Le baby qualcosa non sono figlie del cavolo

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* foto Anne Geddes

È da tempo, da anni, che sono angosciata (sono solo io?). Quando lessi il libro di Marida Lombardo Pijola trovai molte conferme ai miei timori.
Da quella lettura è derivato anche un mio racconto La famiglia perbene, e quando scrivo un racconto dopo una lettura significa che il carico è troppo forte.
Quando esce una storia come quella delle ragazzine di Roma, tutti gridano allo scandalo. Ma molti gridano perché non hanno mai osservato davvero cosa accade in giro. Basta uscire e camminare, entrare nei negozi, salire sull’autobus. E guardare.
Ma è più comodo non vedere, basta voltarsi oppure socchiudere gli occhi e ignorare la richiesta di aiuto, di attenzione, che certi occhi contengono.
Le baby prostitute non sono nate da un cavolo, qualcuno le ha partorite, e qualcuno se ne (dovrebbe farlo) occupa. Qualcuno le cresce (che non significa dare loro la pappa e agghindarle con nastri e tutine rosa), qualcuno insegna loro cosa sono i valori della vita. La prima cellula della società è la famiglia, ma la seconda è la società, che comprende la scuola, gli insegnanti e tutto il mondo degli adulti.
Poi ci sono i media.
Cosa abbiamo insegnato a queste baby? (la domanda e tutto il post valgono anche per i baby).
Insegnare non significa “dire cosa devi fare”; insegnare significa “mostrare cosa e come fare”. L’esempio è ciò che conta e in una società mediatica come quella in cui siamo immersi, la televisione, il computer, sono le persone che spesso si sostituiscono a genitori insufficienti, poco presenti e che non sanno come muoversi con un’anima piccola tra le braccia.
E che messaggi passano dalla tv e dal pc?
Le cose colorate e luccicanti sono le prime ad essere viste, a volte sono le uniche. La vita comoda, gli oggetti di lusso che ci vengono mostrati come indispensabili, i feticci che dichiarano lo status delle persone: queste sono le cose che colpiscono la fantasia di un adolescente che non ha altri modelli di riferimento.
Che le ragazzine mandassero foto ai coetanei e non, lo sapevamo, che qualcuna di loro si mostrasse mezza nuda in locali dove non ci sono solo loro coetanei, che qualcuna si mostrasse su facebook sperando in un’attenzione che altrove non riceve era cosa risaputa.
Allora, di cosa ci scandalizziamo? Queste ragazze ci sono, esistono, era cosa risaputa, eppure in televisore sono tutti a gridare allo scandalo e la frase che si sente è: mia figlia no! io con mia figlia ci parlo. So tutto di lei.
Sorpresa: di qualcuno sono figlie le baby. Il cavolo non ha colpe.
I segnali ci sono da anni, basta non chiudere gli occhi, basta guardare.
Eppure noi non siamo così, ha detto qualche sera fa un’amica. Dove abbiamo perso il bandolo? Dov’è il punto in cui ci siamo smarriti?
Il punto esatto non lo so. È certo, però, che abbiamo perso molte cose per strada, tra cui il senso della famiglia, il rispetto degli altri, la dignità del sacrificio, la sopportazione e la voglia di mettersi in discussione.
Una volta (ed erano molti anni fa, direi otto o nove) ero a “fare un banchetto” (che non significa mangiare ma raccogliere fondi) per l’AIDO; ci avevano sistemato in un angolo di un grande centro commerciale, vicino alla piazzetta dove c’era la pizzeria e tanti tavolini. Nella mia fantasia quella pizzeria doveva servire per una merenda pomeridiana, ma erano le tredici di un sabato e i tavoli erano pieni di mamme e papà con figli piccoli (una volta si chiamavano ‘famiglie’) che pranzavano.
Questo era un segnale, ma nessuno lo vide.
E non si sapeva delle baby, non c’era facebook e i cellulari non si connettevano a internet.
Oggi le mamme e i papà (le ‘famiglie’ di una volta) portano i figli a passare le domeniche all’IKEA (!).
Se non ci credete, chiedete a chi ci lavora. E non ci stanno un’ora, ci passano la giornata.
Forse il cavolo avrebbe fatto di meglio.

[questo post l’ho iniziato il 19 novembre, poi ho avuto dei problemi e non sono riuscita a terminarlo. Nel frattempo, comunque, la tv, che in quei giorni dedicava ore e canali solo a questo unico argomento, ha cambiato priorità. Ma, si sa, noi siamo sempre pronti alla distrazione: balziamo sulla sedia e un attimo dopo cerchiamo il cuscino per accomodarci e voltare pagina]

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Un pensiero su “Le baby qualcosa non sono figlie del cavolo

  1. Si fa presto a gridare allo scandalo, eppure come hai giustamente scritto tu, sono tanti i punti che fanno notare qualche cosa che non va, eppure finché non c’è lo strillone che urla allo scandalo, tutti tacciono!!!
    Ciao, Pat

    Mi piace

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