Il non detto è la parte migliore

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Inquietudine – di Teresa Palombini

Stamattina mi sono svegliata di buonumore, per una volta ben riposata. Il tempo non era dei migliori, ma almeno non pioveva.
Ho fatto colazione – preso solo un caffè perché pane e marmellata poi si fermano dentro i jeans e ne restringono il tessuto – e mi sono lavata i denti, e pure il resto.
Mi sono vestita e ho sistemato le prime faccende, poi mi sono seduta qui per scrivere qualcosa. Ma la mente non collaborava, come mi accade da mesi, e così ho finito per fissare la finestra finché non è uscito il sole. Ma anche allora non riuscivo a stare ferma, ero agitata, e mi sono fatta un altro caffè.

Se questo fosse un racconto, molti avrebbero smesso di leggere alla parola ‘denti’.
Quando si scrive non si deve dire tutto, non dobbiamo seguire i personaggi passo passo. Ci sono molte cose che non interessano i lettori e altre che non sono funzionali alla storia.
Cosa voglio dire? Cosa sto tentando di mostrare al lettore?
Se il punto è “una persona che ha il blocco della scrittura”, le altre cose non servono: mostriamola mentre batte due tasti, si ferma, cancella ciò che ha scritto e si blocca di nuovo. Mostriamo un gesto di irrequietezza, non diciamo che è inquieta.
In ciò che immaginiamo, nella vita che costruiamo per i nostri personaggi c’è la completezza delle informazioni: i personaggi dormono, mangiano, si fanno la doccia e vanno a lavorare, poi soffrono, amano, piangono, ridono.
Ma non tutto questo serve, non tutto va mostrato.
Allora, come si fa a sapere cosa dobbiamo mostrare e cosa no?
Si prova. Si scrive, si rilegge, si scopre che non va e si butta. Si riparte in un altro modo e si rilegge, stavolta due frasi ci convincono e le teniamo. Partiamo da queste due frasi e lavoriamo sulla scena. La riscriviamo, rileggiamo e buttiamo la metà. Solo a questo punto possiamo partire con la prima revisione che consiste nell’eliminare il superfluo, l’inutile e il ridondante.
Se vogliamo mostrare l’anima dobbiamo scalfire la superficie fino a ripulirla dalle scorie.
Ogni frase, ogni parola tolta, rafforza quelle che rimangono.

* l’immagine del quadro proviene da qui

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