La giusta ispirazione

Il chiodo s’infilò con forza e il foglio si unì agli altri. Matteo fissò il mucchietto ordinato – gli parve che il chiodo, simile a una lingua che usciva dalla carta, gli facesse uno sberleffo – e si domandò se anche Stephen King aveva sentito quel senso di sconforto, quella lama di inadeguatezza che s’infilava tra lo sterno e il cuore, come quella che provava lui in quell’istante.
Si sedette di nuovo davanti al pc e contemplò la pagina che stava scrivendo prima di leggere la posta con l’ennesimo rifiuto, azionare la stampante e sistemare la mail insieme agli altri rifiuti. Lesse le ultime frasi scritte e pensò che erano buone. Eppure a nessuno piaceva ciò che lui scriveva.
È vero, pensò, che il genio è spesso incompreso e che ogni artista, lo scrittore in particolare, vive tra incomprensioni e scarsa considerazione. D’altronde, è risaputo, lo scrittore deve soffrire, deve vivere situazioni di disagio, di mancanza, altrimenti come potrebbe scrivere con atmosfera, con pathos?
Rimuginava tra questi pensieri quando suonò il telefono. Era il padre: la sua auto aveva bisogno di un controllo in vista della revisione obbligatoria e Matteo era il meccanico più bravo del paese. Inoltre, come padre, aveva diritto a uno sconto super. Ragionarono sul giorno opportuno e presero appuntamento per il giovedì successivo: – No, papà, non posso prima. Sono tutto pieno.
Il padre aveva brontolato, aveva fretta lui, ma l’agenda cantava chiaro: Matteo era molto richiesto e anche il padre si doveva mettere in fila insieme agli altri.
Quando si salutarono, Matteo si alzò e andò in cucina, si versò un bicchiere d’acqua e andò davanti alla finestra. Bevve guardando i vicini che caricavano alcuni scatoloni sulla Panda. Non si fermò a pensare al loro trasloco e ai motivi che li spingevano ad andarsene: doveva restare concentrato sul racconto che stava scrivendo e per fare ciò doveva chiudere la mente agli input esterni. Posò il bicchiere e andò a sedersi di nuovo davanti al mostro digitale che gli toglieva ore di vita ogni giorno. Cercò di concentrarsi, ma ormai la concentrazione se n’era andata insieme alla Panda dei vicini.
Gli giravano in testa delle immagini che aveva visto in TV qualche sera prima, in quel programma The Voice, una sorta di talent musicale. I concorrenti si presentavano e raccontavano qualcosa di sé; molti di loro avevano problemi familiari, di solito con il padre, sparito quando loro erano piccoli o addirittura morto. A lui piaceva l’idea che il talento venisse premiato e quando era uscito il bando per i provini di Masterpiece, il talent letterario da poco concluso, aveva partecipato – solo alle selezioni: era stato troncato subito. Ripercorse con la mente il momento del suo incontro con i giudici del programma: quando gli avevano chiesto di parlare della sua vita, aveva notato nei loro occhi uno sguardo di sorpresa e, subito dopo, un sussulto di noia.
– Nessun problema quindi nella sua vita? – gli aveva chiesto quello grosso con gli occhiali.
– Tutto così perfetto da parere finto – aveva rincalzato quello magro che in foto pareva più bello.
Solo ora comprendeva il senso di quelle frasi e delle occhiate dolenti che gli lanciava la giurata donna, quella con tanti capelli e occhi enormi: un artista, uno vero, deve soffrire; non è ammissibile che abbia una vita piena e felice. L’Arte, quella maiuscola, nasce dalla sofferenza e dalla privazione.
Matteo restò a fissare il muro senza accorgersi dei minuti che passavano. La vibrazione del telefono lo fece sussultare. Prese il cellulare e lesse l’avviso che si era autospedito: “Stai scrivendo le tue duemila parole quotidiane?”.
Si alzò di scatto e prese il lettore, l’eReader in offerta speciale che si era regalato da poche settimane. Aprì l’ebook che stava leggendo, I Capolavori di Lev Tolstoj – stava rileggendo Anna Karenina e ne era conquistato, a sorpresa molto più della prima volta in cui l’aveva letto -, e digitò ‘introduzione’ nel campo di ricerca. L’ebook si aprì all’inizio, diede una scorsa veloce cercando tra le parole, andò avanti con le pagine fino alla “Cronologia della vita” e lesse:
1828
Lev Nikolaevič Tolstoj nasce a Jasnaja Poljana nel 1828 da una famiglia di antica nobiltà. Rimane orfano in tenerissima età: perde infatti la madre a soli due anni e il padre a nove.”
Rilesse e annuì. Allora era vero: se anche Tolstoj era orfano, qualcosa di vero c’era. Per arrivare alle più alte vette dell’arte, era necessario. E a che vette era arrivato il buon Lev!
Ogni dubbio era fugato: passi per gli aspiranti scrittori di Masterpiece, passi per i talentuosi cantanti di The Voice, ma Lev! Lev era la conferma che cercava.
Guardò il calendario appeso alla parete. Il giorno dopo era domenica, l’officina era chiusa e i colleghi – e il capo, soprattutto – erano assenti. Una leggera allentata ai freni e nessuno l’avrebbe mai saputo.
Prese il telefono e chiamò il padre: – Ok, mi hai convinto. Portami la macchina domattina alle otto. È domenica, non c’è nessuno che rompe e mi sbrigherò prima.
Il padre, ignaro, lo ringraziò. Ma forse, anche se avesse saputo, non gli sarebbe dispiaciuto immolarsi per la giusta causa.

©Morena Fanti
(2 maggio 2014)

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