Una finestra su “Orfana di mia figlia”

Ho pensato a questo post (ma con sentimenti molto diversi) qualche mese fa quando ho letto questo post in cui Viv fa una recensione del romanzo Apnea di Lorenzo Amurri. Non ho letto il romanzo e non posso dire nulla sul testo, ma quando lessi il post, e tutti i commenti, mi venne in mente qualcosa sul mio libro Orfana di mia figlia, anch’esso autobiografico ma non romanzato.
Sui romanzi tratti dalla propria autobiografia la penso come Viv e come molti commentatori del suo post, e questo era ciò che volevo scrivere allora.
Perché ne parlo oggi?

Lunedì, in sequenza, ricevo una mail da una persona che non conosco che mi chiede come poter avere il mio libro perché vuole regalarlo a un’amica a cui è morto un figlio da poco e leggo un commento che mi suscita delle domande sul mio scritto. Cercando i vari link per esaudire il desiderio della sconosciuta che mi ha scritto, mi imbatto su IBS in questo commento:

commento roberto

È evidente che un libro può non piacere, e io so bene che non si può piacere a tutti. In questo commento, però, rilevo alcune cose su cui mi sono interrogata, anzi su cui ho fatto alcune riflessioni, che per me non sono nuove, ma che vorrei dividere con voi.
Farò una breve storia della nascita di Orfana di mia figlia: sono passati molti anni e nessuno di voi mi conosceva. Nel 2001, 2 ottobre, mia figlia Federica fu investita e morì. Non ‘scomparve’, come dicono al Tg, ma morì (sapete che sui termini sono puntigliosa, su questo poi mi irrito pure). Alcune settimane dopo, un mese circa, pensai che avrei voluto avere un dialogo con altri genitori cui era morto un figlio, un confronto, una sorta di condivisione e divisione del dolore. In che modo raggiungerli? Il metodo che mi saltò alla mente fu ‘scrivere un libro’. Non un diario, come qualcuno l’ha definito in seguito, ma un libro. Un diario non lo scriverei mai. Nella mia testa quello fu un libro da subito. Questa narrazione sarebbe durata un anno esatto perché pensai che in un anno si affrontano tutti i giorni difficili che ci aspettano: il suo compleanno, il mio compleanno, Natale, l’anniversario della morte, insomma tutti i giorni dolorosi che si compendiano nei dodici mesi.
Sentivo che se avessi superato il suo compleanno una volta, l’avrei superato anche le successive, e così per tutte le altre ricorrenze. Intuivo che il dolore avrebbe avuto un’evoluzione e mi interessava capire quale fosse  e come sarebbe avvenuta. Volevo che rimanesse tutto scritto e pronto da essere letto da altri genitori.
Pochi mesi dopo, mi misi in contatto con l’amministratore del sito vittime della strada e proposi di inserire le mie pagine, quelle già scritte, sul loro sito, con l’impegno di aggiungere, man mano fossero pronte, le altre tranche del libro. Tutto questo perché non volevo aspettare, volevo rendermi conto se il mio pensiero era stato ‘giusto’.
Fin dall’inizio ho avuto grandi riscontri (nel sito c’era anche la mia mail a disposizione di chi volesse scrivermi e scambiare qualche emozione). Le persone leggevano, si riconoscevano e ciò pareva, in qualche misero modo, essere loro di conforto. Le mail che ricevevo erano anche molto dolorose e certi giorni diventava tutto molto pesante.
Nel 2003 aprii anche un blog di auto-aiuto e anche lì resi disponibile tutto il libro, scaricabile e leggibile da tutti. Molti se lo stamparono e so di qualcuno che ha ancora quella prima edizione casalinga.
Tutto questo per dire che scrissi il libro pensando che lo leggessero solo persone che avevano provato una tragedia simile alla mia. A loro mi volevo rivolgere e, anzi, il pensiero che altri leggessero, un po’ mi angustiava.
Su certe tragedie c’è che ci pascola, lo sappiamo tutti. E c’è chi, come il signor Roberto, si avvicina  a un libro del genere, “incuriosito”. Proprio ciò che mi incuteva timore, la curiosità della gente.
Fui anche invitata a una trasmissione televisiva, ma non andai, per il timore di cui sopra. Non volevo mettermi in mostra e non lo voglio tuttora. Ho fatto tante presentazioni, ma solo con un unico scopo, quello di divulgare ciò di cui non si parla. 
Non sono quella che scrive un libro per guadagnarci, non questo libro.
Se il signor Roberto, ha letto, c’è scritto che i proventi, qualora li avessi, andranno in beneficenza. Pare che le persone si facciano l’idea che pubblicare un libro significhi qualcosa. Beh, non significa nulla, invece.
Non ho nemmeno cercato un editore, me l’hanno “portato” fino a casa (un amico ha letto il testo e ha detto che non poteva restare lì, doveva essere pubblicato. molte persone me lo dicevano da anni, ma io ero ancora ritrosa a farmi leggere: non è che sia un divertimento sapere che i lettori frugano nella tua anima).
Ma la cosa che più mi ha stupito di questo commento che pare perfino un po’ malevolo nel tono, è questa supposta rabbia (mia) che il signor Roberto sente tanto forte e fine a se stessa. Io, che ho visto la vera rabbia e i danni che produce, credevo di avere mostrato serenità, almeno verso la fine del libro, di avere raccontato un’evoluzione. Su questo mi sono interrogata dopo avere letto il commento, e su questo ho chiesto a chi l’ha letto.
Intanto scambio mail con la persona che mi ha scritto lunedì.
A volte vorrei abbandonare questo libro, che tanto mi pesa. All’inizio della mia carriera da blogger mantenevo separate queste corsie: da una parte nomecognome e auto-aiuto, dall’altra i nick fantasiosi con cui mi nominavo e i testi ‘leggeri’. È stato difficile unire tutto, ma ora credo di avere accettato le varie parti di me e riesco a farle abitare nella stessa cosa.
Magari non tutti ne sono capaci e le mie parole possono scoprire dei nervi dolenti.

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14 pensieri su “Una finestra su “Orfana di mia figlia”

  1. Ciao Morena, non capisco quando dici che avresti preferito un pubblico selezionato, di categoria, che solo quello avrebbe capito. Il trovarsi a disagio se uno qualunque legge il mio libro. Questo tuo tentativo di dare una nuova definizione di condivisione circa il tuo libro. Lo trovo incomprensibile, per questo vorrei capire meglio il tuo punto di vista. E’ necessario provare per credere, forse è questo il tuo messaggio. Il commento di Roberto l’ho lo ritengo obiettivo, forse lui si aspettava di trovarci dei contenuti più stimolanti, rimane pur sempre un commento. Ritengo il tuo post sicuramente logico e strutturato, ma mi fa rimanere con un punto di domanda. Ad ogni modo ho scritto e sto scrivendo anche io, pur essendo un perfetto dilettante, mi interesso di relazioni sociali. Grazie e buon lavoro.

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    1. Ciao Antonio. Credo che il mio libro sia molto diverso da un romanzo e credo pure sia comprensibile per me avere un certo disagio sapendo che tutti sono liberi di frugare nei miei sentimenti. O no?
      buon lavoro anche a te.

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  2. Credo che Roberto abbia guardato dalla parte sbagliata – ci può stare, nel senso che un libro è scritto dall’autore e da chi lo legge. Io, però, per quello che può valere, non condivido il suo punto di vista, e sono contento di averlo già detto tanto tempo fa… Ti abbraccio!

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    1. Grazie Paolo. Il signor Roberto ha, a mio parere, letto (se l’ha letto) il libro con un’aspettativa che forse non era adatta al testo, visto ciò che scrive. Ma non importa. La mia era solo una riflessione. Ti abbraccio anch’io

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  3. Cara Morena,
    io ho letto il tuo “Orfana di mia figlia” soltanto attraverso i frammenti inseriti in un dibattito online molto molto interessante ed emozionante (con ben 147 commenti), organizzato da Massimo Maugeri, nel settembre del 2008, sul suo litblog Letteratitudine, qui:

    http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/09/12/il-dolore-piu-grande-orfana-di-mia-figlia-di-morena-fanti/comment-page-3/

    Mi sono bastati quei frammenti, e il tuo testo “Ferite” (in “Lo spirito della poesia”, Fara, 2008) che raccoglieva anche parti diaristiche che echeggiavano il nascente “Orfana di mia figlia”, per rimanerne folgorato, col fiato sospeso a contemplarne la struggente bellezza.
    Da “Ferite” estraggo questo frammento:
    “Poi, un giorno di febbraio, mentre raccoglievo le ultime foglie dei platani, con la scopa di metallo, ho scoperto un inizio di giacinto e due margherite, che dormivano sotto il tiepido calore. Mi sono chinata a toccarle e le ho sentite vive e ho pensato che prima o poi dovevo decidermi, e vivere anch’io come loro.
    Qualche giorno dopo i rami degli olmi non erano più così neri e scarni, si intravedevano già le gemme delle nuove foglie, ed erano di un verde così tenero, da convincere anche la mia anima. Allora ho capito che stavo aspettando proprio questo e che avevo sempre saputo come sarebbe finita.”

    Ti abbraccio,
    Gaetano

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  4. Come credo di averti detto qualche volta, non ho letto il libro con continuità ma a spizzichi e bocconi. Perché leggevo un dolore che in quel momento (avevo mio figlio piccolo) non riuscivo a maneggiare. Ma non leggevo rabbia. Non mi ritrovo nella recensione di Roberto per tante ragioni; per esempio, non mi ritrovo nemmeno nella sua esigenza, si direbbe, di trovarsi di fronte ad una storia che diventi la storia di tutti. Una storia è una storia, per me. Un abbraccio.

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  5. Chiarisco che la discussione online su Letteratitudine, al quale faccio riferimento con l’indirizzo di cui sopra e che invito a visitare, aveva come tema proprio il libro “Orfana di mia figlia”.

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  6. Mah! Scrivere e pubblicare è mettersi in gioco. Non condivido minimamente neanche io l’opinione del sig. Roberto, ma appare evidente che il suo giudizio nasce dal tradimento delle sue aspettative. Credo si aspettasse un romanzo da un libro nato non per essere un romanzo, nato senza lo scopo di essere pubblicato, e bastava leggere l’introduzione, o la quarta di copertina per rendersene conto. Francamente credo non lo abbia neanche letto tutto (ed è anche un suo diritto). Lui parla di “discesa disperata e straziante”, ma nel libro non c’è solo la discesa. Di una storia “troppo fine a se stessa”, ma io credo che ogni storia personale sia per sua natura fine a se stessa. Di una “mancanza di risultato”. Ma se non è un risultato la voglia di e la forza di vivere (e non solamente sopravvivere) e convivere con un dolore inestinguibile mi chiedo cosa voglia dire “risultato”.
    No, credo proprio che Roberto non lo abbia letto fino in fondo (ed è un suo diritto), e forse per questo lo ha pure frainteso. Ma quello che mi chiedo allora è perchè questa voglia di stroncarlo pubblicamente. Non gli bastava ignorarlo?
    L’unica possibile risposta è che talvolta anche ai lettori piace mettersi in gioco, così come agli scrittori. Ma è un gioco senza regole fisse, specie in un paese come il nostro, di santi, poeti, navigatori, scrittori e soprattutto critici (più che di lettori) .
    Nessuna paura: mi ci ficco anch’io!

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