Il giorno che diventammo umani – una mia lettura

il-giorno-che-diventammo-umani-paolo-zardi-neo-edizioniParlai di questo libro di Paolo Zardi in ottobre, il giorno prima della sua uscita nelle librerie. Nel post feci una recensione sulla fiducia, dopo avere letto in rete uno dei racconti presenti nel libro e pubblicato in anteprima, e conoscendone un altro per il motivo di cui sotto.
Ora, dopo avere letto tutto il libro, sono lieta di confermare (ma dubbi non ne avevo) che la mia fiducia era ben riposta.
In giro si dice che Zardi sia il migliore narratore di racconti contemporaneo e recensirlo un po’ mi preoccupa. Quindi questa non è una recensione ma un pour parler tra voi e me.


Questo libro, che segue a distanza di tre anni, Antropometria (Neo. edizioni, 2010) continua l’esplorazione di Zardi all’interno del mistero uomo e conferma la sua abilità nel tracciare linee che ben si accordano nello strumento ‘racconto’, molto congeniale all’autore, più, mi verrebbe da dire, dello strumento ‘romanzo’ anche se, mi pare, l’autore stia proprio lavorando a un testo lungo. I racconti di questo nuovo libro di Zardi, Il giorno che diventammo umani (Neo. edizioni, 2013) sono, seppure perfetti nella forma, sgarbati e a tratti anche odiosi. I personaggi sono spesso meschini e risultano antipatici: questo, anziché risultare una pecca, è, a mio parere, un pregio della scrittura di Zardi. Solo chi sa scrivere ‘antipatico’, sta usando davvero tutto ciò che ha. La letteratura non si fa con delicatezza, non si scrive con tre sensi, non si rifinisce il testo con una spazzola per lana d’angora ma con una raspa per il metallo. Zardi ha tutti gli strumenti e li sa usare. La scrittura di Paolo Zardi non contiene nulla di più di ciò che serve ed è aggrappante nella sua ruvidezza. La sua cifra stilistica è originale e ben definita: scrittura asciutta ma articolata, coraggiosa anche nell’uso di termini scientifici ma ben comprensibili e giustificati. Zardi non scrive per impressionare e nemmeno per cavalcare mode e ‘argomenti del giorno’.
Ho trovato ottima anche la scaletta dei racconti: all’inizio il pugno allo stomaco, quello che ti potrebbe fare abbandonare il libro, il marchio di fabbrica. Il primo racconto, Domenica pomeriggio, ha un incipit molto forte, uno di quelli che ti fa chiedere chi sia l’autore. Sono discorsi superati: ai lettori non deve tanto interessare chi sia davvero l’autore e perché scriva certe storie, ma deve interessare cosa scrive e in che modo. E Zardi ha una scrittura sincera, scura e ruvida.
Ogni storia del libro contiene momenti che svelano, attimi di consapevolezza, atti inconsulti che ci aggrediscono nel buio inesplorato della nostra anima, soffi di vita che sta lasciando e di vita che arriverà. Il germe della violenza, della rabbia, del dolore, della malattia, della morte. Il giorno che diventammo umani è cosa che ci riguarda, è una faccenda che dobbiamo accorpare, e accettare, ci piaccia o no.
La letteratura non deve solo divertire, anche se io non trovo disdicevoli i libri che lo fanno con intelligenza; non viviamo di soli messaggi, di insegnamenti, di cambiamenti che ci scombussolano. La letteratura deve mostrarci cosa accade, deve prendere la realtà (che non significa raccontare cose vere, realmente accadute) e renderla ancora più vera. Deve essere scomoda e difficile da digerire.
Se rimani incinta e sai che hai nascosto una cosa, una importante, al tuo compagno, al futuro padre del pargolo, non vivi bene l’imprevisto.
Se ti comunicano una malattia gravissima, vivi come se fossi staccato dal resto del mondo; inizi a morire da subito e loro non lo sanno. il tempo viene scandito dai minuti delle cure, dagli esami diagnostici; il resto scompare nella nebbia della vita altrui.
Eravamo umani prima della scoperta? Veri uomini prima della consapevolezza?
Siamo solo maschere nel teatro della vita?
Non chiedetevi se leggere i racconti di Zardi risponderà alle vostre domande, ma chiedetevi quali altri dubbi istallerà nella vostra mente.
L’autore mescola nel fango e, anche se ci fa rabbrividire, nessuno di noi – a diversi livelli – ne è immune. Quando si parla di umanità, nessuno è esente.
Il libro si conclude con uno di quei racconti “alla Zardi”: “Una notte, a Modena, al secondo piano di una casa in via Gallucci, con la finestra che dà sulla strada, aperta su un vociare spensierato di ragazzi e ragazze, mentre il termometro segna più di trentacinque gradi, all’una, in luglio…”, di due pagine e un’unica frase, un racconto che inficia la mia attribuzione più sopra di ‘scrittura asciutta’, uno di quei racconti che, appena terminati, ti (mi) fanno pensare di provarci. A ulteriore dimostrazione della padronanza della lingua e degli strumenti da parte dell’autore.

Approfitto per dire una cosa a favore dei libri di racconti: in certe occasioni sono da preferire a un romanzo, sono più gestibili nella mezz’ora di attesa dal medico, in un breve tragitto in treno, nell’attimo fuggente prima di cadere preda di Morfeo, e non ti costringono, la volta successiva in cui apri il libro, a chiederti di cosa stava parlando l’autore e alla rilettura delle tre pagine precedenti il segnalibro per ripescare le sensazioni giuste.
Leggiamo racconti!
Concludo con due parole sulla Neo., una casa editrice indipendente di qualità. I libri, parlo dell’esterno, del visibile, sono curatissimi, le copertine sono in sintonia e belle, l’impaginazione ottima. Sono anche libri piacevoli da toccare, con la copertina opaca che accarezza le dita. Anche l’interno dei libri (la parte che ci interessa di più) è, non lo devo sempre dire ma mi ripeterò, di ottimo livello. E Francesco Coscioni è un editore che segue i suoi autori e li sostiene, cosa che non accade spesso.

IMG_0556Nel libro – impossibile che mi trattenga dal menzionarlo – troviamo anche Il pranzo di Pasqua, racconto di cui i lettori di questo blog troveranno memoria, in quanto Zardi lo scrisse suggestionato da un mio incipit, quello sulla signora Bastiani che tanto piacque a chi partecipò a Più incipit per tutti. [Sono andata o.t. come si fa a volte nei commenti, ma ci tenevo a dirlo. Scusatemi].

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4 pensieri su “Il giorno che diventammo umani – una mia lettura

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