Come si sviluppa un’idea

lightbulb

All’inizio è un barlume, una cosa che appare nella mente e che svanisce subito, anzi, meglio, una cosa di cui non siamo pienamente coscienti, vissuta a un livello inferiore alla nostra percezione usuale.
Un giorno, in un programma televisivo dissero “asfodelo”, parola che già conoscevo e alla quale sapevo dare un’immagine. Quel giorno mi suonò all’orecchio in modo diverso dal solito; pensai a come fosse musicale e bella, e all’istante mi risuonò nella mente questa frase: “Vorrei chiamarmi Asfodelo”. Ma non era ancora ben chiaro cosa fosse questa frase, a cosa poteva dare seguito.
Pochi giorni dopo, in una sala d’attesa dell’ospedale Sant’Orsola, aspettando la mamma che doveva fare un piccolo intervento chirurgico, mi danzarono in testa alcune frasi precedute da quel “Vorrei chiamarmi Asfodelo”, presi il taccuino sul quale non scrivo mai, ma che mi ostino a portare nella borsa, e appuntai questa, così come la leggete ora. Se ho lavorato sul testo, sono stati interventi leggeri, qualche avvicinamento di parola. Il testo era già pronto al livello inferiore; io l’ho solo lasciato salire in superficie.
Se l’idea è buona, non è necessario sforzarla, lavorarci subito anche se non è matura. Quando l’impasto è lievitato ne sentirete il profumo. La scrittura va praticata, è vero, ma non spinta quando non cerca di lanciarsi.
Dopo qualche mese, o settimana, sentii che la ‘poesia’, stava diventando un racconto. Lavoravo al libro Un uomo mi ha chiamata Tesoro e il testo di Asfodelo si prestava parecchio a ciò che stavo facendo. Anche qui, quando iniziai a scrivere il racconto, lo trovai quasi pronto. Come tutti i racconti ha avuto le sue riletture e riscritture, però la base, l’idea di fondo, era già dentro il primo testo.
Tutto questo panegirico per dire che la scrittura lavora anche quando non lo sappiamo. Quando si scrive, lo si fa sempre, anche mentre si ascolta il TG o le chiacchiere altrui in una sala d’aspetto.

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