Lettere e condivisione

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In questi anni, da novembre 2007 quando è uscito Orfana di mia figlia (Il pozzo di Giacobbe), ma anche prima perché il libro era già presente sul web per mia volontà di condivisione, ho ricevuto molte lettere. Tutte persone che avevano letto, o volevano leggere, il mio libro. Persone coinvolte in qualche modo con l’argomento; alcune avevano sofferto in prima persona per la morte di un familiare – spesso era un figlio -, altre vivevano un dolore di riflesso di familiari o amici.
Queste lettere sono sempre state molto forti, coinvolgenti e dolorose da sopportare. Alcune meno, altre moltissimo.
Ma questo accadeva di più anni fa (all’epoca avevo anche un blog apposito auto-aiuto.splinder.com, precipitato nel nulla con la sparizione di splinder).
Ora ricevo meno lettere, e quasi tutte tramite facebook.
Qualche giorno fa, invece, ho ricevuto una lettera (nel senso che era una vera lettera, allegata a una mail, non scritta nel corpo della missiva elettronica) da una persona che mi aveva scritto quasi dieci anni fa in occasione della morte del padre, investito da un furgone nella piazzetta del paese. All’epoca ci scambiammo diverse lettere, e di certo parlammo del mio libro (era quello che ci aveva unito mi pare, e tramite il blog aveva trovato il mio indirizzo), come parlammo di morte e di dolore.
Non ricordavo però che non avesse letto Orfana di mia figlia: succede che qualcuno ne sia attratto, desideri leggerlo, ma poi non ce la faccia.
La prima cosa che ho letto nella lettera, e che mi ha sorpresa, è che ora C. ha letto, sta leggendo, il libro. Ci sono alcuni brani molto belli nelle sue parole e vorrei condividere qualcosa con voi, perché credo che nelle parole, molto belle, di C. si possa scorgere una verità scomoda che molti ignorano. Ci sono emozioni che non si sanno definire, ma che tutti nel dolore provano. Ci sono ambivalenze, sdoppiamenti, percezioni amplificate. C’è molta roba dentro al dolore e “[…] chiamarlo solo dolore è molto riduttivo e superficiale. E’ anche smarrimento, sfiducia, pessimismo, insicurezza, disorientamento, perdita d’identità e paura. Un insieme molto complesso di sentimenti ed emozioni, molte senza un nome chiaro, in cui perdersi. Tutto questo contribuisce ad aumentare l’impressione d’irrealtà e d’apatia, che ci circonda come una massa vischiosa, accentuando il nostro senso d’immobilità.” (cit.)

“Quanti ricordi e come descrivi bene le terribili emozioni di quei momenti: la rabbia, il senso di vivere in un incubo… il rapporto con la vita e con gli altri che cambia, persino subire l’invidia degli altri (“mi domando come sia possibile, sono io che ‘invidio’ loro”). Anche io avevo subito l’invidia di una collega che mi vedeva ‘fortunata’ perché al lavoro non avevo perso del tutto il sorriso (era la mia unica distrazione, per non pensare, ma di certo non avevo smesso di soffrire). E poi la sensazione di sdoppiamento, quello appunto tra realtà e fantasia, tra mente e cuore. Il desiderio di momenti sereni, il non poterli più godere come prima e addirittura la paura e il disagio dei giorni di festa. Lo sguardo che cambia, la percezione di tutto, che cambia.”

“Quante cose sono cambiate da quando ti scrissi tanti anni fa! Eri l’unica persona con cui ho desiderato condividere il mio dolore in quel momento, scrivendo. Le tue parole mi aiutarono molto, persino più di quelle dello psicologo, secondo cui condividere il dolore con altre persone che avevano provato un’esperienza simile non serviva comunque ad elaborare il lutto. Perché, diceva, siamo tutti diversi. Io però in te avevo sentito il calore di una persona che ha vissuto quell’esperienza di morte prematura, scomparsa improvvisa, e mi ha aiutato, mi sono sentita confortata… anche se via mail!”

“Non so quale sia il senso della vita, della morte, della morte violenta… non so perché ci sono persone che muoiono tardissimo e altre troppo presto. Ma so che il nutrimento spirituale è indispensabile nei modi che più ci appartengono e che senza nutrire questo aspetto della nostra esistenza perdiamo qualcosa di veramente grande. A volte le esperienze del dolore sono quelle che più ci avvicinano a questa parte della nostra esistenza anche se non vorremmo mai viverle.”

“A volte ritengo tutto ciò stupefacente: questa è la vera lezione della vita, spesso incomprensibile! Altre volte meravigliosa! Una continua lezione, ma non intesa come punizione, bensì come esperienza. La vera punizione sarebbe non vivere, non aver vissuto.”

“Ho dovuto interrompere la lettura del tuo libro, cara Morena, i ricordi che ne emergono sono davvero angoscianti, sono ancora lì nonostante tutto. Con le lacrime. Eppure voglio ringraziarti profondamente, dal cuore, come feci dieci anni fa quando mi consolasti. Mi aiuta molto leggerti perché trovo consapevolezza, lucidità … tutto ciò che io in quegli anni, dopo il lutto, non sono riuscita a realizzare. E’ come mettersi un paio di occhiali, mi aiuta a ricordare gli eventi con maggior chiarezza. Ho vissuto per anni in uno stato ovattato, rinchiusa in una gabbia di rabbia.”

“Ieri sera ho letto delle pagine davvero molto belle: il 20 marzo ad esempio : “Possono gli altri trasmetterci la forza, il coraggio per alzarci tutte le mattine, andare al lavoro e svolgere le solite incombenze, vedere persone, parlare? Sì, è possibile, ma solo se ci crediamo … la prima persona che deve credere in noi, siamo noi … Ecco che esce allo scoperto quel “rispetto di noi”  che dovrebbe essere alla base di ogni nostro comportamento, e che è il presupposto per il mantenimento della nostra forza e della voglia di essere sempre ben presenti a noi stessi. Solo se lo siamo per noi, potremmo poi esserlo anche per gli altri”. Quanta lucidità nel vedersi e nel percepirsi! Cose che per molti anni non sono riuscita a realizzare. Sono rimasta per anni come “intontita” dal dolore.”

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