Non hai mai capito niente – 12+1 racconti di Marco Freccero

un-vecchio-copÈ con viva e vibrante soddisfazione… (lo so, sembro Crozza che imita Napolitano), ma oggi sono davvero soddisfatta come il gatto che vi posa sul tappeto la lucertola uccisa nel prato di casa.
Vedere la pubblicazione di questi racconti di Marco Freccero mi irrita un poco perché dovrebbero essere pubblicati in cartaceo da Einaudi ma, quando a un editore si può dire “Non hai capito niente” è ora di pubblicare comunque.
Freccero è un autore che, se fossi editore, pubblicherei.
E vi dico subito i motivi:
non segue i diktat del commerciale, non tralascia nessuno spigolo della narrazione, rilegge e riscrive con pazienza ligure, non teme di tagliare e buttare interi brani anche se gli sono costati fatica e anche se erano pure scritti bene. Sa che se un paragrafo non è funzionale alla storia, se è superfluo, se fa inciampare il lettore, bisogna potare senza pietà.
E la pietà, Freccero non la usa neppure con i suoi personaggi in mutande, uomini distrutti da una vita senza speranze, donne disfatte da matrimoni ingiusti, da famiglie che gravano sulle loro infelicità.
E, inoltre, Freccero ha questa capacità di scrivere dialoghi ‘giusti’, sporchi, non rifiniti (all’apparenza, ma lo sono più di altri), in cui i personaggi inseguono pensieri e parlano come se il lettore sapesse. E il lettore sa, capisce ogni cosa, ogni sfumatura delle ansie che percorrono le loro vite.

Ho avuto il piacere di leggere in anteprima questi racconti e posso scriverne senza tema di sbagliare. La scrittura di Marco Freccero è piena di Raymond Carver, questo credo salti all’occhio e sembra quasi banale dirlo, ma io ci leggo anche John Fante e la O’Connor (non è colpa mia se sono tutti americani: non è possibile citare uno scrittore italiano che percorra questi temi e coltivi queste ‘erbacce’ come le chiama Freccero. Non era possibile finora).
Affermare che la scrittura di un autore è “piena di”, “contiene le atmosfere di”, non significa che l’autore ha copiato, ma che le sue letture hanno influenzato le sue scelte e la sua scrittura ne deve risentire. Se così non fosse, avrebbe letto invano.
Ma, da lettore attento qual è, Freccero ha saputo cogliere sfumature e suggestioni che lo hanno spinto verso una strada che pochi percorrono (neppure io che a volte credo di sapere parecchie cose, e lo dico con sincera autoironia ma con molto convincimento), una strada impervia, in salita, come quella che vedete nella bella immagine di copertina, opera di Gabriele Mocci, che ringrazio anche a nome di Freccero.
Strade in salita ne percorriamo tutti, ognuno di noi non è esente da dislivelli del 45% con buche e sassi e spesso piene di fango.
Ma in letteratura non troviamo spesso ciò e, se lo troviamo, è [de]scritto con parole di tragedia, con pianti e urla. I personaggi sono persone e un autore efficace non si deve fermare ai pianti e alle urla, che sono spesso escamotage di chi non sa osare, deve arrivare al sangue di queste persone, al nostro sangue di lettori.
Freccero questo lo sa fare, e bene ha fatto a pubblicare questi racconti che sarebbe stato un’infamia tenere nascosti.
Vi suggerisco bonariamente di comprare questo ebook (io l’ho comprato ora e pagherei il doppio per vedere la faccia dell’autore in questo momento), con social DRM, e ci mancherebbe, e faccio presente che sto esprimendo un parere del tutto disinteressato, in quanto non prendo neppure un misero 10%.

Quanto ho scritto. E pensare che volevo cavarmela postando solo la mia presentazione!
Che, comunque, ora vi costringerò a leggere:

La vita in una vasca di vetro

Caterina e Bruno – lui ha perso il lavoro e non l’ha detto alla moglie -, Stefano – un imprenditore con l’azienda in fallimento – e la moglie Tiziana, Emanuele e Stefania alle prese con la rabbia causata dal vicino “pazzo e menefreghista”, sono alcune tra le coppie che vivono nei racconti di Marco Freccero.
In questa ottima prova d’esordio, l’autore ci regala le storie della nostra vita, ma soprattutto un nuovo modo di raccontare: con i suoi personaggi che nuotano nella rotonda forma d’acqua e osservano la loro vita con distacco e lucidità, suggerisce l’immagine di un pesce rosso, obbligato a respirare sempre lo stesso incolore ossigeno ma consapevole che presto, in quella noia nauseante potrebbe piombare una zampata fatale.
I suoi personaggi soffrono della “sindrome del pesce rosso”: la vita appare come su uno schermo, quasi non gli appartenesse. Riescono così ad analizzare particolari che altrimenti gli sfuggirebbero.
Sono vite in cui si galleggia, in cui si nuota indolenti, domandandosi fino a quando si andrà avanti. La zampata è in agguato – ogni vita ne ha, e arrivano all’improvviso anche quando sono annunciate – e la tua vita sarà annientata, ma tu nuoti lo stesso e osservi la tua immagine riflessa nella parete di vetro.
Anche nella tragedia – quale vita ne è immune? – la scrittura di Freccero ha una fiammata di positività, in quello sguardo fermo che ci obbliga a vedere tutto, anche ciò che spesso sorvoliamo. La trasparenza delle parole ci conduce diritti al disastro.
Non si tratta della cattiveria degli eventi ma ciò che ci colpisce di più è lo sguardo lucido con cui l’autore affronta le malattie dell’esistenza: la miseria d’animo, la noncuranza, la menzogna e l’adattamento al disastro.
La pulizia della scrittura e lo stile diretto ma non povero, ricordano [anche se i paragoni sono sempre sminuenti perché ogni autore è fedele a una sua ricerca interiore e non ricalca mai un altro se non per la passione con cui l’ha amato e studiato] lo stile asciutto e la realtà dei testi di Raymond Carver. Sono storie italiane, ma ricordano l’America degli anni ’50 e i tanti autori che l’hanno scritta: John Fante, Bukowski ma anche il Richard Yates di Revolutionary Road.
Su tutti i personaggi spicca quel Bartolomeo Scanavino di Non c’era niente da fare, un ligure di certo, come lo è l’autore, asciutto e schivo ma dal cuore limpido e il cervello acuto.
Con pochi tratti, Freccero dà vita a personaggi che non lasciano indifferenti, anche nel malessere di una certa antipatia che prende il lettore. Giulio, il marito di Chiara in Non hai mai capito niente, il racconto che diventa titolo emblematico, è un infingardo e bugiardo bambino mai cresciuto. Franco, un uomo che ha perso il lavoro e anche parte della dignità, arriva a picchiare la moglie in una crisi di rabbia generata dal malcontento di sé più che dalla vendita del televisore da parte di lei.
Le donne hanno spesso la meglio in questo universo variegato che si staglia tra l’Aurelia e sulle colline di un entroterra ruvido come certi sentimenti espressi tra le righe dell’insoddisfazione. Emanuela che mente ai figli per troppa dignità, Elena che si affida ciecamente al marito, Marta che aiuta la vicina e mostra al marito la strada per una nuova possibilità, Francesca che rimane sola con il figlio e dice Non credere che sia un male.
Anche se finora non abbiamo mai capito niente, dopo la lettura di questi racconti osserveremo la vita con più comprensione e consapevolezza.

Morena Fanti
12 gennaio 2012

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