che l’aveva spaventata. Per scusarsi, le propose un gelato, da mangiare insieme sulla panchina del vicino parco pubblico, luogo tanto innocente da convincere la timida Lucia. Seduta sulla panchina, con Giuseppe che le parlava con gentilezza, Lucia si rilassò e si calmò.
Le sembrava quasi di essere nel parco del paese, dove conosceva tutti e non aveva timore di nessuno.
Finito il gelato, si trattennero ancora un po’ a parlare, con Giuseppe che faceva domande su domande e Lucia che rispondeva a monosillabi. Improvvisamente Lucia si era ricordata delle raccomandazioni che la mamma le aveva fatto prima della partenza: “Mi raccomando, Lucia, non ascoltare nessuno e non fermarti a parlare con nessun uomo. Se proprio devi chiedere aiuto, ferma una signora e stai attenta a non farti seguire da nessuno!”

23 ottobre 2003

(qui la seconda parte)

*Questo racconto anacronistico, vissuto in anni lontani, è il primo di un trittico con gli stessi personaggi, che rivivono, a distanza di anni, situazioni simili. Un gioco che mi sono concessa nel lontano 2003.
Fa parte del gioco Quali post sono dello stesso blog? Orsù, tentate la fortuna. Giocate con noi. Cosa si vince? Grande soddisfazione, ovvio. Poi vedremo (info nel post).

Seguite il tag ripescaggi dai miei blog (o gli altri) e leggete tutti i post che partecipano al gioco. Vi anticipo che i blog sono tre.

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2 pensieri su “Due furbi occhi verdi – prima parte

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